Dalla moka express alla lampada Arco, storia di come il design italiano ha cambiato per sempre le nostre vite (e i nostri gesti)

2026/09/22

Categories: lifestyle

Storia di come il design italiano ha cambiato per sempre le nostre vite. Dalla moka express alla lampada Arco, passando per la Fiat 500, come semplici oggetti hanno influenzato le nostre abitudini (gestualità compresa)

Che i nostri siano tempi bislacchi lo si capisce anche dal destino di certe parole. Pronunciata oggi, la parola design in molti ambienti elitari, forse non più minimalisti ma comunque sofisticati, fa venire in mente oggetti più belli da contemplare che non comodi da usare. Eppure la storia del design italiano del Novecento, in buona parte, è stata esattamente il contrario: desiderio e sforzo di migliorare la vita del maggior numero possibile di persone.

Prendiamo la moka express nata nel 1933 da un progetto di Alfonso Bialetti, esposta al MoMa come pezzo immancabile dell’industrial design. L’idea gli venne osservando sua moglie Ada fare il bucato. L’antenata della lavatrice, chiamata lisciveuse (dalla liscivia, un detersivo a buon mercato molto diffuso) era un apparecchio con una sorta di caldaia, dentro il quale si mettevano i panni, l'acqua e il detersivo: l’acqua bolliva risalendo lungo il tubo, poi riscendeva sciogliendo la liscivia. Non si potrebbe usare lo stesso sistema per prepararci il caffè in casa? Si domandò Bialetti un giorno qualunque, in quel di Crusinallo. Da allora ogni mattina, milioni di persone aspettano il borbottio della moka: non stanno semplicemente preparando il caffè, partecipano a una liturgia domestica. Perché questo fa, il buon design: inventa nuovi gesti, e i nuovi riti che quei gesti si portano dietro.

Leggi anche: Zurich Design Weeks 2026: perché a settembre Zurigo diventa la capitale svizzera del design contemporaneo?

design italiano

Manifesto pubblicitario per la macchina da scrivere portatile Olivetti Lettera 22 disegnato nel 1954 da Raymond Savignac.Foto courtesy Associazione Archivio Storico Olivetti, Ivrea - Italy

Dietro alla storia del design italiano si nasconde un legame con la gestualità, e un progetto politico

Noi italiani di gesti ce ne intendiamo, in un certo senso facciamo design anche solo parlando, come sosteneva Bruno Munari, che al nostro gesticolare nel 1958 dedicò lo splendido Dizionario dei gesti italiani. Costruito come un almanacco visivo nel quale le mani diventano archivio del linguaggio non verbale, il Dizionario è una magistrale lezione sul design nostrano. Ci ricorda che ogni cosa, da un saluto al manico di una tazza, è al tempo stesso forma e funzione. Naturale dunque che il progettista, prima di mettersi a modificare la realtà, debba innanzitutto osservarla. Andare per il mondo, studiare da vicino come le persone si muovono, indicano, afferrano, comunicano. Capire cosa desiderano, immaginare dove vogliano andare.

Nell’Italia del Dopoguerra e poi in quella della ricostruzione, il design fu un progetto politico prima ancor prima che estetico. Imprenditori e progettisti si rivolgevano alla classe media che stava nascendo, puntarono a disegnare oggetti che potessero riportare l’Italia a un certo livello di qualità della vita, che tenessero conto della storia del Paese ma lo guidassero verso la modernità. Erano anni in cui si aveva bisogno e voglia di scrollarsi un po’ di polvere e di zavorre di dosso. Bisognava ritrovare l’entusiasmo, riscoprirsi capaci. Non inconsistenti: agili. Non superficiali: liberi.

Olivetti Factory workers are currently assembling typewriters called 'Lettera 22' 1955.

