Diciamolo subito; l'ultimo film Marvel che ha davvero convinto chi scrive è stato Doctor Strange nel Multiverso della follia, con la regia di Sam Raimi. La vicenda è bella pasticciata, ma i tocchi di classe tipici del cineasta a stelle e strisce, sapientemente dosati fra horror, black humour e scene d’azione dinamiche, valgono più di ogni altra pecca del film. Più ancora della narrazione troppo concentrata su evoluzioni poco credibili, i terzi atti gestiti invariabilmente male, i buchi di trama, eccetera. Insomma, tutte cose normali, almeno quando si parla dell' MCU. A questo punto, sarebbero bastati anche solo dei personaggi con un po' di gusto e spessore.
Invece, i film delle Fasi 4 e 5 che hanno conquistato il grande pubblico, quasi a conferma del fatto che il Marvel Cinematic Universe avesse ancora qualcosa da dire, non mi hanno preso per niente. Tanto è vero che ho trovato Thunderbolts un po' banalotto, I Fantastici Quattro - Gli inizi alquanto insipido e Guardiani della Galassia Vol. 3 parecchio forzato. Ancora prima, però, non avevo gradito nemmeno le altre proposte Marvel a partire da Spider-Man: No Way Home, un film che all'epoca ho trovato senza vita, troppo giocato intorno a un unico espediente e senza nient’altro da offrire.
Quindi, uscire bello contento contento e carico dalla visione di Spider-Man: Brand New Day è stata davvero una bella sorpresa. Al quarto tentativo, infatti, Kevin Feige e la sua banda ci hanno regalato un bel film, capace di stare almeno nel solco di quanto già fatto da Tobey Maguire nei primi due film che lo hanno visto protagonista nei panni di Spider-Man. Per carità, Spider-Man: Homecoming ha i suoi lati buoni. Personalmente, ho anche apprezzato il piano folle e malvagio del Mysterio di Jake Gyllenhaal visto in Spider-Man: Far From Home. Però, ferme restando le ottime prove d'attore fornite da Tom Holland nei panni dell'Uomo Ragno, le sue avventure sapevano di poco. In questi ultimi film, ci si affidava sempre ai Vendicatori e le gesta di Spidey passavano immediatamente in secondo piano, o venivano fagocitate da questo o quel momento comune all'intero MCU. E certamente la regia di Jon Watts non aiutava; anzi, si è rivelata talmente noiosa da aver fatto rimpiangere i vecchi videogames su Spider-Man.
Grazie a Destin Daniel Cretton, la musica è cambiata. Certo, come regista non è all'altezza di Sam Raimi, ma chi lo è, oggi come oggi? In ogni caso, dietro la macchina da presa riesce a regalare a Tom Holland un film di Spider-Man che si può quasi toccare. Una visione tanto vitale da schizzare davanti agli occhi dello spettatore che non rinuncia a mostrare anche dei momenti negativi, nei quali bisogna proprio stringere i denti. Certo, anche quest'ultimo film dell'Uomo Ragno deve qualcosa a Spider-Man: No Way Home, un'opera capace di dare una sterzata e di trasformare il Peter Parker di Tom Holland nel personaggio che il pubblico conosce e ama. Ha il cuore spezzato, è squattrinato, si trova in un periodo particolarmente sfortunato e sta elaborando il lutto per la perdita di una figura fondamentale della sua vita. Insomma, deve sopportare il solito carico di responsabilità senza una ragazza vicino a scaldargli il cuore. Anche questo film, benché ricco di potenziale, avrebbe potuto rivelarsi un fiasco, ma per fortuna, Spider-Man: Brand New Day mantiene le promesse.
Può sembrare curioso, persino divertente, ma questo nuovo film di Spider‑Man rischiava, almeno sulla carta, di ripetere gli stessi difetti fin troppo evidenti degli ultimi tre capitoli: una trama che procede senza rivelare il colpo di scena che tutti, ormai, davamo per scontato. Eppure, contro ogni previsione, questa volta tutto sembra funzionare. Pur avendo al centro Peter Parker, il film apre le porte a figure ingombranti come il Punitore, Hulk e altri personaggi destinati a influenzare profondamente il futuro del Marvel Universe. La sorpresa è che la loro presenza non appare mai forzata. Frank Castle, in particolare, si integra con naturalezza nella New York di Peter Parker, come se fosse sempre stato lì, in un angolo buio della città. Forse il motivo è che la posta in gioco, per Spider‑Man, non è mai sembrata così alta. Né così autentica. Finora il Peter Parker di Tom Holland era apparso coraggioso, luminoso, quasi rassegnato al ruolo di spalla, persino nei film che lo vedevano protagonista. Qui, invece, è un’altra persona, quasi un asociale, deciso a vivere da eremita per espiare la perdita di zia May. Segue le vite di MJ e Ned solo attraverso Instagram, come un fantasma che osserva ciò che non può più toccare.
