Introduzione
In concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Un bon petit soldat di Stéphane Brizé trasforma l’ufficio in un campo di battaglia dove il lessico del benessere aziendale nasconde la violenza della performance. Alba Rohrwacher è Carla Moretti, responsabile delle risorse umane chiamata a conciliare felicità dei dipendenti e redditività, mentre Vincent Lindon incarna un CEO carismatico e pragmatico. Tra team building, burnout, slogan motivazionali e una satira che sfiora Fantozzi, Brizé passa dalla rabbia al disgusto e firma un film caustico, claustrofobico e terribilmente contemporaneo. La nostra recensione.
Seguici su:
Quello che devi sapere
Un bon petit soldat, la recensione del film
Il capitalismo contemporaneo ha scoperto una cosa formidabile: può divorarti sorridendo.
Può chiederti di performare oltre le tue possibilità, ricordarti che dare il cento per cento non basta più e, nello stesso tempo, invitarti a impugnare il «bastone della parola» per raccontare ai colleghi un momento di felicità vissuto nelle ultime ventiquattro ore.
Bisogna condividere. Ascoltare. Essere resilienti. Fare team building. Avere nuovi occhi.
Perfino Marcel Proust viene arruolato, o meglio la sua più celebre parafrasi: il vero viaggio di scoperta non consisterebbe nel cercare nuovi paesaggi, ma nell’avere altri occhi. Trasformato in una sorta di Bacio Perugina per manager, probabilmente lo scrittore francese chiederebbe il trasferimento.
Benvenuti in Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, presentato in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia. Un film francese di 102 minuti con Alba Rohrwacher e Vincent Lindon che trasforma un’elegante compagnia assicurativa in un campo di battaglia senza cadaveri visibili.
O almeno senza cadaveri nel senso tradizionale del termine.
Perché qui a morire, lentamente, sono il tempo, l’empatia, le relazioni, la possibilità di essere fragili.
E magari persino la felicità, dopo essere stata diligentemente inserita nell’ordine del giorno della riunione.
Alba Rohrwacher, una brava soldatina senza uniforme
Carla Moretti ha 43 anni, una carriera brillante, un aspetto impeccabile e l’aria di una donna che conosce perfettamente la strada.
Il problema è che non sa più molto bene dove stia andando.
Appena nominata responsabile delle risorse umane della compagnia assicurativa Amali, dovrebbe conciliare il benessere dei dipendenti con gli obiettivi di performance imposti dalla direzione. Poi si imbatte in un caso di management tossico e il confine tra compromesso e compromissione comincia a diventare assai sottile.
Alba Rohrwacher evita magnificamente la trappola dell’eroina edificante.
Carla non è Erin Brockovich. Non arriva per spalancare le finestre, liberare gli oppressi e scoperchiare le pentole del sistema. Lei il sistema lo abita. Lo serve. In qualche modo lo difende. E nello stesso tempo ne viene triturata.
È carnefice e vittima. Complice e prigioniera.
Brizé costruisce il personaggio intorno a un senso quasi patologico di illegittimità. Carla lavora senza tregua, eccelle, ha talento, eppure continua a sospettare di non meritare davvero il posto che occupa. Quella che comunemente chiamiamo sindrome dell’impostore diventa così una meravigliosa arma nelle mani dell’azienda: se pensi di dovere qualcosa a chi ti ha concesso il privilegio di stare lì, sarai disposto a concedergli quasi tutto.
Ed ecco spiegato il titolo.
Il buon piccolo soldato non è necessariamente chi crede ciecamente negli ordini.
Forse è più inquietante chi comincia a comprenderne l’orrore e continua comunque a marciare.
pubblicità
La festa di Natale di Fantozzi aveva più umanità
Ci sono momenti in cui Un bon petit soldat sembra la festa aziendale di Fantozzi dopo un master in Human Resources e una cura intensiva di inglese motivazionale.
Solo che forse nell’universo del ragionier Ugo c’era più umanità.
Il Visconte Cobram, in fondo, amava davvero il ciclismo.
Il professor Guidobaldo Maria Riccardelli, sia pure attraverso metodi pedagogici non esattamente montessoriani, credeva sinceramente nella Corazzata Kotiomkin.
Qua persino le passioni sembrano uscite da una presentazione PowerPoint.
Bisogna raccontare qualcosa di bello accaduto nelle ultime ventiquattro ore. Passarsi il bastone della parola. Essere partecipativi. Sorridere. Mostrare entusiasmo. Trasmettere energia positiva.
E naturalmente bisogna girare un video aziendale.
Perché non basta essere virtuosi. Occorre apparirlo.
Il CEO vuole esserci. Il marchio deve raccontarsi. L’azienda deve mostrare valori, attenzione, inclusione, sostenibilità, felicità, empatia e possibilmente anche un ficus ben potato sullo sfondo.
Brizé individua con precisione chirurgica quella che nel pressbook definisce la «grottesca farsa della comunicazione aziendale»: grandi gruppi che hanno progressivamente iniziato a mettere in vetrina valori etici, ambientali e umani per costruire un’immagine desiderabile di sé.
