Sempre diversi sempre noi

2026/07/18

Categories: world-news

Dalle linotype alle redazioni digitali, il racconto di un mestiere cambiato senza perdere identità, memoria e spirito controcorrente

Sempre diversi sempre noi

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Passami gli steno! Provate a ripetere oggi questo invito, anzi questa minaccia a un qualunque redattore di quotidiano. È cambiato il mondo e come è inevitabile che sia per chi vuole raccontare la realtà, cambiamo anche noi: dal 22 luglio Il Giornale e ilgiornale.it indossano una nuova veste grafica, ma lo fanno ricordando le radici e il fondatore, Indro Montanelli.
Favolosi erano gli anni del Giornale Nuovo, piazza Cavour prima e via Negri dopo, il «nero» della tipografia Same, camici lucidi di inchiostro, giurassiche linotype, spago Il 22 luglio di 25 anni fa se ne andava Indro Montanelli, fondatore di questo Giornale.

È anche per onorare la sua memoria che abbiamo scelto questa data per cambiare d’abito il nostro quotidiano e il nostro sito. Una riforma grafica che si adatti dalla prima pagina a misurare il pezzo, rullo, poi il trasloco al bianco del laboratorio, freddo, algido, computer e non più macchine per scrivere, la sede fascinosa vicina alla Borsa. Giorni che non finivano mai, fattorini come bersaglieri, posta pneumatica, centralino sotto pressione, gli strilli di Mario Capanna con il megafono di propaganda, il buio di cento notti negli Annidi Piombo, la paura di una bomba improvvisa, mestiere antico, un piede sull’Orient Express e in mano una coppa di champagne, così sognavamo e invece palla lunga e pedalare, corsie di ospedali, oscuri corridoi di questure, polvere di aule tribunalizie, i vapori degli spogliatoi, i pezzi dettati a braccio, fette di vita magnifica e terribile, famiglie stracciate nel nome di una, dieci, cento chiusure notturne, la lunga si spegneva all’una e mezza, avevi sfangato la tua giornata, il Vecchio si era appalesato, alto, magro, appoggiato al bastone, dico Indro Montanelli e bastava la sua apparizione in tipografia per far cambiare l’aria e certe sfacciataggini, «mi raccomando titoli senza punto interrogativo, d.. zucchino», diceva barcollando avanti e indré, obbedisco, obbediamo.

Passavano monumenti del giornalismo, Gianni Brera scrisse della morte di Pepin Meazza, quando il testo venne letto al telefono, dal caporedattore centrale Leopoldo Sofisti, a Montanelli in vacanza a Cortina, la reazione fu tra lo stranito e un’altra invocazione alla divinità, perché Gioanbrerafucarlo aveva scritto che il Pepìn era figlio di una verduratta e per un toscano puro di Fucecchio pareva, quella, una bestemmia linguistica. Ma non era il caso di interferire semmai la gloria di presentare firme e storie esclusive, l’invidia di altre testate, l’attesa, sempre dopo la chiusura, che arrivasse la mazzetta dei concorrenti, Corsera e Giorno e Repubblica, controllo veloce, buchi vari ed eventuali, ribattute impossibili, occhi devastati e voglia di scappare verso casa o ancora ad azzannare un wurstel con i crauti dello Scoffone, una stube milanese, di fumi e odori, là dove ora ci sono banche e vetrine di negozi sciccosi.

Nostalgia? Forse.

Ma orgogliosi di esserci stati, di avere vissuto quell’epoca bella, di esserci ancora, uguali e diversi. Oscar Wilde diceva che la vita è tutto quello che accade mentre ti stai occupando d’altro.
Questo «altro» è ancora la nostra vita. Vita di giornalisti.

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