«L’aumento dei posti per accedere alla facoltà di medicina non risolve il problema. Anzi rischiamo che nei prossimi anni la professione venga svilita», è l’allarme che lancia Bruno Zuccarelli, presidente dell’ordine dei medici di Napoli. È notizia dei giorni scorsi, infatti, che a livello nazionale si arriva quest’anno a 30.225 posti complessivi, considerando università statali e non statali. Rispetto allo scorso anno ci sono circa 3mila posti in più a livello nazionale mentre la Campania arriva a 1849 posti in totale.
Quale è la situazione? L’aumento dei posti dovrebbe essere una bella notizia.
«E invece no: è l’esatto contrario. Non è che aumentando il numero degli accessi a medicina si risolvono i problemi. Serve un numero adeguatamente programmato altrimenti va tutto a discapito della formazione e della preparazione dei futuri camici bianchi».
Eppure non si fa che parlare del basso numero di medici nelle corsi degli ospedali.
«Sfatiamo questo mito: l’Italia è al secondo posto in Europa per numero di medici rispetto alla popolazione. Il problema è della scarsa attrattività della medicina pubblica: chi si laurea preferisce optare per l’estero o per il settore privato. Il vero problema è questo. Dalla fine degli anni 70 si è iniziato a vedere come il numero dei medici stesse diventando troppo alto e dopo qualche anno si è andato verso il numero programmato perché non c’era la possibilità di assumerli tutti. E per anni in molte regioni, compreso la Campania, le nuove immissioni nel mercato del lavoro sono state congelate a causa del commissariamento. Ma ora fortunatamente ne siamo usciti».
Perché la sanità pubblica, una volta il sogno di ogni medico, ora non attrae più?
«La qualità della vita lavorativa nelle corsie, la remunerazione insufficiente di chi è sottoposto a turni massacranti che per 15 giorni di ferie si deve lavorare il doppio. E per questo ogni medico si amputa di una vita familiare e privata. Il contrario dell’estero o del privato dove gli stipendi sono più alti ed i ritmi di lavoro più umani. Ed in questo modo c’è un danno enorme per le casse dello Stato».
In che senso?
«Formare un solo medico, dall’inizio degli studi alla fine della specializzazione, costa alle casse pubbliche oltre 250 mila euro. Un investimento che non torna indietro in caso un medico scelga un altro Paese o il settore privato».
Torniamo ai posti in più ai corsi di medicina. Quale è il rischio?
«Allargando i cordoni siamo arrivati quasi a 30mila posti. E così facendo tra 5 o 10 anni avremo un numero elevato di laureati con un deprezzamento della professione. Lo dico come medico, cittadino e paziente. Solo in Campania i posti sono stati raddoppiati e le università non sono strutturate per questo numero di studenti che devono godere di un percorso formativo particolari: servono tutoraggio e formazione in presenza ed esperienza sul campo. Ma il problema è anche un altro...».
Dica.
«C’è il doppio binario tra università pubbliche e private: le prime applicano la selezione del semestre filtro mentre le seconde applicano il vecchio sistema della preselezione del numero programmato. Una dicotomia che resta inspiegabile anche alla luce di questo aumento di posti: rischiamo di avere un’università per ricchi. In quest’ultimo caso si finisce per premiare solo chi proviene da contesti scolastici più forti e da famiglie in grado di sostenere percorsi di preparazione costosi. Senza contare che gli atenei pubblici ora devono mettersi al passo per seguire un maggior numero di studenti. Non sarà facile e io temo che in molti casi si possa passare a lezioni in remoto. Con un grande rischio: aprire le porte alle facoltà on line che da sempre spingono per attivare corsi di medicina».
Che riforma metterebbe in campo?
«Il numero programmato andava più che bene e rimane il miglior equilibrio: lo dico da laureato in medicina senza numero programmato. E, ancora, andrebbe resa più attrattiva la medicina pubblica altrimenti i giovani medici saranno sempre più invogliati a lavorare nel privato o all’estero. E per questo servono remunerazioni maggiori per i medici altrimenti lo Stato ci rimette due volte: li forma con costi enormi ma senza che quell’investimento rientri».
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