Il futuro è il presente e il recente passato. Tanto rumore, tanto veleno, settimane di colpi di teatro e saltelli da circo, per lo stesso verdetto: la rinascita del calcio italiano non può più prescindere da Giovanni Malagò, ora commissario Figc e commissariato: «Il calcio italiano ora è ripartito». Non era esattamente scritto nelle tavole della legge, ma ci sono momenti nella vita delle istituzioni sportive in cui la realtà, stremata dalle proprie contraddizioni, decide di affidarsi al paradosso. E così l'uomo che fino a ieri rappresentava il problema per una parte della politica diventa, con un piccolo maquillage semantico, la soluzione. In extremis lo ha capito persino Luciano Buonfiglio, presidente del Coni illuminato dall'alto dopo gli esaltanti risultati dell'Italia in Nations: «Le gesta della Nazionale e quanto accaduto negli ultimi giorni mi hanno spinto a proporre a Malagò di fare il commissario». È una frase che ha il pregio e il difetto della diplomazia: dice tutto senza dire esattamente ciò che è successo. Perché la sostanza è un'altra. Buonfiglio, arrivato all'ultima curva della conta dei voti, aveva intuito che la sua maggioranza poteva evaporare e che la poltrona presidenziale del Coni poteva trasformarsi, da solida seduta istituzionale, in una sedia a dondolo. Un'eventuale sconfitta avrebbe significato non soltanto una battuta d'arresto personale, ma l'ennesima frattura dello sport italiano, con una collezione ormai degna di un museo.
L'unanimità
La via d'uscita era dunque davanti agli occhi: consegnare a Malagò il commissariamento della Federcalcio. Una proposta di pace che lo stesso Malagò aveva più volte lasciato intendere di essere disposto ad accettare e che Giunta e Consiglio nazionale del Coni ieri hanno prontamente benedetto. Unanimemente. E rapidamente. Il compromesso era stato confezionato poco prima, nel corso di un colloquio di quarantacinque minuti, dalle 12.15 in poi, nell'ufficio della presidenza del Coni. Sul piatto non c'era soltanto il calcio. C'erano, come sempre accade quando la politica sportiva si mette a tavola, anche altre pietanze. Tra queste un occhio di riguardo per il commissariamento della Danza sportiva di Laura Lunetta, considerata vicina a Malagò. Non si può dire che il menù fosse povero. Nel frattempo era scomparso, con una rapidità quasi commovente, il grande tema che aveva incendiato le ultime settimane: il conflitto d'interessi. Evaporato. Archiviato. Forse trasferito altrove, come quei problemi che smettono di essere problemi nel momento esatto in cui diventano politicamente scomodi. La Giunta ha votato: quindici membri hanno espresso apertamente il loro sì. Fuori dal voto il segretario generale Carlo Mornati e lo stesso Malagò, astenutosi in quanto membro Cio. Anche Diana Bianchedi ha partecipato regolarmente allo scrutinio. E Buonfiglio, con l'apparente serenità di chi ha appena attraversato un temporale senza bagnarsi, ha già annunciato che vorrebbe riportarla al suo posto di capodelegazione della Nazionale: «Mi auguro che vengano respinte le sue dimissioni. L'ho annunciato al commissario Malagò, ma dovrò dire io a lui di reintegrare la Bianchedi con una lettera».
Le mosse
Insomma, il commissario dovrà commissariare anche il commissariamento. Malagò, naturalmente, non è intenzionato a perdere tempo. Oggi stesso convocherà l'Assemblea elettiva per tornare alla guida della Federcalcio attraverso le urne: si voterà il 14 dicembre alle ore 11 all'hotel Hilton di Fiumicino. Le candidature dovranno essere presentate 40 giorni prima (dunque entro il 4 novembre) e ora l'obiettivo di Malagò è essere candidato unico ovvero trasformare il commissariamento in una passerella verso la rielezione, evitando il fastidio di un'altra competizione vera e propria. Una specie di elezione per acclamazione, che nel calcio è sempre il modo più elegante per dimostrare quanto siamo appassionati di democrazia. Resta da capire se la Serie A si muoverà ancora compatta al suo fianco. A maggio scorso il sostegno era stato un plebiscito (si asteneva solo Lotito). Ora sarebbe curioso vedere se quel consenso sopravviverà alla metamorfosi dell'ex presidente del Coni in commissario della Figc e poi, presumibilmente, di nuovo in candidato. Del resto, abbandonare Malagò proprio adesso avrebbe poco senso, così come fargli perdere il peso del 68,58% con cui era stato eletto lo scorso 22 giugno: il vecchio/nuovo presidente dovrebbe affrontare solo i prossimi quattordici mesi, fino alla primavera del 2028. E poi chi vivrà, vedrà. Buonfiglio, però, racconta un retroscena inquietante: «Alcuni presidenti della Lega di A mi hanno chiamato dicendo di commissariare la Figc e poi lunedì hanno fatto pubblicamente un comunicato contrario. Non capisco quale sia la verità».
Resta poi il piccolo dettaglio del tesseramento, che sino a ieri sembrava una questione di Stato. Malagò deve ancora decidere con chi tesserarsi per poter essere rieletto, ma sta studiando un happy ending, cercando di legarsi a un club di periferia, una realtà complicata (ce ne sono tante anche nella Capitale, stile Caivano per intenderci, su cui Sport e Salute e il governo hanno dimostrato come calarsi nella società) a cui donare il proprio lustro. Questa volta, però, nessuno vuole correre rischi. Il mancato tesseramento che ha dato origine a tutta questa vicenda non dovrà ripetersi, pur essendo un misero cavillo giuridico e burocratico. Buonfiglio difende infatti la propria condotta in nome delle regole: «Non potevo creare un precedente. Malagò è stato vittima di un malfunzionamento. Ci voleva qualcuno che gli facesse notare la mancanza del tesseramento. Prima di una elezione, bisogna che ci sia una verifica dei requisiti, che è saltata. Non ci sono vincitori e vinti in questa storia, si è ribadito il rispetto dello Statuto».
Dunque la storia non finisce qui. Sullo sfondo dell'accusa, c'è il segretario generale della Figc, Marco Brunelli, il cui futuro potrebbe essere deciso soltanto dopo le elezioni. Da commissario, infatti, Malagò è vincolato all'ordinaria amministrazione. Poi, eventualmente, potrebbe entrare in scena l'avvocato Giancarlo Viglione, figura gradita a quella Serie A che bisognerà riconquistare nella sua totalità. Ed è forse questo il punto più interessante dell'intera vicenda. In pochi giorni abbiamo assistito a una prodigiosa inversione delle parti: chi doveva essere arginato, viene incaricato di governare, chi contestava il commissariamento finisce per approvarlo, il conflitto d'interessi svanisce, le dimissioni diventano reintegrazioni e l'emergenza istituzionale si trasforma in calendario elettorale. Il calcio italiano, insomma, è salvo. O almeno è salvo il suo modo più collaudato di salvarsi: trasformare una crisi in un accordo, l'accordo in un compromesso, il compromesso in un voto unanime e il voto unanime nella prova che, in fondo, non era successo niente. Tranne, naturalmente, che adesso Giovanni Malagò è il nuovo commissario della Federcalcio.
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