È proprio quel vuoto, apparentemente incolmabile, a offrirgli una nuova profondità. Holland non ruba la scena, ma la abita con una maturità diversa: ogni gesto, silenzio ed esitazione diventa un’occasione per mostrare ciò che il suo Peter Parker non aveva mai davvero mostrato. Le emozioni, finalmente, stanno al centro.
Quando Peter riesce finalmente a rientrare nell’orbita di MJ, è proprio la sottotrama, quella in cui tutti hanno dimenticato chi sia Peter Parker, a creare la migliore chimica mai vista tra Tom Holland e Zendaya nei loro quattro film insieme nell’MCU. Per la prima volta, MJ emerge come personaggio pienamente definito, autonomo, tridimensionale. E Zendaya offre una delle interpretazioni più naturali e misurate della sua carriera.
Come ogni nuova avventura dell’Uomo Ragno, anche questo capitolo vorrebbe, ma non può, raggiungere le vette di Spider‑Man 2. Le citazioni all’opera di Sam Raimi sono numerose e funzionano, dalla città che diventa palcoscenico per Spider‑Man, alla scena in cui lui si confida quasi sfiorando la rottura della quarta parete. Meno convincente, invece, è la crisi d’identità che colpisce Peter Parker e, di riflesso, Spider‑Man e i suoi poteri. Questi momenti, concentrati nel terzo atto, sembrano soprattutto funzionali al villain e alla costruzione, molto ambiziosa, del futuro quinquennio del Marvel Universe. L’azione e le sequenze più emotive del confronto finale fanno il possibile per riportare l’attenzione sull’Arrampicamuri, ma la domanda esistenziale “Sei Peter Parker o Spider‑Man?” finisce per suonare piatta. Non perché sia mal posta, ma perché l’evoluzione del personaggio non ha avuto il tempo di completarsi. Ed è un problema non da poco, considerando che il film dura circa due ore e mezza.
Detto questo, forse mi sto facendo fuorviare dai film precedenti, parecchio bruttini, ma, almeno nel caso dell'ultimo, ci sono molti più aspetti positivi che negativi. Prima di tutto, siamo davanti al miglior Tom Holland mai visto. Magari, quando ha parlato della sua estate a tutto cinema con Christopher Nolan, non è detto che scherzasse e basta. E poi è stato molto bello vedere tutti i supercattivi più interessanti, dallo Scorpione a Lapide. Ancora meglio è stato godersi i meravigliosi Liza Colon-Zayas e Trammell Tillman, due attori già noti ai consumatori di serie tv Marvel, giocarsela bene anche sul grande schermo, principalmente grazie a due parti pensate appositamente per loro. E anche se ormai il fatto che Kevin Feige non riesca proprio a lasciare Spider‑Man in pace non fa più nemmeno sorridere, l’ultimo sacrificio dell’Arrampicamuri ha un peso sorprendente. È un momento che funziona, commuove e segna il primo vero picco emotivo della prossima Fase Marvel da molto tempo a questa parte, merito soprattutto della prova intensissima di Sadie Sink.
In un panorama in cui quasi tutti gli altri eroi di punta della Marvel sembrano aver esaurito la carica, e in cui persino l’entusiasmo per Avengers: Doomsday non è esattamente alle stelle, il fatto che Tom Holland, Zendaya e Jacob Batalon siano invece pronti, energici e determinati a lanciarsi in un’altra trilogia ha un suo fascino. Non solo, per la prima volta, almeno in questo angolo dell’MCU, sembra davvero esserci ancora una storia da raccontare, senza doversi aggrappare ai titoli di coda o alle scene post‑credit per generare interesse. Resta da vedere se il cast saprà mantenere questo livello nella sua prossima prova.
Articolo originariamente pubblicato su GQ US
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