VERONA - Il giorno dopo il rinvio a giudizio dei fratelli Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi con l’accusa di strage per aver fatto esplodere il loro casolare di Castel D’Azzano, nel Veronese, uccidendo i carabinieri padovani Davide Bernardello, 36 anni; Valerio Daprà e Marco Piffari, entrambi di 56 anni, schiacciati dalle macerie dell’abitazione, è la procura generale di Venezia a giocare una nuova mano con l’apertura di un fascicolo d’indagine nei confronti dei vertici dei carabinieri di Verona che tracciarono le linee del blitz all’alba del 14 ottobre 2025 con il quale sgomberare il cascinale nella campagna scaligera, pignorato ai tre fratelli per sanare vecchi debiti e più volte difeso dagli stessi con minacce reali a tutti gli ufficiali giudiziari incaricati di farsi consegnare le chiavi.

I nomi
Ad aprire un fascicolo sui tre ufficiali dell'Arma è stata la Procura generale di Venezia, competente per i procedimenti di carattere disciplinare a carico di ufficiali. Da Palazzo Grimani è stato quindi notificato un capo di incolpazione al capitano Vincenzo Spataro, comandante della compagnia di Villafranca (Verona), al tenente colonnello Antonio Sframeli, comandante del reparto operativo di Verona (che ha lasciato l’incarico nelle scorse settimane) e al colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale dei carabinieri veronesi.
L'accertamento riguarda presunti errori sul piano della pianificazione dell'intervento, nella sua gestione e per non averlo interrotto quando era apparso chiaro che i Ramponi avevano saturato di gas l'ambiente del casolare, con rischio di esplosione evidente. A richiedere gli accertamenti erano stati anche i familiari di Marco Piffari, una delle tre vittime assieme a Valerio Daprà e Davide Bernardello.
Le accuse
Ai tre ufficiali si contestano le modalità dell'irruzione, che avrebbe richiesto una pianificazione con anticipo congruo. Alcuni giorni prima Maria Luisa Ramponi era stata notata acquistare benzina, e non sarebbe stato monitorato l'acquisto di bombole di gas.
Altro punto critico la decisione di effettuare il blitz di notte: dai video emergerebbe che l'avanzata dei reparti speciali era ostacolata da attrezzi e materiali poco visibili a causa dell'oscurità. Obiezioni sarebbero state infine avanzate dai responsabili nei briefing precedenti l'azione, nel pomeriggio del 13 ottobre.
Il blitz
La mattina del 14 ottobre i carabinieri erano arrivati in via San Martino a Castel D’Azzano per sgomberare il cascinale nel quale vivevano i fratelli Ramponi.
Con le forze dell’ordine c’erano anche i vigili del fuoco, perché chi aveva ordinato lo sgombero con la forza sospettava che all’interno ci fossero armi ed esplosivo. Le foto scattate da un drone qualche giorno prima erano state rivelatrici, in questo senso: si vedevano due bottiglie molotov appoggiate sul tetto, pronte all’uso. Motivi per cui, appena arrivati attorno al casolare dei fratelli Ramponi, i militari avevano infranto le finestre al piano terra, lungo tutto il perimetro dell’abitazione, per scongiurare il rischio di un ambiente saturato con il gas.
L’impensabile
Prima di entrare i militari avevano quindi atteso qualche istante per far arieggiare i locali. Non potevano immaginare che ad attenderli al primo piano ci fosse Maria Luisa Ramponi con sei bombole a gas pronte ad esplodere e un accendino in mano con il quale aveva dato il via all’esplosione, come si vede nel video diffuso nei giorni con le immagini di una delle bodycam di un carabiniere. Una deflagrazione così forte da sventrare quasi metà casa e far cadere le macerie sui tre carabinieri che, per primi, avevano dato il via al blitz. L’autopsia dirà infatti che ad uccidere i tre carabinieri è stato il crollo dell’abitazione.
Le difese
I fratelli Ramponi, accusati di strage in concorso, detenzione esplosivi e resistenza a pubblico ufficiale «non volevano uccidere nessuno, si volevano solo suicidare. Non volevano uccidere i carabinieri, né nessun'altra persona. Volevano solo suicidarsi pur di non consegnare la casa». Questo aveva detto in aula l’avvocato Luciano Arcudi, legale di Franco Ramponi, unendosi alla richiesta del collegio difensivo di una perizia (respinta) sulla capacità di intendere e volere e di stare in processo da parte dei tre fratelli. «Non avevano nessuna intenzione omicidiaria, ma suicidiaria – ha affermato Arcudi – Le parti civili parlavano di una guerra e io invece ho parlato di una disgrazia. Loro volevano suicidarsi pur di non consegnare l'immobile, perché secondo loro vittime di un'ingiustizia».
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