Sportwashing e conti falsi: tutti i guai del Manchester City

2026/10/13

Categories: business-finance

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Buona lettura,

Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica

“Vergogna, colpevoli, imbroglioni”. Così lo scorso fine settimana gridavano dagli spalti i tifosi del Liverpool ai giocatori del Manchester City o meglio dello “Shamcester City”, (la squadra dei “falsari”) al loro primo ritorno in campo dopo che la Premier League ha accusato il club di aver truccato i conti del bilancio.

Sport… Stasera sarà la volta della Champions League, ma i Citizens giocheranno in casa, tra le mura amiche, contro il Paris Saint-Germain. La vittoria per 3 a 0 sui Reds lascia ben sperare per i risultati calcistici, mentre sul fronte dell’inchiesta sportiva il tentativo di trovare un accordo finanziario è fallito.

… e giustizia. Secondo i rumors della stampa inglese, la transazione si sarebbe dovuta incentrare su un ingente pagamento di denaro per evitare una eventuale retrocessione, la penalizzazione di punti o la revoca dei titoli.

La Lega inglese, però, non ha ceduto e ha preferito lasciare che l’inchiesta faccia il suo corso piuttosto che attirarsi le critiche di tutti gli altri club che non sarebbero stati certo felici per una soluzione senza nessun riscontro sportivo.

Il merchandising con le scritte "colpevoli" e "imbroglioni" venduto all'ultima partita di Premier League tra Liverpool e Manchester City
Il merchandising con le scritte "colpevoli" e "imbroglioni" venduto all'ultima partita di Premier League tra Liverpool e Manchester City (afp)

I precedenti. In passato c’erano già stati casi simili. Il Chelsea se la cavò con una multa, mentre l’Everton e il Nottingham Forest incassarono una penalizzazione.

Ma, se le accuse dovessero essere confermate, vista la loro gravità, questa volta è molto probabile che il City debba scontare qualcosa di più pesante, compresa una possibile retrocessione in B.

Conta sì il denaro. Si tratta di una questione di soldi, non perché ce ne sono pochi e si rischia il fallimento. Al contrario ce ne sono molti e non si sa più come farli entrare nelle casse del club.

I fondi arabi. Il tema è esploso con l’ingresso dei ricchissimi fondi sovrani arabi nel capitale delle squadre di calcio europee.

L’incontro di Champions tra Manchester City e Paris Saint-Germain è forse il simbolo che meglio rappresenta questa tendenza, lo sportwashing, ovvero la pratica di investire nello sport, per ripulire l’immagine dei Paesi dei fondi compratori attraverso le gesta sportive e le relazioni che ne derivano.

Il Psg e il Qatar. Dal 2011 il Paris Saint-Germain è di proprietà del Qatar Sports Investments, un fondo sovrano del Qatar, riconducibile a Nasser Al-Khelaïfi, un imprenditore considerato braccio destro e uomo di massima fiducia dell'emiro qatariota, Tamim bin Hamad Al Thani.

City ed Emirati. Ma il primo grande acquisto di un club fu realizzato nel 2008 dall’Abu Dhabi United Group for Development and Investment (Adug), una società di private equity degli Emirati Arabi Uniti, che rilevò la maggioranza del Manchester City.

Le quote. Adug fa capo allo sceicco Mansur bin Zayed Al Nahyam, membro della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti e possiede l’81% del Manchester City, attraverso City Football Group, una multinazionale, il cui restante 18% è in mano a Silver Lake Partners, un fondo di private equity statunitense concentrato in investimenti tecnologici e sportivi, e l’1% a Citic group, un consorzio statale cinese.

Lo sportwashing. Queste due acquisizioni sono finite subito nella categoria dello sportswashing, la strategia con cui i leader politici o i Paesi sfruttano lo sport per migliorare la propria reputazione internazionale, distogliendo l'attenzione da questioni interne scomode e ottenendo vantaggi politici, economici e diplomatici.

Le accuse. In questi anni, Amnesty International e organizzazioni come Human Rights Watch hanno accusato il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti di gravi limitazioni delle libertà fondamentali, dalla libera espressione alla discriminazione di genere fino alla persecuzione degli oppositori politici, ma anche di sfruttamento dei lavoratori e di politiche ambientali pessime.

La crescita. Eppure, queste accuse non hanno fermato la loro espansione: il City Football Group sotto il vessillo del Manchester City è riuscito a costruire una rete internazionale che oggi controlla numerosi club sparsi in giro per il mondo in Europa, Asia e nelle Americhe, con una capacità di influenza notevole.

Trofei e soldi. Il prestigio arriva con le vittorie e i titoli sportivi, ma per ottenerli servono grandi investimenti, soprattutto nei campioni.

Rayan Cherki festeggia il terzo gol contro il Liverpool con Enzo Fernandez (sx) e Jeremy Doku
Rayan Cherki festeggia il terzo gol contro il Liverpool con Enzo Fernandez (sx) e Jeremy Doku (afp)

La truffa. La Commissione indipendente che ha lavorato sul dossier Manchester City per la Premier League ha riscontrato che Adug avrebbe versato enormi somme di denaro al club sotto forma di false sponsorizzazioni.

I numeri sono impressionanti. Dal 2009 al 2018 il City avrebbe registrato a bilancio 949,94 milioni di sterline come ricavi commerciali da sponsor provenienti da Abu Dhabi.

In realtà, di questa cifra, solo 119,25 milioni erano veri contratti di sponsorizzazione.

I restanti 830,69 milioni non sarebbero stati altro che iniezioni di capitale camuffati da sponsorizzazioni per aggirare le regole del fair play finanziario.

