Roma, 24 agosto 2026 – Addio ai paradisi fiscali terrestri. Il vero eldorado per i capitali del ventunesimo secolo inizia infatti cento chilometri sopra le nostre teste, dove l’atmosfera cede il passo al vuoto cosmico e la gravità fiscale si azzera. Oltre la linea di Kármán si sta infatti giocando una partita economica da miliardi di dollari, una formidabile corsa all’oro che va dall’estrazione mineraria sugli asteroidi al turismo spaziale, passando per la gestione dei satelliti commerciali e di server farm allocate sulla Luna, ma che porta con sé un interrogativo capace di far tremare le cancellerie di mezzo mondo: chi tasserà l’economia dello spazio?

Giovambattista Palumbo
La questione, tutt’altro che fantascientifica, è il cuore di uno studio del Laboratorio dell’Eurispes sulle politiche fiscali e tributarie, coordinato da Giovambattista Palumbo, che lancia l’allarme sui rischi di una deregolamentazione galattica. Senza un’impalcatura legislativa adeguata, avverte la ricerca, lo spazio profondo è destinato a trasformarsi nell’ennesimo paradiso economico per pochi eletti, generando una voragine di sperequazioni tra le superpotenze in grado di sostenere investimenti stellari e i Paesi inesorabilmente ancorati al suolo.
Il trasferimento, ormai anche fisico, di tecnologie e attività commerciali in orbita sta infatti mettendo in crisi l’intero quadro normativo internazionale, storicamente imperniato su concetti geografici di sovranità territoriale che perdono di senso in assenza di gravità. In questo scenario da Far West cosmico, l’Italia ha tentato di giocare d’anticipo ponendosi all’avanguardia nel mondo con la legge 13 giugno 2025, n. 89, una norma che disciplina l’accesso allo spazio extra-atmosferico con l’intento di promuovere l’economia aerospaziale privata e stimolare la competitività delle imprese tricolori, ma che lascia scoperto il tema del prelievo tributario.
Il paradosso è insito nelle stesse fondamenta del diritto internazionale, a partire dall’Outer Space Treaty stipulato sotto l’egida delle Nazioni Unite nel 1967, il cui articolo II sancisce il divieto assoluto di appropriazione dello spazio e dei corpi celesti. In questa sconfinata “terra di nessuno”, sfuggendo ai criteri ordinari della fiscalità internazionale, si crea un vuoto impositivo in un comparto che genera profitti iperbolici, sfrutta in via privilegiata risorse limitate come gli slot orbitali e, soprattutto, produce pesanti conseguenze ambientali.
Affidarsi esclusivamente al principio della Tax Jurisdiction by Registration, basato sull’analogia con le navi in acque internazionali sancita dall’articolo VIII del Trattato, appare una toppa necessaria ma insufficiente per arginare le mire delle multinazionali spaziali. Serve una Space Tax Law globale capace di superare i vecchi dogmi giuridici: è questa la vera sfida geopolitica del futuro. Lo studio dell’Eurispes delinea nuove forme di prelievo sganciate dalla tradizionale sovranità statuale: spicca l’ipotesi di una Orbit Tax, concepita sulla logica della Carbon Tax, che imporrebbe un balzello di partenza di circa 14.900 dollari l’anno per satellite, destinato a crescere progressivamente fino a 235.000 dollari entro il 2040.
Secondo le stime, una gestione fiscale e ambientale rigorosa delle orbite potrebbe addirittura far decollare il valore dell’industria satellitare globale fino a 3.000 miliardi di dollari entro il 2040, rispetto ai 600 miliardi dello scenario di partenza. A questa si affiancherebbe una Space Tourism Tax, con una funzione non soltanto impositiva ma fortemente correttiva: seguendo una proposta statunitense, si ipotizza un prelievo pari a circa il 10% del prezzo del biglietto, una gabella giustificata dal colossale impatto ambientale del settore, considerando che le emissioni pro capite generate da un volo turistico possono superare fino a 60 volte quelle di un normale volo di linea transatlantico.
Insieme all’introduzione di canoni demaniali per l’occupazione delle orbite e dazi sull’estrazione di risorse spaziali, i giuristi prospettano la creazione di un’autorità internazionale modellata su quella per i fondali marini per gestire un simile gettito ultrasovrano. Il coordinamento dovrebbe svilupparsi su tre livelli: Unione Europea, Ocse e Nazioni Unite. E l’Italia, grazie anche alla nuova disciplina nazionale, potrebbe avere un ruolo importante.
La partita della space economy, dunque, non riguarda più soltanto razzi, satelliti e investimenti miliardari. Perché se il capitale può ormai cercare rendimenti oltre l’atmosfera, anche il fisco dovrà trovare il modo di seguirlo.
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