Del resto, quando un’impresa deve scegliere tra redditività e virtù, il film non nutre particolari illusioni.
Agli azionisti interessano i ricavi.
Non la morale.
«Noi ci prendiamo cura dei nostri collaboratori»
Ed è qui che arriva una delle frasi più feroci del film proprio perché, apparentemente, non lo è affatto.
«Noi ci prendiamo cura dei nostri clienti. Noi ci prendiamo cura dei nostri collaboratori».
Uno slogan perfetto.
Limpido. Inclusivo. Inattaccabile.
Solo che, a quel punto, suona come una minaccia.
Perché Un bon petit soldat racconta un mondo in cui anche le parole sono state sottoposte a ristrutturazione aziendale. Lo sfruttamento diventa performance. La paura una sfida. La stanchezza un deficit di resilienza. Il controllo si chiama accompagnamento. L’obbedienza diventa spirito di squadra.
George Orwell, con ogni probabilità, avrebbe preso appunti.
Il capolavoro del sistema consiste precisamente nell’aver trasformato la responsabilità collettiva in una colpa individuale.
Se non ce la fai, il problema sei tu.
Se vai in burnout, forse non sai organizzarti.
Se la pressione è insostenibile, bisogna lavorare sulla tua capacità di sostenerla.
Nel pressbook Brizé insiste proprio sulla perversione contemporanea della parola «resilienza»: un concetto trasformato dal management in uno strumento attraverso cui far sentire inadeguato chi non riesce più a sopportare la brutalità del sistema.
Insomma, l’azienda ti rompe una gamba e poi organizza un workshop per insegnarti a camminare meglio.
pubblicità
Vincent Lindon, quando il potere non ha bisogno di urlare
Poi c’è Vincent Lindon.
E la scelta è perfidamente intelligente.
Perché Brizé prende l’attore che nei loro film precedenti è stato spesso il corpo dell’uomo schiacciato dal lavoro e stavolta lo mette dall’altra parte della scrivania.
Arnaud Boronat non è un padrone delle ferriere ottocentesco. Non porta il cilindro, non sfratta vedove nella neve e non accarezza un gatto bianco progettando la conquista del mondo.
È peggio.
È intelligente.
È carismatico.
Sa ascoltare.
Sa scegliere le parole.
E soprattutto possiede il talento più prezioso del potere contemporaneo: rendere ragionevole quasi qualsiasi cosa.
Brizé stesso lascia aperta la definizione del personaggio: qualcuno lo chiamerà cinico, qualcun altro pragmatico. Ma il fascino e la violenza incarnati da Lindon devono continuare a contaminare il film anche quando il dirigente non è presente.
È questo uno degli aspetti più inquietanti di Un bon petit soldat.
Il potere non ha più bisogno che il capo sia nella stanza.
Una volta interiorizzato, lavora benissimo da solo.
Il KPI entra anche in famiglia
Naturalmente la performance non timbra il cartellino e non se ne torna a casa alle diciotto.
Segue Carla.
Invade il rapporto con il figlio.
Anche lui deve riuscire. Migliorare. Dare il massimo. Non cedere alla fragilità.
Ufficialmente per il suo bene.
Ça va sans dire.
In realtà Carla applica alla maternità la stessa grammatica con cui l’azienda misura i suoi dipendenti. Suo figlio rischia di diventare una versione junior di un obiettivo trimestrale: se puoi performare meglio, perché accontentarti di essere semplicemente te stesso?
Brizé mette a fuoco il cortocircuito con crudeltà: la donna che viene oppressa dalla retorica della prestazione finisce per riprodurla sulla persona che ama di più.
Il KPI entra in famiglia.
E non si toglie nemmeno le scarpe.
pubblicità
Un ufficio senza via d’uscita
La scelta di regia più radicale è apparentemente semplicissima.
Carla non esce quasi mai dal lavoro.
La sua vita privata ci raggiunge attraverso FaceTime, telefonate, messaggi vocali, immagini su uno schermo. Il figlio, l’ex marito, gli affetti: tutto è remoto.
Persino l’intimità è diventata smart working.
Brizé ha scelto consapevolmente di non mostrare Carla al di fuori del luogo di lavoro: il privato viene smaterializzato dentro dispositivi e comunicazioni a distanza.
Ed è forse l’idea visiva più efficace del film.
L’ufficio non è più uno spazio in cui la protagonista trascorre una parte spropositata della giornata.
È diventato il mondo.
Rohrwacher corre da una riunione all’altra, risponde a telefonate, ascolta messaggi, prende decisioni. È sempre in ritardo anche quando forse è perfettamente puntuale. Non è lei a inseguire il tempo: è il tempo che si diverte sadicamente a correrle davanti.
Il montaggio ellittico e nervoso di Géraldine Mangenot lavora proprio su questa sensazione: frasi interrotte, tagli bruschi, conversazioni che proseguono mentre Carla è già altrove.
Nessun tempo morto.
Perché persino il tempo, evidentemente, deve performare.
Alba Rohrwacher recita negli interstizi
Rohrwacher, invece, cerca ciò che resta vivo tra una performance e l’altra.
