“Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni e resteranno di uomini e di idee, polvere e segni…” cantava Guccini in Shomèr ma mi-llailah, scritta nell’83 su un verso del profeta Isaia e poi a lungo dimenticata. “Una mano anonima ha riportato quella frase pure su un muro di Sarajevo, aggiungendoci sotto la firma ‘Francesco Guccini, poeta’… che vergogna” si scherniva lui con malcelato orgoglio, ben sapendo che scritte così hanno riempito per decenni pure le nostre città. “Le nostre canzoni non avranno fatto rivoluzioni, ma le sue di sicuro hanno fatto poesia” assicura a caldo Roberto Vecchioni, smentendo orgogliosamente l’amico e quel verso de L’avvelenata in cui si sfilava i panni di cantautore militante. “Francesco era un incantatore, un melanconico, in qualche modo un poeta crepuscolare, anzi decadente. Oggi tutti ne sottolineano la statura letteraria, ma ieri non hanno cantato le sue canzoni, preferendo parole più sciocche, da vuoto a perdere”. Bella sintonia quella tra il Maestrone e il Professore, che gli ha dedicato più di una canzone e ha voluto dare il suo nome alla primogenita Francesca.
Que viva Francesco! ...e a culo tutto il resto
Roberto, qual è il primo ricordo?
“Se ti capitava l’occasione di incontrarlo, non potevi mica fartela scappare. Era uno di quelli che ti tenevano incollato con le parole: un affabulatore vero, un narratore nato, un cantastorie nel senso più bello del termine. Lo ricordo un po’ egoista, voleva parlare sempre lui e amava stare al centro dell’attenzione, ma era anche una persona dolcissima, letteralmente incapace di stare senza amici. E poi aveva quella scrittura... Con la sua scomparsa siamo tutti un po’ più soli, anche se probabilmente mezza Italia, e non solo per questioni anagrafiche, non se ne preoccuperà più di tanto”.
Come vi conosceste?
“Durante la prima edizione del Premio Tenco, nel 1974, davanti a due bottiglie di whisky: buone come le canzoni di cui parlavamo e i sogni che avevamo. Anche se io lo avevo già ascoltato, un paio d’anni prima, in una specie di hangar. Ricordo ancora che all’attacco de La locomotiva, si alzava davanti a lui una impressionante selva di pugni chiusi”.

In piedi: Roberto Vecchioni, Moreno Rafanelli, Francesco Guccini. Seduti: Alberto Canepa e Paolo Conte
Che nottate quelle, ad alto tasso alcolico, che seguivano le serate del Tenco.
“La più pazza fu probabilmente una in cui ci inventammo un improbabile repertorio di canzoni cecene: io m’arrabattavo con la lingua e lui, alla chitarra, con le melodie. Poi, piegati in due dalle risate, ci scambiavamo i ruoli. Pure sul palco dell’Ariston, sempre durante il Tenco, abbiamo vissuto assieme momenti molto belli, come quella sera dell’89 in cui Francesco si prese la mia Luci a San Siro e poi condividemmo Gli amici, dedicandola a Renzo ‘Bigi’ Barbieri, grande animatore del Club scomparso qualche tempo prima”.
Il vostro ultimo incontro?
“Due anni fa, su Rai3, ospiti entrambi di Giletti a Lo stato delle cose dove, fra l’altro, cantai la sua Autogrill”.
Guccini non amava le etichette politiche.
“E a ragione, anche se era arrivato al successo grazie a quella straordinaria canzone sull’anarchico sulla locomotiva lanciato a bomba contro l’ingiustizia. Era vicino alla sinistra, inizialmente socialista, ma poi i socialisti avevano smesso di essere tali. Comunque, non amava parlare di politica, anche se tutti gli chiedevano di farlo”.
Non amava parlare di politica, anche se tutti gli chiedevano di farlo
Otto anni fa, per registrare assieme Ti insegnerò a volare (Alex), dedicata a Zanardi, andò a stanarlo a Pavana.
“Non cantava più, non riusciva a suonare la chitarra e quello che gli mancava di più era leggere. Ma per me riprese il microfono. Per convincerlo bastò portargli i macchinari a Pavana, spostarsi gli costava fatica”.
Per me riprese il microfono. Per convincerlo bastò portargli i macchinari a Pavana
A Bologna la sua casa artistica, l’Osteria delle Dame, si prepara a riaprire le porte come museo della canzone.
“Quella delle osterie di fuori porta è una pagina sua, noi eravamo solo ospiti di quella realtà spaziotemporale in cui passava tanta umanità assieme ad artisti come Dalla, Conte, De André o Bertoli”.
E Adesso?
“Citandolo, mi verrebbe da dire: Que viva Francesco! ...e a culo tutto il resto”.
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