La piazza e gli schermi, Melpignano e un pubblico che supera i confini del Salento. Il giorno dopo il Concertone, Massimo Bray parte dai numeri per leggere la trasformazione della Notte della Taranta. Ma per il presidente della Fondazione il punto è trovare l’equilibrio tra uno spettacolo capace di raggiungere milioni di persone e una tradizione legata alla storia e alle comunità che l’hanno custodita.
Massimo Bray, partiamo dai dati. Sia sullo share che sui social sembrano molto confortanti.
«Ho visto quelli che ufficialmente ha trasmesso la Rai. Per loro sono molto buoni: c’è una diffusione molto coerente su tutto il territorio nazionale e una buona diffusione anche nei paesi collegati. Questo è sicuramente un segno che l’idea di portare avanti un rapporto con la Rai, la diretta televisiva allargata anche quest’anno grazie all’Eurovisione, consente a questo bene culturale così importante che il Salento conserva di essere conosciuto e diffuso anche in altre realtà».
La scelta di Ermal Meta inizialmente era sembrata quasi confermare un certo appiattimento sulla Rai e su Sanremo. Invece si è rivelata azzeccata: raramente si è visto un maestro concertatore entrare così dentro la materia e costruire un simile equilibrio tra orchestra e ospiti. È soddisfatto?
«Sono contento di come sia andato tutto, tenendo conto che è una macchina sempre più complessa. È una bellissima festa che si svolge in sicurezza, cosa che a volte viene un po’ trascurata, e per questo si lavora moltissimo. Ho letto anche qualche critica e mi pongo sempre delle domande. Credo che il punto di equilibrio da trovare sia tra uno spettacolo che la televisione ci permette di amplificare e far conoscere a milioni di persone, e quello che può avvenire in quella piazza. Credo che Ermal Meta abbia fatto un gran lavoro nel tentativo di interpretare questa tradizione con rispetto, umiltà, studio, approfondimento. Nessuno di noi possiede una sorta di monopolio di questa tradizione: tutti dobbiamo concorrere alla sua tutela e alla sua cura, così come per tutti i beni culturali ci dice l’articolo 9 della Costituzione. . Se questo patrimonio comune deve essere diffuso e conosciuto, il mezzo televisivo deve partecipare a questa diffusione. Se questo fenomeno restasse confinato all’interesse di poche persone sarebbe un fenomeno d’élite, noi vogliamo invece resti un fenomeno popolare. Credo che Ermal Meta ci sia riuscito».
Di Meta aveva colpito già lo scorso anno la generosità con cui era rimasto sul palco fino alla fine. È stato anche questo a pesare nella scelta?
«Esatto, il tema della generosità su di me ha avuto un grande effetto. Ci eravamo un po’ parlati, mi aveva molto colpito, avevo riscontrato che era veramente sincera, e quindi credo che sia stata un’ottima scelta».
Ha colpito anche la lettura orchestrale, senza parole, dell’inno nazionale, per gli 80 anni della Repubblica e del voto alle donne. Una scelta esposta al rischio della retorica. Che timore aveva?
«Volevo che ci fosse questa dedica agli 80 anni della Repubblica, al voto alle donne. Avevo letto che pochi giorni dopo, nel giugno del ’46, in alcuni grandi teatri italiani era nato spontaneo questo suonare l’inno. E allora abbiamo detto: proviamo questa lettura orchestrale, senza parole. Quando è partito ho detto: “adesso vediamo quante critiche arriveranno”. E invece è stato bellissimo. Anche questo è un bene comune: l’inno è di tutti noi cittadini, donne e uomini».
La Taranta viene anche dalla storia di un mondo rurale a lungo marginale, quasi da un Sud vissuto come una “repubblica a sé”. Far incontrare quella storia con l’inno significa riconoscere una comunità dentro un’identità comune?
«C’è un segnale positivo in questo. C’è forse anche una richiesta di creare forme di speranza, di fiducia nel futuro. Quella piazza è una risposta alla solitudine che viviamo tutti ogni giorno, alle grandi domande sul perché il mondo sia attraversato da conflitti, perché il Mediterraneo sia terra di morte e non, come è stato, di grandi civiltà che si affiancavano una all’altra. Credo che questo fosse anche il messaggio che aveva animato i nostri padri costituenti, protagonisti della costruzione della Repubblica».
Quest’anno si è avvertita una presenza femminile importante e diversificata, dall’Orchestra alle ospiti fino alla conduzione, senza trasformarla in uno slogan. Era una scelta o è venuto naturale?
«Mi sembra che anche questo fosse un segno importante. La nostra Orchestra è davvero un tesoro che abbiamo tra le mani e ha saputo portare avanti questa tradizione in tutte le sue componenti: la parte orchestrale, le voci e la presenza femminile. È sempre stata importante nella tradizione e sicuramente si può fare meglio. Però ho avvertito, tra l’orchestra, gli ospiti e nelle parole di chi ha presentato, la voglia di interrogarsi su quanto questo patrimonio sia ancora vivo e quali messaggi possa dare. Anche quest’anno, lasciando l’area tecnica per andare in piazza, ho visto e sentito una grandissima presenza di giovani, donne e uomini. Il ballo, la notte con le ronde, il bere un bicchiere di vino sono forme di partecipazione e di coinvolgimento. Questo è un bene culturale che deve avere una sua valenza contemporanea e non essere solo un tema del passato».
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