Recita soprattutto negli interstizi.
Nel millimetro che separa un sorriso professionale da una smorfia. Nel secondo di troppo prima di rispondere. In quella piega dello sguardo in cui la brava soldatina sembra finalmente accorgersi che la guerra la sta combattendo contro se stessa.
È una prova di sottrazione e di accumulo insieme.
Più Carla tenta di controllarsi, più l’attrice lascia intravedere le crepe.
Brizé racconta che proprio questa capacità di suggerire anziché spiegare lo ha convinto ad affidarle il personaggio: Rohrwacher riesce a lavorare nello spazio fra ciò che le parole affermano e quello che il corpo tradisce.
L’attrice si è trasferita a Parigi per lavorare realmente sul francese del personaggio e in conferenza stampa ha definito il processo con Brizé «totalizzante». Un termine quanto mai appropriato per un film in cui il lavoro finisce per colonizzare ogni centimetro dell’essere umano.
pubblicità
What a Wonderful World e il ritmo dei galeotti
E poi c’è What a Wonderful World.
Brizé apre il film con la versione di Joey Ramone, ruvida, accelerata, quasi punk, del classico scritto da Bob Thiele e George David Weiss. Più avanti risuona invece quella inconfondibile di Louis Armstrong.
Stessa canzone, due mondi.
E soprattutto un titolo che, dentro Un bon petit soldat, assume un sapore perfidamente ironico: «che mondo meraviglioso», mentre intorno a Carla il lavoro divora il tempo, gli affetti e forse persino la capacità di riconoscere la propria felicità.
D’altronde, in un film in cui bisogna raccontare ai colleghi un momento felice vissuto nelle ultime ventiquattro ore, ascoltare What a Wonderful World somiglia quasi a una provocazione.
Come se qualcuno, mentre la nave affonda, avesse avuto la premura di mettere dei fiori sul tavolo.
A completare questa nevrosi c’è poi la musica originale di Bertrand Blessing.
La batteria martella.
Non accompagna: incalza.
Brizé l’ha immaginata pensando al ritmo imposto un tempo ai rematori delle galee, mentre gli archi rappresentano qualcosa di più fragile e segreto, una coscienza che tenta ancora di affiorare sotto il rumore della macchina.
È un’immagine perfetta.
Il capitalismo come galera.
Solo che adesso i rematori hanno LinkedIn.
E magari sul profilo hanno scritto «passionate about people».
Dalla rabbia al disgusto
Un bon petit soldat torna inevitabilmente sui territori già attraversati da Brizé in La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, ma sarebbe sbagliato considerarlo semplicemente il quarto tassello di una serie.
Il regista stesso, durante la conferenza stampa veneziana, ha rifiutato l’etichetta di «quadrilogia».
È cambiata soprattutto la temperatura.
Prima dominava la rabbia.
Adesso arriva il disgusto.
Con il passare degli anni, e attraverso una maggiore comprensione dei meccanismi del sistema, Brizé racconta di aver sentito emergere proprio questo sentimento.
Il risultato è un film più caustico e, sorprendentemente, più divertente.
Non perché ciò che racconta faccia ridere.
Ma perché siamo arrivati a un punto in cui certe liturgie aziendali hanno scavalcato autonomamente la satira.
Brizé sostiene di essersi nutrito di testimonianze reali e sintetizza il proprio metodo con una frase che vale quasi come poetica: non serve molta fantasia, basta osservare le cose come sono e come funzionano.
A volte il realismo, se guardato abbastanza a lungo, diventa una commedia nera.
pubblicità
Il linguaggio come strumento di potere
Alla fine resta soprattutto una frase.
«Noi ci prendiamo cura dei nostri clienti. Noi ci prendiamo cura dei nostri collaboratori».
Più la ripeti, meno ci credi.
Forse è questa la riuscita maggiore di Un bon petit soldat: mostrare come il linguaggio possa diventare il più elegante degli strumenti di coercizione.
La paura diventa opportunità.
La stanchezza resilienza.
L’obbedienza partecipazione.
La brutalità pragmatismo.
E persino la felicità può essere calendarizzata dalle 15.30 alle 16, subito prima della riunione sul budget.
Brizé torna ancora una volta alla domanda che ossessiona il suo cinema: come conservare la propria umanità dentro un sistema capace di sopravvivere soltanto inducendoci a sacrificarne un pezzetto alla volta?
Forse il vero buon piccolo soldato non è chi esegue gli ordini senza comprenderli.
È chi ha capito tutto.
Ha persino visto il tritacarne.
E continua a marciare.
Se fosse un cocktail: Corporate Wellness
Gin, vermouth dry, qualche goccia di bitter alle erbe e un’ombra d’assenzio.
Mescolare con molto ghiaccio e servire in una coppa perfettamente gelata. Twist di limone, naturalmente: l’immagine aziendale è importante.
Limpido, elegante, impeccabile.
Sulla carta promette benessere.
Al primo sorso sembra persino gentile.
Poi arriva il retrogusto di burnout.
E stavolta neppure il bastone della parola potrà salvarci.
pubblicità
>> Home