
Vittoria Rocca
di Ilaria Donateo
È passato qualche mese dal passaggio di consegne che ha portato Vittoria Rocca alla guida di AGIVI, l’Associazione dei Giovani Imprenditori Vinicoli Italiani di Unione Italiana Vini. L’imprenditrice vitivinicola, classe 1991 e responsabile commerciale della Angelo Rocca & Figli, già vicepresidente nel precedente mandato, è stata eletta all’unanimità dal Consiglio direttivo e ha raccolto il testimone da Marzia Varvaglione. Ad affiancarla per il prossimo triennio saranno i vicepresidenti Tommaso Canella, di Casa Vinicola Canella, e Martina Centa, della Soc. Agr. Roeno.
Vittoria è la terza donna alla presidenza di AGIVI, dopo Violante Gardini Cinelli Colombini e Marzia Varvaglione. Un dato che racconta anche l’evoluzione di un’associazione che, all’ interno di Unione Italiana Vini, da sempre rappresenta una palestra di confronto, formazione, relazione e crescita per le nuove generazioni del mondo del vino.

Vittoria Rocca – cantina esterna
La sua presidenza arriva in un momento nel quale il vino sta attraversando una fase di cambiamento profondo. I consumi si stanno modificando, cambiano le occasioni, i mercati sono più complessi e le dinamiche geopolitiche hanno conseguenze concrete sulle aziende. Ma non è una fotografia da leggere in chiave catastrofica. Per Vittoria questo momento può diventare soprattutto un’occasione per fermarsi ad ascoltare, capire cosa sta succedendo e cercare nuove soluzioni.
«In questo momento ci sentiamo ancora più responsabili», racconta. AGIVI ha infatti una missione precisa: essere un ponte tra chi ha costruito prima e le nuove generazioni di imprenditori del vino. E proprio questa evoluzione deve essere trasformata in un’opportunità.
La frase che forse sintetizza meglio il suo pensiero è molto semplice: «Il mercato non potrà mai adattarsi a noi. Siamo noi a doverci adattare a lui». Non significa rincorrere ogni tendenza, ma imparare ad ascoltare davvero il mercato e avere la capacità di evolvere insieme ad esso, come aziende e come persone.
È da qui che nasce anche il nuovo manifesto di AGIVI: “Let’s make wine sexy”, una frase scelta da Vittoria insieme ai due vicepresidenti Tommaso Canella e Martina Centa e volutamente lasciata in inglese, perché “sexy” non ha una traduzione univoca.
Il senso è quello di rendere il vino nuovamente desiderabile, capace di creare curiosità, relazione, appartenenza e conversazione. Un prodotto che non deve perdere la propria storia e la propria identità, ma che può uscire da una dimensione legata esclusivamente a momenti celebrativi e di rito più formali per diventare protagonista di un’esperienza sociale più ampia.
L’aperitivo, in questo senso, è un esempio molto concreto. Per tanti giovani rappresenta una delle occasioni di socialità più immediate, meno impegnative di una cena e forse proprio per questo più vicine alle loro abitudini. E anche il vino deve saper abitare questi momenti.
Questo non significa che i vini classici debbano scomparire. Al contrario. Accanto alle grandi espressioni che hanno costruito la storia del vino italiano possono trovare spazio proposte più snelle, fresche e versatili: bollicine, vini rossi, rosati e bianchi, capaci di intercettare occasioni e consumatori diversi.
Da una parte c’è un consumatore più maturo, disposto magari a investire di più in una bottiglia; dall’altra una generazione che cerca maggiore elasticità, vuole bere al calice, provare, conoscere e scegliere. Sono mondi che possono incontrarsi.
E proprio il vino al calice diventa uno degli strumenti più interessanti per creare questo incontro: permette di assaggiare, cambiare, incuriosirsi senza dover necessariamente scegliere una bottiglia intera.
Ma i giovani bevono davvero meno?
È una delle domande che torna più spesso quando si parla di futuro del vino. Ma la risposta, secondo Vittoria, è molto meno semplice di come sembra.
Durante un seminario di Unione Italiana Vini, Carlo Flamini ha evidenziato come dietro alla riduzione dei consumi giovanili ci siano anche fattori demografici ed economici: ci sono meno giovani e la stabilità economica arriva più tardi.
Il giovane consumatore di oggi, però, è anche molto curioso, informato, viaggia, scopre culture e territori. E quando trova un prodotto nel quale riconosce un valore può essere disposto a spendere di più, magari in enoteca, al ristorante o in un wine bar, soprattutto se qualcuno riesce a raccontarglielo in maniera semplice e diretta.

AGIVI – VITTORIA ROCCA
È cambiato anche il modo di comunicare.
Non basta più parlare soltanto di percentuali di uve, passaggi in legno o anni di affinamento. Questi aspetti continuano a essere importanti, ma accanto alla parte tecnica c’è bisogno di raccontare produttore, territorio, persone; la storia dentro alla bottiglia. Tutto andrebbe presentato all’interno di un contesto meno tecnico che valorizzi il lato esperienziale e personale che ruota attorno al nostro vino.
