“Sono un cantautore, ma anche un cittadino: su ingiustizie come il

2026/08/31

Categories: world-news

TRENTO. Dieci anni dopo, La fine dei vent’anni ricomincia da capo. O quasi. Era il 2016 quando Francesco Motta metteva il suo nome, senza più una band davanti, sulla copertina di un disco destinato a segnare il suo esordio solista e a portarsi a casa la Targa Tenco come Miglior Opera Prima.

Dieci anni sono abbastanza per cambiare molte cose, ma anche per scoprire che certe canzoni, nel frattempo, hanno continuato a muoversi da sole. "Anche gli stessi significanti cambiano di significato", racconta oggi il cantautore nell'intervista concessa a il Dolomiti. E forse sta proprio qui il senso di tornare a quel disco senza provare a imbalsamarlo: "Questa operazione non si porta dietro nessun senso nostalgico, anzi".

Il 6 settembre Motta salirà sul palco della Trentino Music Arena per la serata conclusiva del Trento Live Fest, che lo vedrà affiancare i Negramaro (QUI INTERVISTA). A Trento arriverà con "La fine dei vent’anni – 10th anniversary", il tour che riporta dal vivo integralmente l’album del 2016 cercando lo stesso spirito di allora: una band, le canzoni e quello spazio lasciato all’improvvisazione che serviva anche, confessa lui, a "spalmare dieci canzoni su un’ora e mezza di concerto".

Ma tornare indietro, per Motta, sembra soprattutto un modo per capire dove andare dopo. Nel frattempo ci sono stati altri dischi, il cinema, le colonne sonore, incontri musicali arrivati da molto lontano e adesso persino un pianoforte davanti al quale scoprire qualcosa che, forse, era sempre stato lì. E c’è già un nuovo album in lavorazione. A dieci anni dalla fine dei suoi vent’anni, insomma, Motta sembra meno interessato a fare l’inventario di ciò che è stato che a capire cosa farsene oggi.

Motta, questo tour celebra il decennale de "La fine dei vent’anni",  che significato ha oggi per lei quel disco? Come lo sta vivendo e come lo riporta al presente, anche dal punto di vista live?

Ci stiamo divertendo, innanzitutto, perché sono con delle persone che sono amici. E poi lo sto rivivendo, mi sto emozionando tanto a rivedere quelle frasi, quelle parole: parole che cambiano nel giro dei decenni, e anche gli stessi significanti cambiano di significato. Quindi devo dire che sta andando tutto molto bene. E sottolineo come questa operazione non si porti dietro nessun senso nostalgico, anzi.

Collegandomi a questo, che nuove direzioni prendono oggi questi pezzi? Sono passati comunque dieci anni.

Stiamo riprendendo il live che facevamo dieci anni fa. All’epoca, avendo solo quel disco da promuovere, più qualche brano della mia vecchia band, spalmare dieci canzoni su un’ora e mezza di concerto voleva necessariamente dire allungarle, con dei momenti di improvvisazione musicale e così via. Riprendere quella parte musicale, che per vari motivi abbiamo un po’ abbandonato negli ultimi anni, è una cosa bella.

Allargando lo sguardo al suo percorso: ci sono la musica, il cinema, le colonne sonore.

Sto lavorando proprio in questo momento alla colonna sonora di un film che reputo molto, molto bello. Non le posso dire niente per ora, però ci sto lavorando parallelamente al disco nuovo ed è una cosa che mi piace fare, e la possibilità di farlo su un film bello non capita spessissimo, quindi sono ancora più felice. Anche se fino ad adesso posso dire di essere stato molto fortunato sotto questo punto di vista.

Canzone d'autore e colonne sonore sono universi che sono sempre andati di pari passo: come si intrecciano e come si alimentano l’uno con l’altro?

