Venezia, giovane sfregiata con l’acido: beccato il sicario. E spunta una moglie tradita

2026/08/26

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Era arrivato in zona nel tardo pomeriggio, si era appostato nelle vicinanze della casa dei genitori di lei, un paio di Sprite comprate al bar all’angolo per resistere al caldo di fine giugno. Ha colpito alle 21.18, quando è riuscito a intercettare il suo bersaglio nel tragitto tra l’auto parcheggiata e l’abitazione: le è corso contro, le ha lanciato addosso l’acido, la bottiglietta di vetro che lo conteneva, la borsa di plastica bianca che la nascondeva, poi è scappato via a piedi. Circa mezz’ora prima dell’assalto ha ricevuto una chiamata: erano le 20.50 quando la cella telefonica dei campi sportivi di via Don Bosco registrava il contatto di un numero di cellulare mai agganciato in precedenza - e sarà proprio quella voce nei tabulati a portare i carabinieri sulla pista giusta. 

L’utenza era stata attivata la mattina stessa, a Padova, per un telefonino usa e getta, come quelli che si vedono nei film. Peccato che l’Italia non sia Hollywood, che un contratto mobile vada firmato con un documento d’identità e che, quindi, l’apparecchio impossibile da rintracciare si sia invece lasciato dietro una scia fatta di nome e cognome. Poi gli accertamenti di laboratorio, i confronti tra i filmati di videosorveglianza, fino alla conferma definitiva dell’identità, con un ultimo colpo di scena: classe 2004, nazionalità macedone, senza fissa dimora, il giovane accusato di aver sfregiato una 32enne il 26 giugno a Peseggia di Scorzé, nel Veneziano, è stato identificato quando era già in carcere, arrestato proprio il giorno dopo l’agguato, anche se per un motivo completamente diverso. «Abbiamo visto il suo volto nelle foto delle forze dell’ordine, ma nostra figlia non l’ha riconosciuto, non l’ha mai incontrato prima - ha confermato ieri la madre della donna - È chiaro che dietro a lui ci deve essere un mandante». Sul 22enne pendevano due condanne per furto aggravato, quattro anni di pena decisi dal tribunale di Skopje, Macedonia del nord. Ecco perché gli agenti della polizia ferroviaria della stazione di Santa Lucia il 27 giugno lo hanno bloccato e portato in una cella a Santa Maria Maggiore. In tasca aveva 3.400 euro in banconote da cento e nessuna tessera per il prelievo di contanti: l’ipotesi investigativa, a due mesi di distanza, è che quei soldi fossero proprio il compenso di un lavoro eseguito su commissione. 

Nessun collegamento

Il 22enne straniero è stato collegato all’aggressione consumata due mesi fa attraverso un lungo elenco di dettagli, il telefonino usato durante la lunga posta è stato solo il primo. La sua vittima era stata soccorsa da una signora del posto, la prima a intervenire sentendo le grida, che aveva anche fornito una prima descrizione del colpevole: alto circa un metro e sessanta, carnagione olivastra, una canottiera nera e un cappellino bianco. Il berretto, in realtà, era nero anch’esso, invece erano le scritte che c’erano sulla fronte a essere di colore diverso. I vestiti sono stati infatti recuperati poco distante, trovati da un operaio che li ha consegnati in caserma, insospettito anche dalle macchie di scolorita che punteggiavano la canotta. Gli specialisti della scientifica hanno controllato il Dna presente sui vestiti, ma anche su un mozzicone di sigaretta raccolto nei paraggi. E ancora: le riprese delle telecamere della zona, quelle del bar “Gemini” dove il macedone si era fermato per comprare due bibite, i video registrati al binario e all’ingresso della casa circondariale mostravano sempre lo stesso volto, il dettaglio dei due nei sulla guancia sinistra, gli stessi auricolari infilati nelle orecchie. Infine la ferita sul ginocchio, un’ustione chimica identica a quelle che coprivano il viso, la palpebra, il torace e le braccia della vittima. Il 22enne, insomma, avrebbe finito per ferire anche sé stesso, uno schizzo di acido gli era finito sulla gamba. 

Gli accertamenti dei carabinieri, coordinati dal pubblico ministero Monica Guzzardi, hanno richiesto un’attenzione particolare perché tra la 32enne e il ragazzo che l’ha sfregiata non ci sarebbe alcun collegamento: i due non si conoscevano e il movente dell’aggressione era quindi difficile da decifrare. La donna, residente a Mestre e quella sera andata a Peseggia per salutare i genitori, inizialmente aveva raccontato alle forze dell’ordine di non avere alcun nemico, nessuna idea di chi potesse essere il responsabile di quel gesto tremendo. Il controllo sul suo telefonino, però, ha dato risposte diverse, più inquietanti: da qualche tempo riceveva messaggi minatori e insulti, sempre in lingua macedone, che le contestavano di avere una relazione con un uomo sposato, con tanto di foto di lui con la moglie (ormai ex) e il figlio. La famiglia in questione farebbe base a Roma, anche se lei risulta essere ripartita per la Macedonia nove giorni prima dei fatti di giugno. 

«Nostra figlia si sta riprendendo», continua la madre della 32enne, «È tornata a casa, anche se deve presentarsi continuamente in ospedale per la terapia. Non ha ripreso a lavorare, la vita non è tornata alla normalità, per lei. Aspettiamo che la pelle si riformi, che possa superare le conseguenze di quello che ha subito. Rispetto a due mesi fa, però, sono passi avanti importanti: non è più isolata in una stanza. E oggi siamo tutti un po’ scombussolati dalla gioia di sapere che almeno l’esecutore materiale di quel gesto è stato assicurato alla giustizia».

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