Lo storytelling entra quindi nel racconto del vino, ma senza trasformarlo in qualcosa di artificiale o troppo costruito. E anche sui social forse serve un cambio di passo: meno aggressività, meno contrapposizione, più dialogo. Il vino è un prodotto elegante e autentico e la sua comunicazione può esserlo altrettanto.
La competenza tecnica e scientifica resta indispensabile, ma può essere tradotta in un linguaggio più accessibile, inclusivo, capace di avvicinare senza far sentire nessuno fuori posto.
L’obiettivo è riportare il vino al centro come esperienza culturale e sociale, non come qualcosa di distante, elitario o legato esclusivamente alle occasioni celebrative.
Una palestra per gli imprenditori di domani
Per AGIVI, però, il nuovo mandato non sarà soltanto comunicazione.
I due grandi pilastri individuati da Vittoria sono promozione e formazione.
La promozione passa dalla crescita della rete, dagli eventi territoriali, dalle occasioni di incontro aperte anche al pubblico e dalla possibilità di portare AGIVI dentro i territori. Il primo appuntamento è previsto in Friuli a novembre, mentre l’obiettivo è costruire una rete nazionale sempre più concreta, con eventi nelle aziende dei soci e nelle città strategiche legate alle grandi manifestazioni del vino.
Poi c’è la formazione, che cambia veste e diventa “Formazione 2.0”: meno statica, più dinamica, costruita attorno al confronto e alla contaminazione. Non soltanto agronomia ed enologia, ma marketing, comunicazione, commerciale, politica e istituzioni, con relatori capaci di offrire punti di vista diversi.
Il primo summit è previsto per gennaio del prossimo anno.
Ma AGIVI, nelle parole di Vittoria, è anche qualcosa di più di una bella famiglia di giovani imprenditori che si incontrano, fanno rete e costruiscono relazioni.
È una vera palestra per la vita istituzionale di domani. Un luogo nel quale imparare quanto contino il lavoro di squadra, la rete, l’unità e la capacità di confrontarsi. E proprio grazie al rapporto con UIV, permette alle nuove generazioni di avvicinarsi presto a questioni geopolitiche, normative e istituzionali che possono avere conseguenze dirette sulla vita delle aziende.
Una palestra, appunto. Per imparare oggi a essere gli imprenditori e i rappresentanti del settore di domani.
E poi c’è la Puglia.
Vittoria non è pugliese di nascita, ma lo è profondamente per storia familiare. Una famiglia che in questa terra ha creduto e investito quando forse era meno scontato farlo.
La Puglia, secondo lei, ha tutte le caratteristiche per diventare un vero laboratorio di innovazione proprio perché parte da un’identità fortissima.
Le varietà autoctone sono una delle chiavi. Raccontare la Puglia significa anche raccontare Negroamaro, Primitivo e tutte quelle uve che appartengono profondamente a questo territorio.
Innovare non significa allontanarsi dalla tradizione. Significa imparare a leggerla con occhi nuovi, seguendo i tempi. Il racconto dei nostri vini non può rimanere statico e fine a sè stesso per rendersi interessante: sono i vitigni indigeni stessi a poter raccontare il territorio, le sue potenzialità e sfaccettature: il vino quindi, non solo come l’oggetto della comunicazione, ma anche e soprattutto come mezzo di promozione e valorizzazione della nostra Puglia. Le varietà autoctone possono essere interpretate attraverso nuovi stili di vinificazione, ricerca, sperimentazione, nuove forme di comunicazione e una visione sempre più internazionale.
Oggi la diversificazione è fondamentale, diversificare i mercati, i prodotti, i settori, senza perdere identità.
E c’è poi un altro elemento che Vittoria considera decisivo: la relazione. La fiducia con i clienti, con i collaboratori, con i colleghi. Relazioni sincere e autentiche che, alla fine, possono valere anche più di una strategia commerciale.
Ed è proprio nella sua azienda che questi concetti diventano concreti.
La Famiglia Rocca è presente in Puglia ed in Salento da sempre. Inizialmente con la cantina di vinificazione, a Nardò, negli anni 80. In seguito nel 1997 l’acquisto di c.ca 100 ettari vitati a Leverano; e quasi dieci anni fa l’importante scelta di costruire qui la nuova cantina, immersa nei vigneti accanto alla masseria di famiglia, chiudendo finalmente il ciclo produttivo. Oggi quindi sviluppo del brand premium dell’azienda agricola: Podere Don Cataldo.
Una scelta importante anche dal punto di vista qualitativo: in Puglia il caldo e le temperature elevate rendono fondamentale portare le uve in cantina nel minor tempo possibile. Qui bastano per la ricezione delle uve provenienti da ogni appezzamento venti, trenta minuti.
La nuova cantina è stata pensata in dialogo con il territorio, anche nell’architettura e nella scelta di elementi della tradizione produttiva locale, come le vasche in cemento e le volte a stella ed a botte nella barricaia.
Il cuore resta fortemente legato ai rossi e ai rosati, espressione di un territorio nel quale Negroamaro e Primitivo sono protagonisti. Ma negli ultimi anni la famiglia ha iniziato a leggere con maggiore attenzione anche i segnali del mercato.