Ma non è tutto. Il club avrebbe utilizzato anche una società di facciata la Fordham sport management per pagare direttamente i calciatori del City per lo sfruttamento dei loro diritti d'immagine.

In questo modo, il club avrebbe fatto sparire dai propri bilanci ufficiali e dai controlli circa 49,4 milioni di sterline di spese per gli stipendi dei giocatori, facendole pagare segretamente alla proprietà.

Il Fair play. Le regole Uefa sui ricavi sono abbastanza chiare. Le società di calcio possono destinare fino al 70% dei propri introiti agli stipendi dei giocatori e all’ammortamento dei cartellini. E per pagarli, ai ricavi non si possono sommare gli aumenti di capitale o i finanziamenti soci da parte dei proprietari.

I controlli. Per questo motivo la Uefa e i campionati locali monitorano che le entrate sotto forma di sponsorizzazioni siano innanzitutto contratti veri e in secondo luogo non siano gonfiati, per evitare che i soldi degli azionisti piovano nelle casse dei club aggirando le regole Uefa.

Lo stesso discorso vale per i contratti di immagine, qualora a erogarli non siano controparti vere, ma gli stessi proprietari.

L’obiettivo. L’intento di chi controlla il Manchester City è chiaro: mettere più soldi possibile nel club non tanto per salvare i bilanci da un possibile fallimento, vista la ricchezza degli azionisti, ma per usarli e ottenere più prestigio sportivo e internazionale.

Il conto economico. L’ultimo bilancio depositato dal City restituisce l’immagine di una società in regola. Nel 2025 i ricavi del club sono stati di 694,1 milioni di sterline, in calo dai 715 milioni dell’anno prima per l’uscita prematura dalla Champions League.

Le spese. I costi per lo staff, compresi gli stipendi dei calciatori, sono stati di poco superiori ai 400 milioni di sterline, quindi ben al di sotto del 70% (485 milioni) dei ricavi richiesto dai limiti Uefa.

Le partite di campionato hanno generato ricavi per 75,1 milioni di sterline, con un leggero calo di 0,5 milioni di sterline rispetto all’anno precedente.

Dai diritti televisivi sono arrivati 278,6 milioni di sterline, anche qui con una diminuzione di 16,1 milioni di sterline sia per l’eliminazione anticipata dalla Champions League sia per le minor partite della Premier trasmesse in Tv.

Infine gli altri ricavi commerciali,che comprendono anche le sponsorizzazioni,sono stati pari a 340,4 milioni di sterline, con un calo di 4,3 milioni di sterline.

Le cessioni. Oltre ai ricavi, al bilancio concorrono, ma su un’altra riga, le compravendite. Nel 2025 il City ha generato 95,2 milioni di sterline dalla cessione dei propri calciatori, il terzo risultato più alto nella storia del Club contro i 139 milioni dell’anno precedente.

Il valore del brand. Il giro di affari è imponente, tanto che il Manchester City è considerato il marchio calcistico più prezioso della Premier League con un valore di 1,44 miliardi, davanti al Liverpool (1,4 miliardi) e al Manchester United (1,2 miliardi).

Il buco. Ma se si dovessero togliere 900 milioni di sterline di ricavi, circa 90 milioni per ognuno degli anni sotto indagine, il club non solo avrebbe sforato il tetto del 70% degli ingaggi, ma non avrebbe potuto nemmeno essere competitivo e portare a casa i titoli che ha vinto.

I risultati. Da quando è sotto la guida del fondo di Abu Dhabi, il City è tornato alla vittoria dopo 44 anni di astinenza e ha messo in bacheca otto Premier League, una Champions, una Supercoppa Uefa, una Coppa del Mondo per club, quattro Fa Cup, sette Coppe di Lega e quattro Community Shield.

Cosa rischia. In caso di colpevolezza nel periodo incriminato dal 2009 al 2018, potrebbero essere revocate tre Premier League, una Fa Cup e tre Coppe di Lega.

“Se fossi un giocatore del Manchester City, getterei quelle medaglie nella spazzatura. Senza alcun dubbio”, ha dichiarato Roy Keane, uno spettatore tutt’altro che disinteressato vista la sua lunga militanza nella squadra rivale del Manchester United.

I capi di imputazione. Le 114 accuse confermate su 115 dalla Premier League sono pesanti e includono i falsi finanziamenti e le false dichiarazioni, i contratti fittizi, i costi occultati, l’ostruzionismo alle indagini e la violazione del fair play finanziario.

Chi sapeva. Oltre ai dirigenti, tra cui l’amministratore delegato Ferrian Soriano in carica dal 2012, potrebbero essere coinvolti gli allenatori che si sono succeduti alla guida della squadra (Roberto Mancini, Manuel Pellegrini e Pep Guardiola) e i calciatori qualora avessero firmato dei contratti falsi.

Pep Guardiola, ex manager del Manchester City
Pep Guardiola, ex manager del Manchester City 

Corsi e ricorsi. Già nel 2012 e il 2016, il City era finito sotto inchiesta della Uefa per la violazione delle norme finanziarie, ma il club dopo essere stato condannato in primo grado alla sospensione per due anni da tutte le coppe europee, in appello il Tribunale dello sport ha derubricato le accuse, condannando la società a una multa prima di 30 e alla fine di 10 milioni di sterline.

La posta in gioco. Questa volta la strada sembra in salita e, al di là del caso del City, questo processo sarà il banco di prova per capire se il fair play finanziario e i relativi controlli introdotti dalla Uefa nel 2010 siano ancora una formula valida per tutelare le competizioni sportive da altri interessi e il loro regolare svolgimento.

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