TÄRA è la nuova voce del panorama musicale italiano che con il suo EP Zefiro ci trasporta in dimensioni senza confini, ricordandoci che siamo tutti legati dal passato delle nostre terre e delle nostre radici.
Da dove nasce il tuo legame con la musica?
Ho sempre avuto un bellissimo rapporto con l’arte. Ero convinta di non essere una persona creativa, probabilmente mi ero auto imposta degli standard di un certo tipo, non so nemmeno io per quale motivo. Se ripenso alla mia adolescenza, sono sempre stata esposta a tanti tipi di arte e credo che il legame con la musica sia nato in maniera un po’ spontanea. Nella mia famiglia scorre un po’ questa indole, nonostante non ci sia nessuno che abbia avuto una carriera prettamente artistica. Credo sia tutto nato da una costante voglia di creare, anche se all’inizio non mi sentivo abbastanza brava e lo facevo un po’ per gioco.
La musica sembrerebbe per te un mezzo necessario per raccontare. Ora che è il tuo lavoro è cambiata la tua percezione e rapporto con questa?
Più che cambiata, penso di aver sbloccato nuovi punti di vista. Parlo anche di nuovi gusti che non pensavo di avere, nuove idee, nuovi modi di ascoltare. Parlo di un’apertura diversa, questo è quello che è cambiato per me. Quello che purtroppo potrebbe non mutare è la parte negativa di aspettativa, del traguardo da raggiungere che alle volte ti fa entrare in una bolla di negatività.
Nel tuo EP Zefiro usi il vento come metafora e tracciato del tuo racconto. Il vento porta cambiamento, ma sta a noi non tornare alla condizione precedente una volta che la folata è passata. Qual è stato il tuo prima e dopo la scrittura di questo EP?
Si tratta sempre di consapevolezza ed è bellissimo quando accade durante la formulazione di un concept. Scopri di avere la forza di raccontare le cose in un certo modo, quando cerchi di far arrivare un messaggio. Credo che sia un costante lavoro su se stessi, che ha tanto a che fare con il coraggio. Il prima e il dopo forse non riuscirei a tracciarlo ora in maniera definita, però sono contenta di come si sia evoluto in poco tempo il mio approccio a creare.
Le seconde generazioni stanno trovando una voce di espressione molto forte e fortunatamente ascoltata da tanti. Trovo necessaria questa voce, ma al tempo stesso penso che in Italia le seconde generazioni siano sempre esistite, penso ad esempio agli emigrati dal sud al nord in passato e ancora oggi. Penso a Milano, una città dove è molto difficile trovare dei Milanesi doc ad esempio. Credo semplicemente che si dovrebbe parlare di radici che contaminano il nostro presente, senza bisogno di etichettare le origini di qualcuno. Pensi che l’espressione Seconda Generazione sia un etichetta troppo stretta?
È una realtà che è sempre stata presente. È importantissimo sottolineare e non dimenticare le proprie radici, perché potrebbero essere l’unica fonte di memoria nel tempo. Ho sempre voluto focalizzare il mio lavoro su quanto sia importante preservare le proprie radici e non perderle, non solo per la persona singola, ma per salvaguardare il posto. Questo concetto dell’Italia in diaspora nella stessa nazione, l’avevo usato come ispirazione nel mio brano “Diaspora”, proprio perché è molto più facile capire gli altri nel momento in cui ci rendiamo conto che non siamo poi così tanto diversi.

Il suono del tuo EP sembra come un crescendo, traccia dopo traccia. Come hai lavorato alla ricerca sonora dei tuo pezzi?
Sono molto perfezionista, non ho permesso al mio cervello di riposarsi in quella fase. Se qualcosa non mi convince, devo trovare il modo di proiettarlo e farlo diventare concreto. Volevo creare un inizio che includesse delle domande esistenziali e una soluzione che comprendesse delle risposte.
C’è qualcosa che hai scoperto di te facendo questa esplorazione?
Più che scoprire è una cura per il mio bambino interiore. Forse questa è stata la scoperta.
Passando invece ai testi, li trovo molto evocativi nel bene e nel male di ciò che evocano e ricostruiscono attraverso immagini. Pensi che le canzoni oggi siano ancora capaci di essere porta bandiera di una denuncia?
Penso che oggi sia il momento più facile, perché abbiamo tutti gli strumenti del caso, dobbiamo solo mettere insieme gli ingredienti. Proprio per questo curo anche la direzione artistica e creativa dei video, voglio stare dietro alla camera, non solo davanti. Voglio raccontare una storia evocativa. Per me è fondamentale sapere che, anche solo a piccoli passi, io stia realizzando questa cosa. Mi mette speranza.
Il panorama della musica in Italia è molto ridotto, ma al tempo stesso pullula di artisti emergenti che propongono nuove strade e nuove possibilità. La tua strada è Arab&B: mi racconteresti come sei arrivata a definire questo spazio?
Proprio perché credo sia importante che alcune cose di me non rimangano implicite - nonostante io ami l’arte in maniera astratta - ho cercato di trovare una possibilità di visualizzazione in uno spazio. Era giusto dargli dei limiti, per quanto sia possibile, perché io stessa sono andata fuori da questo confine. Secondo me la definizione è abbastanza rappresentata dal mio lavoro, perché effettivamente sono le mie due influenze principali alla base di quello che ascolto e di quello che creo.
Quest’estate sarai in tour tra l’Italia e l’Europa, credi che sarà diversa l’esperienza live dentro e fuori dall’Italia?
Non vedo l’ora di testare questa cosa. Ho avuto qualche esperienza fuori dai confini dell’Italia, per esempio in Svizzera, dove c’è una parte più chiusa e una più aperta e vorrei quindi capire tutto il resto dell’Europa come reagisce. Dal 2016, un anno in cui siamo stati esposti al mondo social, è cambiata anche la funzione dei live. Prima di quel momento il pubblico era più esuberante ai concerti, ora è più silenzioso, nonostante la stima per l’artista non cambi. Voglio effettivamente capire questa nuova dimensione e sarà bello testarlo fuori e dentro l’Italia.
Che augurio ti faresti per questo tour?
Di vivermi il momento smettendo di fare costanti comparazioni, perché è facile cadere in quella trappola.
Hai curato la Playlist per Harper’s Bazaar per il mese di Luglio, come la descriveresti?
Un viaggio che dimostra che la musica non ha confini.