Diciamo che una dimensione aiuta l’altra, perché penso sempre che le canzoni siano più importanti di chi le scrive. Nel momento in cui lavori a un film è più tangibile il fatto che stai lavorando a qualcosa che va oltre il tuo lavoro: è un lavoro di squadra, un po’ come se fosse una band. Nel caso della colonna sonora, ovviamente, è come se tu lavorassi a una musica su un testo già scritto, per cui hai questi "evidenziatori" per cercare di creare delle gerarchie emotive. E questo dovrebbe essere esattamente uguale quando lavori a una canzone, a prescindere dal fatto che l’abbia scritta io. Quindi è delicato, è un lavoro di grande responsabilità secondo me, ma come lo è il lavoro del musicista.

C’è un progetto che, nel suo percorso, l’ha segnata particolarmente?

Quando ho fatto il tour con la band femminile tuareg proveniente dal Niger, Les Filles de Illighadad, è stata una delle cose che artisticamente mi hanno dato di più in tutta la mia vita. Sono stati momenti di improvvisazione, di contaminazione, che mi hanno proprio dato una botta di energia, un coraggio che poche altre volte ho sentito.

Come avvenne quell'incontro?

È stato bellissimo anche perché è stata una cosa nata in relativamente poco tempo: ero in vacanza a Berlino, ho visto queste tre ragazze che suonavano, sono tornato in Italia e ho detto subito al mio manager che volevo fare un tour con loro. Non era semplicissimo, perché potevano avere il visto in Italia per quattro giorni: quindi ci furono poche prove, era difficile comunicare, per cui ci siamo messi a suonare e poi abbiamo fatto questo tour di quattro date, in cui c’era ovviamente una grande componente di improvvisazione. Furono mondi musicali che si intrecciarono ed è stato bello perché, come dovrebbe avvenire sempre, io sono molto attratto da quello che è diverso da me, che è distante da me, musicalmente e non. Per cui l’idea di stare ad ascoltare la loro musica e di essere coraggiosi nel portare avanti la nostra ha creato una terza via che per me è stata magica. Penso sia stata un'esperienza irripetibile, però non si sa mai.

Recentemente ha raccontato di voler spostare un po' lo sguardo da dentro di sé a quello che accade intorno. Allargando il discorso alla canzone d’autore italiana, questa sembra vivere una crisi: raccontiamo infatti poco quello che stiamo vivendo. È un problema di spazio? È cambiato il tempo? Cosa sta succedendo?

Posso offrirle il mio punto di vista, dicendole che io, oltre ovviamente a essere un cantautore, sono un cittadino. Per cui ci sono delle cose, delle piccole sfumature, che possono entrare attraverso la poesia nelle canzoni e ci sono invece cose per cui è invece assolutamente sano e giusto dire la propria, soprattutto di fronte a palesi ingiustizie, come potrebbe essere il genocidio in Palestina. Lì non si tratta di prendere posizione in quanto cantautore, si tratta di dire la propria in quanto cittadino. Sicuramente negli ultimi anni prendere posizione non va molto di moda, ma credo sia un discorso legato alla sintesi estrema comunicativa a cui assistiamo. In quindici secondi di reel è difficile argomentare qualcosa, per cui io non penso che il problema sia di chi dice certe cose ma, le faccio una battuta giornalistica, che oggi quelli che prima erano i titolisti sono diventati la parte principale dell’articolo. Quindi le responsabilità sono condivise.

Negli anni ha dimostrato di non avere paura di guardare anche dietro l’angolo dal punto di vista artistico. Guardando al futuro, c’è un territorio che non ha ancora esplorato e che la incuriosisce?

Sto lavorando al disco nuovo. Una cosa che non avrei mai pensato di fare fino a pochi anni fa è poi un concerto piano-solo, le dico la verità, e lo sto portando avanti parallelamente ai concerti che faccio con tutta la band. L’occasione di stare davanti al pianoforte è un mondo che ho appena iniziato a esplorare: spesso la ricerca, o almeno nel mio caso, è stata fatta sempre altrove. Magari sono in una fase della vita in cui mi accorgo di avere degli strumenti in studio che ho usato troppo poco e quindi quello che devo cercare, in questo momento, è proprio intorno a me.

>> Home