VERONA - Saranno processati davanti alla Corte d'Assise di Verona i fratelli Franco, Maria Luisa e Dino Ramponi. Devono rispondere dei reati di strage, detenzione di esplosivi e minacce per la carneficina di Castel D'Azzano in cui morirono, nell'esplosione del loro casolare il 14 ottobre 2025, i tre carabinieri Marco Piffari, Davide Bernardello e Valerio Daprà.
Il processo
Lo ha stabilito giovedì 17 settembre la giudice per le udienze preliminari Beatrice Marini, davanti alla quale si è presentato solo Franco Ramponi, 66 anni. Assenti invece Dino (64 anni) e Maria Luisa (60 anni) che sono reclusi rispettivamente nel carcere di Trento e in quello di Vicenza.
Il processo si aprirà il 26 ottobre davanti al collegio presieduto da Raffaele Ferraro. La Gup ha rigettato tutte le richieste delle difese, relative a una perizia in incidente probatorio sulla capacità di intendere e volere dei tre fratelli. Respinta anche l'istanza dell'avvocato Enrico Bastianello, che difende Dino Ramponi, di non luogo a procedere per strage perché il suo assistito era fuori dal casolare al momento dell'esplosione.
In aula c'erano anche alcuni dei feriti e parenti delle vittime. «Abbiamo piena fiducia nella magistratura - ha detto Fredile Bernadello, papà del 36enne Davide - sia inquirente, sia giudicante.
Non posso dire che siamo soddisfatti perché quello che succederà in Tribunale non potrà certo restituirci il nostro Davide, però siamo fiduciosi in una giusta sentenza».
La tesi difensiva
«Non volevano uccidere nessuno, si volevano suicidare. Non volevano uccidere i carabinieri, né altre persone. Volevano solo suicidarsi pur di non consegnare la casa». Queste le parole di Luciano Arcudi, avvocato difensore di Franco Ramponi, esponendo la sua tesi difensiva nel corso dell'udienza.
«Non avevano nessuna intenzione omicidiaria, ma suicidiaria - ha affermato Arcudi -. Le parti civili parlavano di una guerra e io invece ho parlato di una disgrazia. Loro volevano suicidarsi pur di non consegnare l'immobile, perché secondo loro vittime di un'ingiustizia».
Durante l'interrogatorio il suo assistito Franco Ramponi non ha parlato né ha fatto dichiarazioni spontanee. «Cercheremo di dimostrare l'estraneità del concorso - è la linea di Arcudi - il mio era estraneo ai fatti, continuo a insistere su questa tesi e poi vedremo».