Il professor Emanuele Tondi, geologo e prorettore vicario dell’Università di Camerino, già responsabile della sede Ingv di Unicam, spiega cosa accade quando la terra trema e l’importanza della prevenzione
Emanuele Tondi, geologo e prorettore vicario dell’Università di Camerino

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Il professor Emanuele Tondi, geologo e prorettore vicario dell’Università di Camerino, già responsabile della sede Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) di Unicam, spiega cosa accade quando la terra trema e l’importanza della prevenzione
Professore, quali sono le faglie attive nelle Marche? “Nelle Marche abbiamo sostanzialmente due tipi di faglie attive. Nella fascia appenninica interna prevalgono le faglie dirette, nelle quali un blocco si abbassa rispetto all’altro. Sono legate all’allungamento dell’Appennino e hanno contribuito alla formazione dei bacini intramontani. Sono queste le faglie responsabili, ad esempio, dei terremoti del 1997 a Colfiorito e del 2016 sul sistema Monte Vettore-Monte Bove. Verso la costa e nell’Adriatico prevalgono invece le faglie inverse, nelle quali un blocco si solleva rispetto all’altro: qui siamo ancora in compressione e l’Appennino continua lentamente a crescere verso est. Alcune faglie sono anche attive e capaci (Fac), cioè possono produrre durante un forte terremoto una rottura permanente della superficie”.
Cosa sono le faglie silenti? “Sono faglie attive che da molto tempo non producono un forte terremoto. Una faglia accumula lentamente deformazione per centinaia o anche migliaia di anni e poi la libera in pochi secondi con un terremoto: è il cosiddetto ciclo sismico. Particolarmente importanti sono i gap sismici, cioè settori di sistemi di faglie che non si attivano da molto tempo mentre quelli vicini hanno già prodotto forti terremoti. Non significa che possiamo prevedere quando si romperanno, ma sono certamente zone da studiare e attenzionare maggiormente. Con la paleosismologia possiamo inoltre ricostruire i terremoti avvenuti migliaia di anni fa e stimare gli intervalli di ricorrenza di una faglia, confrontandoli con il tempo trascorso dall’ultimo grande evento”.

Blocco-diagramma che mostra una schematizzazione di una faglia (o sistema di faglie) normale attiva e sismogenetica dell’Appennino centrale (Ingv)
Ci sono faglie di nuova formazione? “Non dobbiamo immaginare faglie che compaiono improvvisamente. Le faglie hanno una storia geologica molto lunga, ma crescono nel tempo. Ogni terremoto produce uno spostamento e contribuisce alla loro evoluzione: aumenta il rigetto, cioè lo spostamento complessivo tra i due blocchi, e può aumentare anche l’area della faglia. Faglie più piccole possono inoltre propagarsi e collegarsi tra loro, formando nel tempo strutture più grandi e complesse”.
Qual è stato il terremoto più forte registrato nella nostra regione? “I terremoti non conoscono i confini amministrativi, quindi dipende dall’area che consideriamo. Tra i maggiori eventi storici con epicentro nelle Marche abbiamo il Fabrianese del 1741 e il terremoto dell’Appennino marchigiano del 1799, entrambi con magnitudo stimata intorno a 6.2. Allargando lo sguardo all’Appennino centrale, la sequenza del 1703 raggiunse magnitudo prossime a 7 e interessò pesantemente anche il nostro territorio. Nel 2016 abbiamo avuto gli eventi del 24 agosto e del 26 ottobre, seguiti il 30 ottobre dal terremoto di magnitudo 6.5 con epicentro a Norcia, in Umbria, ma appartenente alla stessa sequenza. Per i terremoti storici va fatta una precisazione: la magnitudo non è misurata, ma stimata sulla base degli effetti e dei danni. In sequenze complesse questi possono derivare anche da più scosse ravvicinate, quindi il valore unico riportato nei cataloghi può semplificare e talvolta sovrastimare la magnitudo del singolo evento, come potrebbe essere avvenuto nel 1799”.

Modello digitale di terreno (rilievo ombreggiato) dell’Appennino centrale in cui sono rappresentate le tracce delle principali faglie quaternarie e/o attive (linee rosse). Fonte Ingv
Quali sono le aree più a rischio? “È importante chiarire che pericolosità e rischio non sono la stessa cosa. La pericolosità indica quanto un territorio può essere interessato da forti scuotimenti; il rischio dipende anche dalla vulnerabilità degli edifici e da persone e beni esposti. La fascia appenninica interna presenta la maggiore pericolosità sismica, ma questo non significa che la costa sia esente da terremoti. Inoltre, anche dove la pericolosità è minore, il rischio può essere elevato se il patrimonio edilizio è vulnerabile o c’è una forte concentrazione di popolazione”.
Come proseguono gli studi di Unicam e Ingv sul territorio? “Gli studi proseguono integrando geologia, sismologia, geodesia e geofisica. Studiamo le faglie sul terreno e le tracce lasciate dai terremoti del passato e confrontiamo queste informazioni con la sismicità attuale. L’obiettivo non è prevedere quando avverrà il prossimo terremoto, ma conoscere sempre meglio le faglie attive, le loro dimensioni, come interagiscono e quale terremoto possono potenzialmente generare. Sono informazioni fondamentali per valutare la pericolosità del territorio”.
Come fare prevenzione? “Non possiamo impedire un terremoto né sapere esattamente quando avverrà, ma possiamo evitare che si trasformi in una catastrofe. Significa rendere più sicuro il patrimonio edilizio, costruire correttamente, pianificare il territorio e preparare la popolazione. Un ruolo importante lo ha oggi la microzonazione sismica, che permette di individuare anche le faglie attive e capaci (Fac). Se una faglia può rompere la superficie, infatti, bisogna evitare per quanto possibile di costruirci sopra, definendo specifiche zone di rispetto. Nelle Marche il terremoto fa parte dell’evoluzione naturale del territorio. Per questo la prevenzione va fatta soprattutto quando il terremoto non c’è, non soltanto durante l’emergenza”.
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