
Vi è sempre un momento, quando ci approcciamo a osservare un qualcosa, in cui ancora non abbiamo riconosciuto un’immagine, decifrato un testo, messo pienamente a fuoco i contorni di ciò che abbiamo davanti agli occhi. È proprio in questo intervallo – in quello che precede la piena comprensione – che si vuole collocare Aghrab Idrāk: Thresholds of Perception, il progetto espositivo presentato da Virginia Commonwealth University School of the Arts in Qatar (VCUarts Qatar) a Palazzo Cavanis, sulla Fondamenta delle Zattere, in occasione della 61ª Biennale Arte. Il titolo, che in arabo significa qualcosa di simile a “percezione più estranea” o “la più strana percezione”, suggerisce già una possibile chiave di lettura: vedere non significa necessariamente riconoscere. Anzi, talvolta è proprio quando ciò che abbiamo davanti smette di essere immediatamente familiare che la percezione diventa più intensa.

Curata da Hesperia Iliadou e Chase Westfall, la mostra riunisce i progetti di dieci laboratori di ricerca dell’Institute for Creative Research di VCUarts Qatar, trasformando gli spazi dello storico palazzo in una successione di ambienti e soglie attraverso cui il visitatore è invitato a muoversi. Non c’è, dunque, una narrazione unica da seguire e nemmeno un tema da illustrare. Le opere sembrano piuttosto funzionare come una costellazione: ciascuna occupa una posizione autonoma, ma acquisisce significato attraverso la prossimità con le altre. È una scelta che riflette la natura stessa della ricerca condotta nei laboratori di VCUarts Qatar, dove arte, design, tecnologia e pratiche sociali si incontrano non per produrre necessariamente risposte, ma per formulare domande attraverso la sperimentazione.
La mostra di Palazzo Cavanis comincia così a comportarsi meno come una raccolta di opere e più come un dispositivo percettivo. Luce, suono, movimento e materia non sono semplicemente gli strumenti attraverso cui le opere vengono presentate: sono le condizioni attraverso cui esse possono essere conosciute. La percezione diventa allora una forma di ricerca.

Questo è evidente, per esempio, in Mapping Migration Memories, installazione multimediale che ricostruisce attraverso suoni, luci e testimonianze orali le traiettorie storiche che hanno collegato il deserto e il mare in Qatar. In Oceans & Lands: Drifting Senses and Knowledges, invece, un ambiente sonoro ripercorre le storie di movimento e di scambio tra Asia e Africa, facendo della dimensione acustica uno strumento per rendere percepibili connessioni che difficilmente potrebbero essere restituite attraverso una narrazione lineare.
Il concetto di connessione ritorna anche in Bandhani Arabi: From Thread to Word, dove tradizioni tessili dell’Asia meridionale e calligrafia araba entrano in relazione, rendendo visibile una storia di circolazioni culturali che attraversa l’Oceano Indiano. La mostra sembra suggerire, in questo senso, che anche le culture non siano entità immobili, ma sistemi attraversati continuamente da persone, oggetti, lingue, tecniche e immagini.

In mostra, anche il rapporto con la tecnologia viene affrontato attraverso una logica relazionale. In A Monocular Monologue, un robot dotato di un singolo occhio e alimentato dall’intelligenza artificiale interagisce con i visitatori, mettendo in discussione il modo in cui attribuiamo intenzionalità e capacità percettiva alle macchine. In Whisper from United Geekdom, invece, una serie di ritratti video restituisce visibilità alle comunità geek del Qatar, utilizzando l’immagine per lasciare emergere identità normalmente marginalizzate.
Il risultato è una mostra che sembra diffidare dell’idea stessa di punto di vista. Non esiste un osservatore completamente esterno alle opere, così come non esiste un’immagine completamente separata dalle condizioni che la rendono visibile. Ogni esperienza è situata: dipende dal corpo che guarda, dal luogo in cui guarda, dalla storia che porta con sé e dalle relazioni che stabilisce con ciò che incontra.
In questo senso, la mostra a Palazzo Cavanis propone una concezione quasi fisica della conoscenza. Come nella percezione non vediamo semplicemente il mondo ma riceviamo segnali, li interpretiamo e li trasformiamo in esperienza, anche qui il significato non è qualcosa che l’opera possiede una volta per tutte: si produce nel passaggio tra un elemento e l’altro, tra un corpo e un ambiente, tra una memoria individuale e una storia collettiva.
