Ci sono storie che meritano di essere raccontate non per la visibilità, ma per il messaggio che vogliono trasmettere. Quella di Eva Bolognesi è una di queste. Quarantasette anni, livornese di nascita ma milanese di adozione, Eva non incarna il classico stereotipo dell'influencer: laureata in Psicologia, con un master in Bocconi, è una manager nel settore delle risorse umane ma parallelamente ha costruito una carriera come content creator, parlando di moda, beauty, food e lifestyle. Poi, proprio mentre il suo profilo social cresceva, ha scoperto di avere una malattia e la sua vita è cambiata.
Oggi molti ti conoscono come influencer, ma chi è Eva Bolognesi lontano dai social?
«Sono una persona che ha fatto un percorso di studi e professionale abbastanza lineare. Ho frequentato il liceo classico a Livorno, la mia città natale, poi mi sono trasferita a Firenze per l’università, dove ho studiato Psicologia, perché inizialmente volevo diventare psicologa. In corso d’opera, però, ho capito che la mia strada erano le risorse umane. Ho deciso quindi di fare un master alla Bocconi di Milano e di orientarmi verso questo settore. Sono entrata in un’azienda e ho iniziato il mio percorso nelle risorse umane, lavorando poi in diverse società e occupandomi anche di ricerca e selezione del personale. Ancora oggi mantengo questa mia doppia vita professionale: da una parte continuo a lavorare come manager in azienda, dall’altra negli anni ho affiancato a questo percorso anche un lato più creativo sui social».
Come sei passata dalla laurea al ruolo di creator/influencer sui social?
«In realtà ho sempre amato viaggiare, la moda e il buon cibo. Il percorso sui social è nato un po’ per caso, perché le persone che mi conoscevano mi chiedevano spesso consigli: dove andare a mangiare, dove soggiornare, cosa fare in Toscana. Io condividevo semplicemente le mie esperienze personali e, pian piano, ho iniziato a farlo con un pubblico sempre più ampio. Poi c’è stato il periodo pre-Covid e soprattutto quello del Covid, quando avevamo più tempo da dedicare a noi stessi e potevamo pensare anche a fare qualcosa di diverso. Anche se non viaggiavo, ho iniziato a scrivere periodicamente per alcune testate parlando proprio di viaggi. Da lì è nato il desiderio di creare e arricchire la mia pagina social così ho iniziato a occuparmi di moda. Vivo a Milano di base pertanto andavo spesso agli eventi, dove c’erano più opportunità. Durante la Milano Fashion Week, pian piano, il progetto ha iniziato a crescere e a prendere una forma più definita».
Quando hai capito che i social sarebbero diventati qualcosa di più di un passatempo?
«Non c’è stato un momento preciso, è successo tutto pian piano. Sono arrivati i primi inviti, poi le collaborazioni con i brand e la possibilità di partecipare a sfilate ed eventi. Negli anni ho avuto anche l’opportunità di vivere esperienze importanti, come Venezia e Sanremo, che mi hanno permesso di entrare in realtà che prima guardavo da fuori. Al di là del business, per me i social sono sempre stati soprattutto uno spazio creativo. Avendo già un altro lavoro, molto razionale, sentivo il bisogno di coltivare anche questa parte di me. Mi hanno permesso di fare esperienze diverse, conoscere persone nuove e costruire anche belle amicizie».
Com’è il tuo rapporto con gli haters?
«Diciamo che non ho mai avuto tantissimi haters. Le critiche più pesanti sono arrivate soprattutto dopo la partecipazione a “Primo Appuntamento” (il reality condotto da Flavio Montrucchio su Real Time, ndr). Non me lo aspettavo, ma dopo una puntata c’è stata una vera pioggia di commenti negativi, anche da parte di persone che non mi seguivano. Sui social, invece, ricevo ogni tanto le critiche più comuni, legate magari a quello che indosso o a quello che mostro. Credo che chi si espone debba mettere in conto anche questo: se si tratta di opinioni o punti di vista, ci sta confrontarsi, purché lo si faccia con educazione. L’insulto, invece, è un’altra cosa e non credo abbia senso raccoglierlo».
Pochi mesi fa la tua vita è cambiata: che sintomi avevi?
«Sono una persona molto attenta e ho una sensibilità particolare nei confronti del mio corpo: credo che il corpo ti parli. Da qualche tempo non stavo bene, avevo dei sintomi ma continuavo comunque a correre tra il lavoro e l’attività sui social. Pensavo che quella stanchezza fosse semplicemente legata alla vita frenetica che conducevo. Anche in famiglia mi dicevano di fermarmi un po’. Ero anche molto dimagrita, quindi inizialmente pensavo fosse tutto collegato a quello. Però, dentro di me, sentivo che forse c’era qualcosa di diverso».
Quando hai ricevuto la diagnosi?
«A marzo mi sono sottoposta a una serie di esami e accertamenti e mi hanno dato una diagnosi che nessuno vorrebbe ricevere. Non vorrei entrare troppo nello specifico, ma riguarda l’area polmonare e alcuni dei sintomi erano legati alla tosse e alla respirazione. La cosa che vorrei far passare è quanto sia importante ascoltare il proprio corpo. I miei sintomi, purtroppo, erano inizialmente abbastanza silenziosi e io li avevo normalizzati, attribuendoli alla vita frenetica, a un’influenza che avevo avuto o magari al reflusso. Anche perché quando sei giovane tendi a pensare che possa essere qualcosa di meno serio. Invece credo che dobbiamo imparare a essere un po’ medici di noi stessi: se una visita o una diagnosi non ci convince, se continuiamo a stare male, è giusto approfondire e chiedere ulteriori accertamenti.
