Continua a macinare record la Zes unica che al momento e in attesa del decreto del Governo sul suo ormai certo ampliamento anche al Centro-Nord (quasi certamente per la sola semplificazione) resta “patrimonio” del Sud nonché di Umbria e Marche. Alla data di ieri sono già state superate numericamente le autorizzazioni (530) registrate nell’intero 2025: complessivamente siamo ben oltre quota 1.500, con risultati in termini di nuovi investimenti e di ricadute occupazionali in continua crescita. Gli ultimi dati li ha ricordati pochi giorni fa a Milano, intervenendo al festival “Sette idee, il Festival dell’Italia che innova”, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud Luigi Sbarra: «La Zes ha generato un impatto economico complessivo di 60 miliardi di euro, con circa 75mila ricadute occupazionali previste e 22,1 miliardi di investimenti privati attivati», ha ricordato.
GLI ESEMPI
Se Campania e Puglia continuano a guidare la classifica per numero di autorizzazioni concesse dallo staff di Giosy Romano, responsabile del Dipartimento Sud a Palazzo Chigi, segnali altrettanto importanti arrivano anche da altre regioni dell’area Zes. Come dall’Abruzzo, in particolare da Atessa, in provincia di Chieti, conosciuta finora soprattutto per ospitare uno degli stabilimenti Stellantis più performanti del Paese (vi si producono i furgoni commerciali alimentati dai motori prodotti a Pratola Serra, in Irpinia). Grazie alla Zona economica speciale è arrivato nei giorni scorsi il via libera all’ampliamento dello stabilimento dell’Irplast, azienda italo-giapponese (il socio di maggioranza è il gruppo nipponico Toppan), leader nello sviluppo di soluzioni sostenibili per il packaging.
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Operazione rilevante perché l’investimento che ha avuto il via libera, ancora una volta in tempi molto brevi, dalla Zes è di ben 60 milioni, uno dei più significativi della storia della Zona economica speciale. Per la cronaca, il nuovo impianto garantirà la produzione complessiva di 30mila tonnellate annue di film ad alte prestazioni per strutture monomateriali riciclabili, in linea con i requisiti introdotti dal nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (Ppwr). Facile comprendere, insomma, perché il governatore abruzzese Marsilio abbia parlato di «Zes come strumento strategico e di primaria rilevanza per la Regione Abruzzo, in grado di sostenere e accelerare la realizzazione delle grandi opere e di contribuire concretamente al rafforzamento del sistema infrastrutturale e allo sviluppo economico del territorio».
LA CRESCITA
Parole che danno ancora una volta la misura della svolta introdotta dalla Zona Economica Speciale, scattata l’1 gennaio 2024 ma di fatto entrata a pieno regime solo otto mesi dopo. E che la Zes sia diventata ormai il simbolo della crescita del Mezzogiorno in questi ultimi anni è ormai un dato di fatto, accettato e riconosciuto trasversalmente dalla politica: «È lo strumento più evidente con cui abbiamo investito per supportare lo sviluppo del Mezzogiorno attraverso un focus mirato su otto filiere chiave e tre aree tecnologiche trasversali» ha detto l’altra sera a Bari il ministro del turismo Gianmarco Mazzi intervenendo alla cerimonia di apertura della Fiera del Levante. Ma anche in casa Pd si guarda alla misura con senso decisamente più pragmatico del passato: dopo l’apertura della segretaria Schlein, che si è detta favorevole all’estensione, è di queste ore l’iniziativa lanciata da alcuni sindaci toscani per chiedere che la futura Zes non escluda l’arcipelago della regione, a partire dall’isola d’Elba.
IL FUTURO
L’attenzione ora è, come detto, tutta concentrata sul decreto del Governo che dovrebbe garantire il mantenimento al Sud del pacchetto originario (con il credito d’imposta, cioè, accanto alla semplificazione), come ha fatto intendere l’altra mattina agli Industriali di Napoli il vicepremier Antonio Tajani. Non mancano peraltro proposte anche autorevoli circa il metodo che potrebbe essere utilizzato nell’estensione della misura: il Presidente dell’Abi, Antono Patuelli, sensibile al tema, è ad esempio da tempo favorevole ad utilizzare lo strumento nelle aree montane e collinari del Centro e del Nord che stanno subendo i contraccolpi della crisi economica e sono comunque storicamente depresse. «Anche la vecchia Cassa per il Mezzogiorno – spiega - era operativa pure in altre zone depresse d’Italia, anche se il Mezzogiorno era destinatario della maggior parte delle attenzioni».
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