Ciò che distingue Cristiana Collu, storica dell'arte, manager e docente, dal 2024 Direttrice della Fondazione Querini Stampalia di Venezia, è una visione curatoriale che non si accontenta di custodire il passato: lo interroga, lo scuote e rende materia viva. Un’attitudine che ha lasciato un segno riconoscibile in tutte le istituzioni che ha diretto restituendo a ogni luogo, fuori dalla polvere e dall’oblio, la sua natura più autentica e in continua trasformazione. Oggi, al secondo anno del suo mandato alla Fondazione Querini Stampalia, Collu porta la sua energia visionaria su una collezione che dal 1869 custodisce opere di Bellini, Palma il Vecchio, Pietro Longhi e Giambattista Tiepolo, oltre 400.000 volumi della biblioteca, e uno spazio firmato Carlo Scarpa, e da interventi di Valeriano Pastor, Mario Botta e Michele De Lucchi. Sotto la sua guida prende forma una Fondazione aperta, «osmotica, radicale, curiosa e coraggiosa», capace di rinnovarsi valorizzando la propria storia. Ne è un esempio The Dreamer, la mostra presentata in concomitanza con la 61ª Biennale d'arte di Venezia che declina il nuovo concept espositivo reinterpretando l'allestimento della collezione storica, e insieme alle altre mostre in corso - The Invisible Chord. Hans Hartung and Music, Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code e Nigel Cooke: Bad Habits - crea un unico ecosistema narrativo, dove storia, arte contemporanea, musica e cinema si intrecciano in una riflessione sul tempo, sul futuro e sul sogno, inteso non come evasione ma come esercizio di immaginazione e responsabilità.
Veduta della Fondazione con l’installazione luminosa La materia dell’ornamento (1997) di Joseph Kosuth, recentemente restaurata.
The Dreamer è un dispositivo narrativo in cui le epoche si intrecciano. Il sogno è strumento di progettazione del futuro?
La mostra è concepita come un set cinematografico: un film a episodi, un piano sequenza. Ogni sala intreccia una storia allo sguardo del sognatore, il conte Giovanni, sua sorella Caterina, il visitatore. Il cinema entra anche letteralmente, con due scene da Senso di Luchino Visconti che ha ispirato concept e allestimento, del resto una delle definizioni di cinema è proprio fabbrica di sogni. Ma il sogno di The Dreamer non è evasione dal reale, è anzi la forma più esatta della sua anticipazione. Dreams Begin Responsibilities, - frase folgorante di Iosif Brodskij che cita Yeats - che ho scelto come titolo per il manifesto 2026 della Querini, ci dice che sognare non libera dalla responsabilità, la fonda. Il sogno di cui parlo non è uno solo, c’è quello a occhi chiusi e quello a occhi aperti, il sogno vivido e quello confuso, dolce o spaventoso, spesso straniante.
É un sogno che riesce a immaginare il futuro?
Si, lo progetta: c'è quello collettivo e quello singolare. The Dreamer suggerisce che il sogno non va solo assecondato e perseguito, ma allenato. È uno strumento che si proietta in avanti restando comunque legato e a volte compromesso dal passato. Per questo non basta lasciarsi sedurre dalla sua spinta propulsiva: bisogna esercitarsi a sognare con responsabilità, misurando le conseguenze estreme di ciò che si immagina e avere la capacità di coltivarlo e correggerlo. Una forma di allenamento che riguarda il futuro di mondo e terra.
Cristiana Collu, direttrice della Fondazione Querini Stampalia
La Fondazione Querini Stampalia ha una storia lunga. Come ci si rapporta con una legacy così importante?
In Spettri Marx Derrida scrive che un'eredità non è mai un dato, ma sempre un compito e che siamo eredi prima ancora di poterlo scegliere o rifiutare. Ereditare non significa solo custodire o peggio imbalsamare, significa rispondere. Per Derrida, l'eredità è responsabilità, un'ingiunzione a scegliere quali, tra le voci plurali che una legacy contiene, fa parlare ancora. La Fondazione è un punto sorgente, un’origine che accompagna in modo osmotico come quello delle maree, il dialogo con il presente verso direzioni ancora inesplorate. Guardo a Giovanni Querini Stampalia e al suo gesto generoso che è stato un voto di fiducia, un'apertura di credito verso il futuro e chi sarebbe venuto dopo lui.
Quale eredità vorrebbe lasciare della sua curatela?
Credo in una museologia i cui giunti non sono allineati al tempo lineare, ma restano volutamente disassati: è in quella disgiuntura che è possibile far entrare il nuovo, portando con sé ciò che è stato. Un’istituzione che rifiuta di chiudersi in perfetta continuità ortogonale con se stessa, perché è nello scarto che si apre lo spazio della responsabilità del presente che è stato e del futuro che sarà. Mi interessa l’idea di un luogo che possa rigenerarsi a partire dal proprio disallineamento mentre non mi interessano i riconoscimenti postumi. Mi piace l'idea di un'eredità involontaria e l’idea di fare la differenza.
Quale il suo rapporto con Venezia?
Una totale dichiarazione d’amore data dal vivere immersi in un incanto quotidiano, dove non si viene colti mai da assuefazione dello sguardo. È una città che crea un forte senso di appartenenza quando la si abita: la forza della comunità veneziana genera una solidarietà e vicinanza che diventano un punto fermo nel continuo flusso di persone di passaggio. Qui si creano relazioni e partecipazione e ogni iniziativa culturale trova risposta, confermando una vitalità che va ben oltre l'immagine di città schiacciata dal turismo di massa. Musica, cinema, architettura e arte convivono in un ecosistema vitale, dove le persone si incontrano, si riconoscono e si prendono il tempo di fermarsi a parlare. È proprio questo ritmo umano, insieme alla magia dei mesi invernali, quando la città torna a respirare con maggiore quiete, a rendere Venezia un luogo unico, capace di conservare intatto il suo incanto.
In alto: Installation view di The Dreamer
Articolo uscito sul numero di Marie Claire Maison di settembre 2026
Installation view di The Dreamer
Iscriviti alla newsletter di Marie ClaireMaison
>> Home