Olivetti Factory workers are currently assembling typewriters called 'Lettera 22', 1955. (Photo by Pictorial Parade/Archive Photos/Getty Images)Pictorial Parade/Getty Images

Dalla Fiat 500 alla Superleggera, passando per la lampada Arco: tutti gli oggetti di design che migliorarono per sempre le nostre vite

Fu allora che cambiò una volta per tutte il nostro modo di spostarci: merito di una due ruote lieve come una bici ma robusta come un’auto (la Vespa 98 progettata da Corradino d’Ascanio nel 1946), e di un’utilitaria ad alta tecnologia e costi contenuti (la Fiat 500 del 1955, a firma di Dante Giacosa), che democratizzarono una volta per tutte la mobilità, permettendo a milioni di italiani di muoversi, viaggiare e scoprire il Paese. E tanti desideri oggi del tutto comuni nacquero in quel momento. Fu allora, in quel tempo che oggi ci appare remotissimo, che si cominciò a pensare che sarebbe stato bello poter lavorare un po’ ovunque: tutto merito della Lettera 22, che pesava meno di 4 chili e poteva stare in una valigia. La disegnò Marcello Nizzoli su richiesta di Giuseppe Beccio, direttore tecnico dell'Olivetti, che gli aveva chiesto di immaginare una macchina portatile, che permettesse di scrivere da dove non era ancora possibile: da una camera d'albergo, un treno, una panchina. Grazie a Zanuso e Sapper, a metà degli anni Sessanta, avremmo scoperto che si poteva telefonare spostandosi liberamente in giro per la casa: pieghevole e tascabile, il mitico Grillo dava la possibilità di portare la comunicazione sempre con sé. Anni luce prima degli smartphone, non ne aveva certo la tecnologia ma ne anticipava l’intuizione, e raccontava di come il design potesse scrivere nuovi comportamenti, desse forma a nuove abitudini.

Questa Italia risorta e rifiorita si scoprì e si sognò improvvisamente agile, e neppure star seduti ormai era più la stessa cosa: ci aveva pensato Gio Ponti quando si era messo in testa di disegnare “una sedia leggera e forte nello stesso tempo, di sagoma giusta, di prezzo basso. Una sedia-sedia, modestamente, senza aggettivi”. Nacque la Superleggera prodotta da Cassina nel 1955. 1700 grammi, seduta in canna, struttura in frassino (un legno elastico e leggero), telaio in faggio (legno invece resistente e compatto): “una sedia carica di umile nobiltà”, come la chiamerà Le Corbusier, catturando lo spirito di un oggetto, ma anche un po’ quello di un’epoca, che univa perfezione formale, affabilità economica, ricerca di spensieratezza.

design italiano

Dépliant promozionale di Vespa del 1946.Foto courtesy Archivio Storico Piaggio

Persino la luce, imparammo a spostare a nostro piacimento. I fratelli Castiglioni ci mostrarono che era possibile grazie all’intramontabile lampada Arco (Flos, 1962), in cui la base in marmo sostiene uno stelo curvo che attraversa lo spazio con personalità e leggerezza. Perché forare il centro del soffitto se puoi portare l’illuminazione dove vuoi? Ancora oggi, a distanza di decenni, se l’Arco continua a sembrarci contemporanea è perché risolve con una straordinaria intelligenza formale un problema oggettivo.

Voltiamoci un attimo indietro, torniamo per un momento a osservarli da vicino, questi reperti di un’epoca ormai alle nostre spalle: non come esercizio di nostalgia, ma per ricordarci che il design, quando è buono, è prima di tutto un verbo: un progettare pratico, schietto, che lavora e sogna in mezzo alla gente. Non si dà arie, non vuole mostrarsi. A volte neppure si nota. Semplicemente, funziona. E cambia per sempre le nostre vite senza chiederci il permesso.

Questo articolo compare sul numero di ottobre 2026 di Vogue Italia

Leggi anche:

Vuoi ricevere tutto il meglio di Vogue Italia nella tua casella di posta ogni giorno?

Iscriviti alla Newsletter Daily di Vogue Italia.

>> Home