Carcere di alta sicurezza di Tolmezzo, Udine, 29 novembre 1994. Sette giorni dopo la cattura. La memoria è ancora fresca, l’animo agitato. Fabio Savi sta parlando con gli inquirenti: seduti davanti a lui, ci sono i pm Giovanni Spinosa e Lucia Musti. A loro, ’il Lungo’ racconta dei rapporti con i Servizi. "Roberto (il fratello maggiore e leader della banda, ndr) mi ha parlato di una persona dei Servizi segreti italiani che gli ha fatto discorsi strani. Costui ha fatto allusioni che lasciavano intendere che fosse informato della nostra attività quali componenti della banda della Uno Bianca. Costui faceva riferimento al reclutamento di personale con linguaggi allusivi. Roberto mi ha fatto il nome di questa persona, ma io non lo ricordo". Tutto il contrario di quello che ha dichiarato in tv nell’intervista a maggio su Rete 4, quando, citando il se stesso dell’epoca, ha ribadito che "dietro la Uno Bianca ci sono solo la targa, i paraurti e i fanali". Per lui, le rapine e gli omicidi in serie altro non erano che una questione di famiglia: nessuna copertura. Ma, seduto in quella stanza, nel ’94, cita un reclutatore dei Servizi: e oggi proprio di una figura del genere si parla nell’istanza presentata in Procura dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser. In quelle carte si chiede di indagare sul racconto di un teste – all’epoca collega di Roberto Savi – che ora si è fatto avanti dichiarando che, nel 1990, fu accompagnato in una sede ’segreta’ del Sisde in via Lame, dove c’era questo reclutatore tramite cui, per usare le parole di Roberto Savi, "la guerra si poteva fare anche a Bologna, in modo diverso". Di quell’uomo misterioso, c’è anche un identikit.
In quell’interrogatorio, poi, Fabio premette: "Sono preoccupato per la mia integrità", in quanto "sono a conoscenza di un traffico internazionale di armi, esplosivi e mercurio rosso", e dice di essere stato "in contatto con i Servizi dell’Est, in particolare Ungheria, Russia e Ucraina". Dichiara anche di "non essere in grado di fare dei nomi, conosco solo i volti". Anche Eva Mikula, la fidanzata del tempo, afferma (verbale del 3 dicembre ’94) che Fabio le disse che i delitti della Uno Bianca erano nulla in confronto a quanto aveva fatto lui nei Servizi, dai quali uscì nel 1992, "ma aveva ancora ’persone dietro’ in quanto a conoscenza di codici riservati". E, aggiunge Mikula, "mi disse che le stragi in Italia sono state volute dallo Stato per rafforzare la fiducia della gente in polizia e carabinieri". Fabio, pochi giorni dopo, agli inquirenti nega tutto: "Ho detto così solo per farmi grande davanti a lei".
"Gli inquirenti dovranno accertare, alla luce dei tanti indizi, gli eventuali legami della banda con i Servizi", sottolinea Ludovico Mitilini (fratello di Mauro), attivo da sempre tra i familiari per la ricerca della verità. Diversi gli episodi che collegano i Savi ai Servizi – le dichiarazioni di Alberto al compagno di cella (Carrozzo), le dichiarazioni di Roberto Savi nei verbali dell’epoca e poi, di recente, nell’intervista in tv –, ma non solo: "Ci sono diversi testimoni che lanciano degli indizi che collegano la banda ai Servizi". E nel verbale appena rivelato torna fuori la figura del ’reclutatore’. "Io non escludo nulla. Vedo che questi indizi fanno trasparire lo ’zampino’ dei Servizi. Forse, oggi, i tanti tasselli possono essere ricollegati", chiude Mitilini.
Fabio Savi ha tentato di recente di accedere a benefici carcerari, che però i giudici della Sorveglianza di Milano gli hanno negato. "Lungi da noi parlare di ’fine pena mai’ – le parole dell’avvocato Gamberini – in quanto credo che la nostra Costituzione imponga una scommessa, cioè che la rieducazione è possibile. Lui, però, ha sempre avuto un atteggiamento irridente e non ha mai rivelato i nomi di complici e mandanti. E alla libertà si può accedere solo con un vero ravvedimento".
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