Perché purtroppo possono passare settimane o mesi, mentre in questi casi è importante essere tempestivi».Qual è stato il momento più difficile in quel periodo?
«Il momento più difficile è stato l’attesa. Dopo uno degli esami mi avevano detto che si trattava di qualcosa di non bello, ma non sapevo ancora cosa fosse. Abbiamo dovuto aspettare un ulteriore esame per avere finalmente “nome e cognome” di quello che avevo. Sono state due settimane devastanti, anche perché nel frattempo ho iniziato a stare davvero male, sia fisicamente sia mentalmente. Forse non sapere è ancora peggio che conoscere la diagnosi, perché ti fai mille pensieri e immagini continuamente scenari diversi. Io, dall’esame che avevo fatto, avevo già capito che non poteva essere qualcosa di leggero. Poi, quando finalmente arriva la diagnosi, c’è la botta, ma anche la reazione. Per fortuna ho avuto intorno a me persone, anche nel settore medico, che mi hanno aiutata a individuare un centro molto valido per quello che ho. E lì, nonostante la paura, ho deciso di affidarmi. È stato difficile, ma credo che il momento più duro sia proprio quello: trovare la forza di affidarsi e iniziare il percorso».
Hai deciso di non parlare pubblicamente della malattia su Instagram, perché?
«Per ora ho preferito non raccontare tutto, anche perché sono ancora dentro questa situazione e devo elaborarla. Però credo che sia importante parlarne. Vedo tante ragazze, anche molto più giovani di me, che affrontano problemi di questo tipo e penso che non debba più essere un tabù. Naturalmente ognuno deve sentirsi pronto, perché parlarne non è semplice. Io, poi, ho sempre preferito raccontare le cose belle e dare al mio profilo un’immagine di leggerezza, senza affrontare troppo spesso argomenti difficili. Però sto riflettendo sul fatto che la vita è fatta di tante cose e che, con i propri tempi, si può anche condividere la parte più difficile. Mi piacerebbe, quindi, pian piano, parlare di più anche con la mia community. La mia famiglia mi sta dando una forza enorme e, quando ho condiviso qualcosa nelle stories, ho ricevuto tantissimo affetto anche dalla community. Mi hanno scritto persone che non conosco, ma anche colleghe o persone incontrate magari una sola volta anni fa. È stato davvero importante e, quando mi sentirò pronta, mi piacerebbe raccontare qualcosa di più anche con loro».
La malattia ha modificato il tuo rapporto con il corpo?
«Sì, sicuramente la malattia ha cambiato il rapporto con il mio corpo. Porto spesso la bandana, anche se ultimamente mi capita di stare tranquillamente senza nulla, soprattutto la sera. La perdita dei capelli, che per una donna può essere un aspetto difficile da vivere, per me in questo momento è quasi l’ultimo dei problemi. Ho anche preso qualche chilo, dopo essere dimagrita molto a causa della malattia e delle cure, anche per il gonfiore e il cortisone. Quindi sì, mi vedo diversa, più rotonda, ma oggi ringrazio il mio corpo ogni giorno per come sta reagendo alle cure. È questo ciò che conta davvero. E ho la fortuna di avere accanto un compagno che non mi fa sentire nessuna differenza».
Questa battaglia che stai affrontando ha cambiato la tua visione sulla vita?
«In realtà sono sempre stata una persona che vive molto il presente. Non sono mai stata una che programma cosa farà tra dieci o vent’anni, anche se ho sempre avuto una certa progettualità. Oggi, però, apprezzo ancora di più ogni giorno in cui sto bene. Dopo le terapie, soprattutto nei primi tre o quattro giorni, sono molto stanca e devo stare a casa, ma poi piano piano mi riprendo. È come se il corpo stesso mi dicesse che è il momento di rialzarmi, camminare, muovermi. Sto imparando ad ascoltare ancora di più i bisogni del mio corpo e della mia mente e a dare loro la priorità».
C'è un sogno che oggi senti ancora più urgente realizzare?
«Avevo prenotato un viaggio a New York per aprile, che chiaramente ho dovuto annullare. Tornare lì dopo tanti anni è sicuramente un piccolo desiderio che vorrei realizzare. Ma, al di là del viaggio, oggi il mio sogno è banalmente stare bene e poter tornare a fare le cose che mi sono sempre piaciute, anche le più semplici, con la leggerezza di sapere che la malattia mi sta dando tregua. Riprendere la mia quotidianità, tornare a viaggiare e fare progetti sarebbe già la cosa più bella del mondo».
Quale messaggio vorresti mandare a chi sta affrontando la stessa battaglia?
«La prima cosa che mi sento di dire è che la testa fa tanto. La positività è importante, soprattutto quando arriva una diagnosi difficile: cercare di mantenere la speranza e credere di potercela fare può dare una grande forza. È chiaro che non tutto dipende da noi e che ci saranno anche momenti di sconforto, ed è normale. Credo però sia fondamentale affidarsi alla scienza e alle cure. Io mi sono affidata a un centro e a un team di medici e voglio credere nei progressi che la medicina ha fatto. E poi c’è anche il sostegno reciproco: in ospedale a volte sono stata io a dare forza alle altre persone, altre volte sono state loro a tirare su me. Per questo, a chi oggi sta affrontando una diagnosi simile, direi soprattutto di crederci: possiamo farcela».
Ultimo aggiornamento: martedì 11 agosto 2026, 07:54
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