Tetto agli studenti stranieri e velo a scuola: la domanda che dovremmo farci (è un’altra)

2026/09/21

Categories: lifestyle

Ci sono notizie che, quando arrivano, sembrano esigere un’immediata presa di posizione. Il governo annuncia un tetto al numero degli studenti stranieri nelle classi e il divieto di burqa e hijab a scuola. Subito il Paese si divide: da una parte chi parla di difesa dell’identità, inclusione e rispetto delle regole; dall’altra chi vede il rischio di discriminazione ed esclusione.

Davanti a queste parole, mi accorgo di avere una certezza e una domanda.

La certezza riguarda il tetto agli studenti stranieri: faccio fatica a credere che sia questo il modo in cui la scuola possa costruire integrazione. La scuola è, prima di tutto, il luogo in cui s’impara a stare insieme nella concretezza quotidiana: seduti allo stesso banco, eseguendo lo stesso esercizio, litigando durante un lavoro di gruppo o ridendo all’intervallo, fino a scoprire che il compagno osservato da lontano ha le nostre stesse paure e, magari, passioni del tutto diverse.

Se separiamo, distribuiamo e calcoliamo prima ancora di incontrare le persone, quale idea di inclusione stiamo costruendo?

La concentrazione di studenti con difficoltà linguistiche o sociali è senz'altro un problema reale, che rende più complesso il lavoro didattico. Ma un conto è cercare strumenti per evitare la concentrazione del disagio; un altro è trasformare la cittadinanza o l'origine di un ragazzo o di una ragazza in un criterio per stabilire quanto spazio possa occupare in classe.

Forse dovremmo chiederci se il problema siano davvero gli studenti stranieri o non piuttosto la nostra capacità di costruire una scuola in grado di accoglierli. Chiediamoci se il mondo che attende questi ragazzi sarà meno plurale di quello che vediamo oggi tra i banchi. Sarà, molto probabilmente, ancora più complesso. E come potremo diventare una società integrata, capace di vivere dentro un mondo che cambia, se il nostro primo gesto davanti alla diversità è quello di contenerla?

Poi c'è il velo. Qui, lo ammetto, faccio più fatica.

Il volto scoperto a scuola non è una questione irrilevante. La scuola è relazione, comunicazione, incontro. Guardarsi negli occhi conta. E il principio di libertà e parità delle donne non può essere accantonato in nome di un generico rispetto culturale. Proprio qui nasce la domanda che mi inquieta: che cosa succede alla ragazza che indossa il velo integrale?

Immaginiamo che dietro quel velo ci sia una famiglia che non le permetterebbe di uscire di casa a capo scoperto. Immaginiamo che, senza di esso, a quella ragazza sia precluso l'accesso alle lezioni. Che cosa facciamo, allora? Le diciamo che il velo è incompatibile con la nostra scuola e le chiediamo di toglierlo? Oppure ci chiediamo se, permettendole di entrare, non stiamo creando l'unico spazio in cui possa imparare, conoscere altre persone, parlare italiano, scoprire altri modi di vivere e, forse un giorno, scegliere con maggiore libertà?

È una domanda scomoda perché racchiude una contraddizione. Il divieto vorrebbe essere una tutela della sua libertà, ma rischia di allontanarla proprio dal luogo che più di ogni altro potrebbe offrirle gli strumenti per emanciparsi: la scuola.

In tutta onestà, non so quale sia la risposta giusta, né se ne esista una sola. E diffido di chi sostiene di averla già pronta.

Mi torna in mente Dante. Nel Purgatorio (canto XI), i superbi camminano curvi, schiacciati sotto enormi massi che li costringono a guardare verso il basso. È una delle immagini della Commedia che più mi hanno colpito: la superbia restringe lo sguardo, ci fa credere di essere il centro del mondo e ci impedisce di vedere ciò che sta fuori di noi, ripiegandoci su noi stessi.

Forse anche noi, a volte, rischiamo di guardare il mondo soltanto dal nostro punto di vista: osserviamo la nostra cultura, le nostre abitudini, il nostro modo di essere donne e uomini, e pensiamo che tutto ciò che non vi corrisponde sia necessariamente un pericolo.

La scuola dovrebbe insegnare a custodire i propri valori (su questo credo si basi la proposta del nostro Presidente del Consiglio) e, al tempo stesso, ad aprire lo sguardo verso il diverso. A conoscere prima di giudicare, a distinguere una persona dalla cultura in cui è nata, una ragazza dalla famiglia che l’ha cresciuta, una scelta da una costrizione.

E qui penso a Malala Yousafzai. La sua storia la conosciamo tutti: è diventata il simbolo di una ragazza che voleva semplicemente andare a scuola e che, per questo, ha rischiato la vita. La sua vicenda ci ricorda che, in molte parti del mondo, l'accesso all'istruzione per le giovani donne non è affatto scontato.

Mi chiedo: quante "Malala" camminano ogni giorno sulle nostre strade? Quante ragazze arrivano nelle nostre città portandosi addosso storie che non conosciamo? E siamo davvero sicuri che una ragazza con il velo abbia meno bisogno di scuola, di lingua italiana, di relazioni e di opportunità rispetto a una Francesca, una Laura o una Elena?

La vera sfida dell’integrazione è fare in modo che studenti con storie diverse possano condividere la stessa classe e diventare semplicemente compagni, ognuno con la propria lingua, la propria storia e la libertà di metterla in discussione. Il compito della scuola è proprio questo: offrire gli strumenti per conoscere il mondo e, nel tempo, scegliere autonomamente chi voler essere.

E forse, prima di chiudere una porta in nome della nostra identità, dovremmo chiederci che cosa succederebbe a chi, dall'altra parte, quella porta non può permettersi di aprirla.

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