I democratici Usa guardano già oltre le elezioni di metà mandato di novembre e gettano le basi per la sfida delle presidenziali del 2028. Una sfida che parte da una rivoluzione del calendario delle primarie che ha come obiettivo la massima mobilitazione dell'elettorato afroamericano, ispanico, asiatico e delle altre minoranze, allo scopo di lanciare il candidato capace di catturare il consenso più ampio possibile. Così South Carolina e Nevada saranno i primi due Stati a votare nel gruppo di sei Stati chiamati a scremare la nutrita rosa dei pretendenti. Con la retrocessione di Iowa e New Hampshire a maggioranza bianca.
L'ordine in cui votano gli Stati Usa svolge un ruolo cruciale nel plasmare le primarie, influenzando sia i temi del dibattito sia il candidato che alla fine emergerà come vincitore. I vertici del partito, riuniti nel Comitato nazionale democratico (Dnc) sabato ad Austin, in Texas, hanno fissato al 22 gennaio del 2028 il voto nella Carolina del Sud, seguita da Nevada (1 febbraio), New Hampshire (8 febbraio), New Mexico (15 febbraio), Michigan (22 febbraio) e Virginia (29 febbraio). Dopo i primi sei voti, un'altra serie di Stati finirà nel 'Super Tuesday' elettorale all'inizio di marzo (spesso decisivo), seguiti infine dagli altri.
Quella decisa è una svolta radicale rispetto al passato: per decenni, Iowa e New Hampshire hanno dato il via alla lunga procedura dem. Ora, invece, due Stati del Sud e due dell'Ovest si ritrovano nelle prime consultazioni, il che accrescerà l'influenza di voto afroamericano, latino e asiatico. "Sei Stati, regioni diverse, comunità diverse, esperienze diverse, ma uniti in un'unica tabella di marcia verso la Casa Bianca", ha osservato Ken Martin, a capo della Dnc. La selezione degli Stati punta molto poi a privilegiare quelli dove la battaglia con i repubblicani è più incerta: la California, ad esempio, ha la più ampia diversificazione etnica dell'Unione, ma è da decenni nel controllo dei dem.
In vista delle midterm di novembre, intanto, la sinistra progressista sembra aver avviato la correzione di rotta, malgrado il boom della componente 'socialista'. Anche Alexandria Ocasio-Cortez, erede di Bernie Sanders, ha promosso la svolta condivisa da buona parte dell'ala progressista: "Il Woke 1 era una follia, puntiamo sull'economia", ha detto di recente Aoc, con un'autocritica sull'esasperazione della cultura woke, termine che i conservatori americani usano in senso dispregiativo contro i movimenti anti-razzisti e per la diversità. Lo stesso presidente Donald Trump, parlando della deputata di New York star dei democratici, ha detto che Aoc alla fine si candiderà alle presidenziali del 2028, rimarcando le sue dichiarazioni che hanno anche ritrattato il taglio dei fondi alla polizia. "Stanno tutti cercando di rinnegare le loro dichiarazioni sulla criminalità", ha notato Trump, parlando venerdì con Fox News.
Per il tycoon non butta bene: con la guerra all'Iran irrisolta, l'inflazione alta e il caro-carburanti, un sondaggio del Financial Times ha fatto emergere che il 53% degli elettori Usa vede un deterioramento economico sotto la sua presidenza. I dem sono ora considerati più affidabili del Gop sulla gestione di inflazione, costo della vita e occupazione.
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