Chissà quanto sarebbe felice Anna Maria: non più solo Borghetto, ma finalmente anche Gheri Moro. Dopo oltre tre lustri di attesa, il Consiglio di Stato ha accolto il suo ricorso, affermando che le autorità sbagliarono a rigettare la richiesta di aggiungere al proprio cognome pure i patronimici degli antichi e aristocratici avi, patrizi della Repubblica di Venezia con villa nella campagna di Castelfranco Veneto. Proprio la città dove la donna, legata a un pezzo di storia dell’imprenditoria e dello sport a Nordest, è morta però ancora 13 anni fa. Non solo: il tanto sospirato verdetto è stato emesso senza che i magistrati fossero al corrente del suo decesso, né che i familiari fossero informati della sua impugnazione, in un incredibile cortocircuito burocratico-giudiziario.
Il desiderio
È incredulo Massimo Borghetto, un volto noto nel mondo della pallacanestro italiana: per sei stagioni è stato playmaker e guardia del Basket Mestre, in A1 e in A2, a cavallo fra gli anni ‘70 e ‘80. L’ex cestista è anche l’esponente di una famiglia di costruttori di prefabbricati, che nel 1983 attraverso l’allora gloriosa Vecoper realizzarono il Palaverde di Villorba, a lungo il palcoscenico dell’epopea Benetton. «Non ne sapevo assolutamente nulla, lo sto scoprendo adesso da voi», ci confida quando lo contattiamo per ricucire i lembi di una vicenda rimasta finora sepolta nei cassetti delle istituzioni. Sua sorella Anna Maria deve aver custodito quel sogno dentro di sé, magari con un pizzico di scaramantica cautela. O forse quel desiderio era stato condiviso, ma una catena di lutti ha finito per mantenere il segreto: sua mamma Rosanna Gheri è mancata nel 2015 e suo marito Umberto Sicuro è deceduto nel 2020.
Insieme al fratello rileggiamo i passaggi della vicenda, cristallizzati negli atti del contenzioso, riemersi solo nei giorni scorsi. Il 16 dicembre 2010 Anna Maria ha domandato alla Prefettura di Treviso di modificare il proprio cognome da “Borghetto” a “Borghetto Gheri Moro”. La trevigiana rivendicava la propria «discendenza naturale e diretta dall’antenata Elisabetta Moro», nobildonna di Venezia spirata a Castelfranco Veneto il 6 marzo 1797, nonché «dal figlio naturale di costei Giovanni Maria Cristoforo Gheri (...), riconosciuto come tale e contestualmente istituito erede di buona parte del suo patrimonio con testamento olografo, regolarmente pubblicato e trascritto». L’imprenditrice non accampava pretese ereditarie: chiedeva solo di poter inserire nella propria carta d’identità anche i riferimenti alla sua quadrisavola e al suo trisnonno. Ma il 16 febbraio 2011 l’istanza è stata respinta, poiché «manca l’accertamento in sede giudiziaria o in atti di Stato Civile che facciano fede fino a prova contraria (art. 451 del Codice Civile) della discendenza della richiedente dalla nobile Elisabetta Moro per il tramite del bisnonno materno».
La villa
Massimo Borghetto è stupito: «Non mi sarei mai aspettato una simile iniziativa da parte di mia sorella. Immagino che Anna Maria abbia voluto cercare le nostre radici. Effettivamente in famiglia si parlava di questa lontana parentela. Ora che ci penso: Ca’ Moro, una villa nella frazione di Villarazzo, che adesso appartiene a tutt’altra proprietà, era la casa natale di mia mamma Rosanna e tuttora riporta sulla facciata lo stemma nobiliare dei Moro. Inoltre il mio prozio Bruno, fratello di mio nonno materno, era un famoso pittore che si firmava “Gheri Moro” nei propri quadri». Con vezzo parigino, l’artista aveva raddoppiato la “r” (“Gherri Moro”, riportano critici e accademie), ma la strada imboccata era la stessa.
Anna Maria l’ha seguita finché ha potuto, presentando il 5 luglio 2011 un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, in cui lamentava «l’insufficienza dell’istruttoria e della motivazione condotta dal ministero dell’Interno». Nelle carte, la donna ha ribadito che la veridicità della sua discendenza da Giovanni Maria Cristoforo Gheri era attestata «dai registri dello Stato Civile», mentre la prova del riconoscimento come figlio naturale di Elisabetta Moro era costituita «dall’atto pubblico di consegna di eredità», certificata «con quattro distinti testamenti risalenti al 1844, al 1857, al 1876 e al 1887», nonché dalla testimonianza «di due sorelle della nobildonna”. Massimo Borghetto è sempre più sorpreso: «Non ero a conoscenza di queste ricerche storiche. Oltretutto in quei mesi mia sorella era già malata».
I RINVII
La donna si è spenta a 53 anni il 2 gennaio 2013. Ma il procedimento è andato avanti, in un percorso a tratti kafkiano. Il 28 giugno 2013 il Viminale ha chiesto al Consiglio di Stato di rigettare il ricorso e il 30 maggio 2014 la Sezione ha invitato il dicastero «a trasmettere alla ricorrente la relazione ministeriale, assegnandole un termine per far pervenire le proprie eventuali controdeduzioni». Nessuno ha risposto: il ministero probabilmente era disinteressato alla questione, Anna Maria sicuramente era impossibilitata suo malgrado... L’8 novembre 2023 i giudici hanno sollecitato invano gli adempimenti e, di rinvio in rinvio, il 9 aprile 2026 «la ricorrente è stata invitata a dare conto dell’eventuale persistenza dell’interesse alla decisione del gravame», ma ancora una volta «nessun riscontro è pervenuto dalle parti».
Nell’adunanza dello scorso 9 luglio, i giudici hanno esaminato la situazione nel merito, rilevando che la documentazione a suo tempo depositata «non è oggetto di contestazione in questa sede» e che la donna «si limita a chiedere l’aggiunta di due cognomi al proprio in base alla disciplina di diritto comune», senza pretendere patenti di nobiltà in contrasto alla Costituzione. «In conclusione la Sezione esprime il parere che il ricorso debba essere accolto», è il responso finale. Troppo tardi perché la Prefettura di Treviso possa rivalutare la richiesta di Anna Maria. Massimo Borghetto allarga le braccia: «Presumo che tutto finirà qui, a me la questione del cognome non importa particolarmente. Sono solo contento di apprendere che, in qualche maniera, mia sorella alla fine ha visto riconosciute le sue ragioni».
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