Il mondo della comunicazione cambia rapidamente, e sempre più spesso i media tradizionali come i giornali e le riviste a stampa (tranne quelle specializzate e con pubblico fidelizzato) subiscono la concorrenza di altri strumenti comunicativi più rapidi e subito disponibili in rete e sugli smartphone come i podcast, le newsletter, le informazioni acquisibili attraverso le piattaforme.
Di una di queste, Esperia Italia, una testata considerata vicina agli ambienti governativi, si è avvalso il ministro Valditara per diffondere una breve intervista (7 minuti), ritrasmessa poi anche su YouTube, nella quale polemizza con giornalisti e scrittori, come Dacia Maraini, che hanno dato “interpretazioni distorte” della legge sul consenso informato (approvata dal Senato lo scorso 4 giugno in via definitiva) che ha reso obbligatorio l’insegnamento dell’educazione al rispetto, alle relazioni e all’empatia in tutte le scuole di ogni ordine e grado.
Chi polemizza parlando di “passi indietro” sui diritti, sostiene il ministro, ignora o sottovaluta colpevolmente il fatto che ben 2.322 scuole su 2.678 (l’86,7%) hanno già attivato percorsi di contrasto alla violenza di genere e che nell’87,4% dei casi tali percorsi sono stati curricolari, cioè integrati nei programmi.
Importante, sottolinea Valditara, è la collaborazione istituzionale fornita dall’Indire (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), che ha avviato uno specifico programma di formazione per gli insegnanti su come gestire in classe le tematiche dell’educazione al rispetto e del contrasto alla violenza di genere.
Con l’occasione il ministro è tornato sulla vexata quaestio del consenso informato, specificando che tale consenso non serve per le attività connesse all’attuazione della legge sul rispetto verso l’altro, “chiunque esso sia, qualunque siano le sue scelte sessuali”, e neppure per l’educazione sessuale in senso biologico (conoscenza del corpo, sviluppo puberale, prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili), che è curricolare, mentre è necessario per contrastare le “teorie gender”, che mirano alla decostruzione dell’identità maschile e femminile in favore di “una pluralità tendenzialmente indefinita di generi”. Mai dunque per i bambini, mentre “per i ragazzi più grandi saranno le famiglie a decidere se affrontare queste tematiche, ma con esperti e scienziati, non con propagandisti”.
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