
La collaborazione come elemento imprescindibile per rompere distanze e polarizzazioni. Per ritrovare vicinanza e costruire spazi comuni. Per esplorare e arricchirsi della contaminazione. Nasce da queste motivazioni, per farne un manifesto artistico, il progetto Your tactile identity elaborato da un’idea di Emma Zani e Roberto Doveri, danzatori e coreografi di YoY Performing Arts, la cui ricerca coreografica e poetica è basata sul far dialogare linguaggi artistici diversi, come la musica e le arti visive. «Ad un certo punto – dichiarano – ci siamo chiesti: cosa succederebbe se facessimo dialogare la danza con la danza stessa?».
Ed ecco la proposta rivolta a due compagnie, Ivona di Pablo Girolami e Tyche di Michele Ifigenia, coinvolti in un processo creativo collettivo volto alla costruzione di una nuova creazione. Dall’incontro di queste tre identità artistiche ben definite e attive nel panorama italiano, attraverso periodi di residenza e prove condivise, si sono intrecciati materiali diversi, linguaggi, pratiche, visioni ed estetiche che nel tempo hanno trovato una propria forma, partendo dal tema dell’intreccio per favorire la nascita di nuovi simboli e nuove immagini. Giunto alla fase conclusiva dopo un anno di lavoro, lo spettacolo Your tactile identity è prossimo al debutto, il 24 luglio, al festival Kilowatt di Sansepolcro.

Il processo di lavoro che ha comportato la nuova creazione, lo esprimono Zani e Doveri con una parola chiave: «Ascolto. Mettersi in ascolto dell’altro significa sospendere i propri automatismi per fare spazio a un punto di vista diverso, e vedere come cambiano i processi creativi. L’approccio vincente è stato capire quando era il momento di fare un passo indietro per lasciare spazio alla visione dell’altro, e quando invece farne due in avanti per dare supporto o spingere l’idea di qualcun altro: un gioco continuo di pesi e contrappesi, dove l’obiettivo non era imporsi, ma sintonizzarsi sulla stessa frequenza per creare qualcosa che da soli non avremmo mai potuto partorire. Ci interessa far risuonare la bellezza delle differenze, mostrando come tre visioni possano abitare lo stesso respiro, intrecciandosi senza mai snaturarsi».
«Uscire dalle proprie certezze per mettersi in gioco non è mai comodo – dichiara Michele Ifigenia -, ma è l’unico modo per rigenerare la creatività e trasformarsi a livello umano, prima ancora che artistico. Questa esperienza dimostra che i nostri corpi possono ancora unirsi per creare, trovando una forza reale nella condivisione delle nostre fragilità e diversità. Anche se il mio codice personale resta fortemente visivo – legato alle immagini in movimento e a un gesto che si fa enigma – nel gruppo non abbiamo cercato un linguaggio rigido, omologato».
«I due riconoscimenti ricevuti (il bando Giovani Danze italiana e il bando Cura, ndr) hanno rappresentato una spinta fondamentale dandoci le risorse necessarie per poter investire il nostro tempo e energie nello sviluppo del progetto», precisa Girolami. «Personalmente, da circa sei anni lavoro immerso nella mia ricerca artistica e non interpreto linguaggi coreografici diversi dal mio. Per questo è stato speciale mettermi completamente a disposizione degli altri come interprete, sospendendo per un momento il mio modo di creare per diventare una vera e propria “spugna”, pronta ad assorbire il loro movimento, l’immaginario, il modo di intendere il corpo. Il mio apporto, invece, credo sia stato soprattutto una componente istintiva. Il lavoro di Ivona è molto carnale, a tratti quasi primitivo. Credo che la danza avvenga prima di tutto nel corpo, nella fibra dei muscoli, nelle articolazioni, nella materia stessa del movimento. Ho cercato di portare questa sensibilità, questa emotività al’interno del processo creativo».

Lo spettacolo mette in scena il processo creativo e attraversa le diverse tappe del lavoro, un percorso in cui cinque corpi cercano progressivamente di costruire qualcosa che le trascenda. «Si apre in un’atmosfera densa, quasi sospesa, che porta con sé il peso di un passato importante, forse persino post-apocalittico – svela Girolami -. È un mondo in cui i corpi sembrano persi, dove devono imparare a sopravvivere, ma anche a ricostruire/risanificare uno spazio per renderlo nuovamente abitabile, fertile.
Da questo contesto emergono relazioni che prendono la forma di conversazioni continue: un dialogo ritmico fatto di avvicinamenti, contatti, tentativi di ascoltarsi e di riconoscersi, fino ad avvicinarsi, forse, all’idea di diventare un unico corpo, pur senza perdere la propria identità». «Il filo della narrazione non segue una logica razionale da decodificare a tutti i costi – aggiunge Ifigenia -. Chi guarda è chiamato semplicemente a farsi attraversare da ciò che accade in scena, lasciando spazio all’immaginazione per assistere a una comunione di gesti e lingue diverse».
Oggetto scenico e perno della performance, è un tavolo. «È un elemento centrale perché lo spettacolo racconta, prima di tutto, il nostro incontro – precisa Girolami -. In scena rappresenta diversi livelli simbolici. È il tavolo della casa, quello attorno al quale una famiglia si riunisce per condividere il pasto e il tempo insieme. Ma è anche una sorta di altare, un luogo centrale che raccoglie, avvicina e mette in relazione le persone».
Zani e Doveri aggiungono: «È il vero e proprio protagonista. Non si tratta di un oggetto qualsiasi, ma di un metamobile (un richiamo al celebre progetto del designer Enzo Mari degli anni ’70 sull’autoprogettazione), insieme a una sedia di Mies van de Rohe (architetto e designer, tra i maggiori esponenti del razionalismo). All’inizio, il tavolo è stato letteralmente il nostro primo “luogo” di incontro: lo spazio attorno a cui ci siamo seduti per “mettere sul tavolo” le idee, le visioni e i primi spunti. Poi, quasi naturalmente, è diventato un corpo vivo. Oggi, quel tavolo ha una forza magnetica: ci muove nello spazio, ci attrae, ci parassita e ci respinge».
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