Si beve in maniera più sporadica, ma cresce la ricerca di bere meglio, di prodotti riconoscibili, legati a un luogo e a una storia.
Da qui la scelta di ampliare la proposta con nuove interpretazioni di cui un esempio su tutti: il Negroamaro vinificato in bianco.
Una scelta che può sembrare controcorrente e che invece racchiude perfettamente il senso della nuova generazione.
Perché prendere un’uva simbolo della Puglia e leggerla in una veste completamente diversa?
La risposta è nella voglia di sperimentare senza perdere l’identità.
Il primo esperimento di Negroamaro vinificato in bianco è nato in quantità molto piccole. I terreni calcarei di Leverano e la componente aromatica dell’uva hanno dato risultati interessanti. Le bottiglie sono terminate rapidamente e, dopo il primo anno, la produzione è più che triplicata.
Ma la ricerca non si ferma qui. Accanto alla prima interpretazione, quella più fresca e immediata, arriva oggi una nuova scommessa: lo stesso Negroamaro vinificato in bianco, ma con un passaggio in barrique. Un modo diverso di leggere lo stesso vitigno, cercando maggiore struttura, profondità e complessità senza perdere il legame con l’uva e con il territorio.
È un po’ come avere due facce della stessa idea: da una parte un bianco più agile, contemporaneo, versatile; dall’altra una versione che attraverso il legno prova a raccontare un Negroamaro bianco più ampio e articolato.
E così la stessa varietà può oggi raccontarsi in più modi: rosso, rosato e bianco, con la possibilità di spingersi ancora oltre attraverso la sperimentazione.
Una chiave enologica, certo, ma anche commerciale e comunicativa. Perché spiegare a un cliente, a un ristoratore o a un distributore che quella stessa uva può essere interpretata in modi diversi è immediato. E soprattutto dimostra che innovare non significa necessariamente cercare qualcosa di nuovo altrove: a volte significa semplicemente guardare con occhi diversi ciò che abbiamo già.
E qui entra anche la doppia voce della nuova generazione, la quinta della famiglia Rocca: Vittoria dal punto di vista commerciale, Leonardo, suo cugino, da quello enologico e produttivo.

LEONARDO ROCCA TERROIR
La sfida, per Leonardo, comincia già in vigna. Per il Negroamaro bianco bisogna lavorare su parcelle meno mature, mantenere una chioma ampia che protegga i grappoli e preservare l’acidità, oggi sempre più difficile da gestire con l’aumento delle temperature.
La vendemmia arriva prima rispetto al rosato e al rosso. Ma la vera difficoltà è una: togliere il colore senza togliere il carattere del Negroamaro.
È un equilibrio delicato. Il vino deve essere bianco, ma deve continuare a raccontare l’uva dalla quale nasce.
Ed è forse proprio questa la sfida più interessante per una nuova generazione di produttori: non cancellare ciò che è stato costruito prima, ma trovare nuovi modi per farlo parlare.
In cantina, del resto, oggi ci sono ragazzi tutti under 40, c’è la famiglia, la nuova generazione in dialogo aperto con la precedente, ognuno con competenze diverse e un proprio ruolo. Una generazione, che sta raccogliendo ciò che nonno Ernesto ha costruito e lo sta portando avanti con uno spirito nuovo.
Sicuramente il nonno ne sarà contento.
Fare sistema, senza smettere mai di essere Puglia
Alla fine, il discorso torna inevitabilmente al territorio.
Vittoria lo dice con chiarezza: il mondo del vino deve smettere di farsi la guerra al proprio interno.
Ci sono consorzi più virtuosi di altri, realtà che hanno già fatto passi importanti e altre che possono ancora crescere. Ma quando nel mondo si parla di Primitivo o di Negroamaro e quelle uve vengono immediatamente associate alla Puglia, il beneficio ricade su tutti.
L’unione fa la forza.
Fare sistema non significa perdere la propria identità, ma imparare a valorizzare quella comune.
Anche perché il mercato sta dando segnali interessanti. Sempre più consumatori, soprattutto giovani, quando viaggiano cercano il vino del territorio. Non vogliono necessariamente ritrovare ovunque le stesse bottiglie: vogliono bere ciò che racconta il luogo nel quale si trovano.
È un consumatore forse più attento, che beve meno per quantità ma può scegliere di bere meglio. E quando compra una bottiglia non cerca soltanto un prodotto: cerca una storia, un territorio, un’esperienza.
La Puglia ha davanti una grande possibilità. Ma per coglierla servono coraggio, diversificazione, ricerca e soprattutto la capacità di guardare nella stessa direzione.
Vittoria Rocca parte da qui: da un’associazione che vuole mettere in movimento le nuove generazioni, da un’azienda familiare che sta sperimentando senza rinnegare la propria storia e da una regione che ha ancora moltissimo da raccontare.
Con una convinzione che forse vale più di qualsiasi manifesto: la Puglia può essere profondamente contemporanea senza smettere di essere Puglia.