Ogni anno l'industria della moda produce migliaia di tonnellate di scarti tessili che finiscono in discarica, quando non direttamente in mare. È da questo problema, tutt'altro che nuovo, che è partito Psycho (acronimo di Post-production faShion waste upcYCling into Hybrid composite material for remediatiOn and energy), il progetto presentato domenica scorsa alla Fiera del Levante di Bari, nato dall'incontro tra Ascla-Società cooperativa Impresa Sociale, l'azienda Radice Cubica, il Nanotec del Cnr di Lecce e due imprese di Martina Franca, Icoman 2000 e Spafil.
L'obiettivo è trasformare quei rifiuti in spugne capaci di ripulire l'acqua da oli e idrocarburi e in elettrodi per batterie organiche. «L'idea nasce dalla volontà di creare un qualcosa legato all'economia circolare, di dare una seconda vita a degli scarti che derivano da un'industria importante posizionata nella Regione Puglia», racconta Paolo Vitali, Amministratore unico di Radice Cubica, l'azienda che coordina il progetto. Il lavoro è nato all'interno dell'avviso “Reti per Taranto” della Regione Puglia: è proprio nella provincia tarantina, terra segnata dall'inquinamento industriale, che ha senso ripartire dagli scarti del tessile. Il partenariato con Ascla e con il Nanotec, spiega Vitali, «nasce sicuramente da attività pregresse» di ricerca su materiali innovativi condotte insieme negli anni. Il cuore del progetto è una superficie tessile “funzionalizzata”, trattata con composti nanostrutturati capaci di assorbire selettivamente gli oli. «I tessuti vengono trattati con queste sostanze per diventare assorbenti, in questo modo, diciamo, quasi delle spugne», spiega Vitali: assorbono «sia oli che galleggiano che oli di profondità», fino a saturazione, e a quel punto «possono essere spremute come delle vere e proprie spugne» e riutilizzate. Con pirolisi e macinazione, gli scarti diventeranno anche polveri di carbonio conduttivo, per rimuovere metalli pesanti dall'acqua e costruire elettrodi per batterie organiche. Un terzo filone, biotecnologico, userà funghi per degradare coloranti azoici e microplastiche. Dietro la scelta c'è un ragionamento economico oltre che ambientale. «Lo scarto dell'industria tessile oggi rappresenta un rifiuto», con costi di smaltimento che pesano sulle imprese e che spesso, ricorda Vitali, aggravano l'inquinamento di suoli e acque. «Trasformare un rifiuto in un'opportunità ambientale rappresenta un valore aggiunto». Il progetto, partito da pochi mesi, è oggi nella fase di classificazione dei tessuti, naturali, sintetici e misti, per capire quali si prestino meglio al trattamento: «Sono stati fatti già dei pretest di laboratorio con ottimi risultati», riferisce Vitali.
La sperimentazione durerà in tutto 24 mesi, al termine dei quali il team punta a produrre «le migliori spugne funzionalizzate che riusciremo a produrre», pronte per essere testate su scala più ampia, ad esempio, in scenari di sversamento di idrocarburi in mare, dove servono materiali capaci di assorbire grandi quantità in tempi rapidi. Vitali chiude con un appello che guarda oltre il progetto: «Chiedo che le problematiche ambientali abbiano un'attenzione maggiore e che le attività che sperimentano forme di decontaminazione vengano supportate dalla politica». Per Vitali non basta trattare la decontaminazione come una sperimentazione isolata: serve un impegno strutturale, che duri oltre i 24 mesi del progetto pilota. «Dobbiamo muoverci tutti insieme, imprese, istituzioni, mondo accademico», conclude, per un futuro in cui salute dell'uomo e dell'ambiente siano pensate «come un unico concetto».
>> Home