Il successo planetario di Shōgun nel 2024 ha dimostrato una verità che molti produttori hollywoodiani sembravano aver dimenticato: il pubblico globale ha fame di storie che rispettino l’intelligenza degli spettatori. Non servono semplificazioni o stereotipi da cartolina. Quando una serie televisiva si immerge completamente in un’epoca storica, curando ogni dettaglio dalla lingua ai costumi, dalla geopolitica alle sfumature culturali, il risultato è un’esperienza che trascende l’intrattenimento per diventare un vero e proprio portale temporale.
L’adattamento del romanzo di James Clavell del 1975 ha conquistato una pioggia di Emmy e recensioni entusiastiche proprio perché ha osato fare ciò che la maggior parte delle produzioni occidentali evita: ha affidato la narrazione del Giappone feudale a voci giapponesi, ha utilizzato estensivamente la lingua originale con sottotitoli, ha consultato storici per ricreare non solo l’estetica ma lo spirito stesso del periodo Sengoku. Il risultato è stato talmente convincente che la produzione, pur avendo già adattato integralmente il libro, ha deciso di proseguire con una seconda stagione inedita.
Ma cosa fare nell’attesa? Il panorama televisivo internazionale offre numerose serie che condividono la stessa dedizione alla ricostruzione storica, quella capacità di far sentire lo spettatore non un semplice osservatore ma quasi un testimone oculare di epoche lontane. Non tutte raggiungono la perfezione assoluta, certo. Anche le produzioni più attente prendono licenze creative con eventi o scelte stilistiche. Tuttavia, ciò che le accomuna è il rispetto fondamentale per lo spirito del periodo rappresentato, quella sensazione intangibile ma riconoscibilissima di autenticità che ti fa dimenticare di guardare attori su un set. Ce n’è una, tuttavia, che convoglia queste qualità e le porta a massimo compimento.
Taboo sceglie una strada completamente opposta nell’approccio alla storia. Prodotta da Ridley Scott e creata da Tom Hardy insieme al padre Chips, questa serie è un tuffo nella Londra del 1800 più cupa e sporca che si possa immaginare. C’è invece il grigiore, il fango, la corruzione sistemica di un impero coloniale al culmine del suo potere predatorio.
Tom Hardy interpreta James Delaney, un uomo dato per morto che ritorna dall’Africa dopo dodici anni, portando con sé segreti pericolosi, legami con culture indigene e un’eredità che fa gola alla spietata Compagnia delle Indie Orientali. La serie non abbellisce nulla: mostra il capitalismo coloniale per quello che era, un sistema di sfruttamento brutale mascherato da civiltà. Delaney stesso non è un eroe tradizionale ma un antieroe tormentato, capace di usare gli stessi metodi deplorevoli dei suoi nemici pur di sopravvivere.
Il titolo stesso, Taboo, allude ai segreti indicibili che permeano la storia, inclusa la relazione proibita tra James e sua sorella, un elemento narrativo che aggiunge ulteriore ambiguità morale a un protagonista già moralmente complesso. La fotografia è quasi monocromatica, dominata da grigi e marroni, creando un’atmosfera claustrofobica che riflette perfettamente la nebbia londinese e l’opprimente senso di pericolo che permea ogni scena.
Tom Hardy ha recentemente confermato che una seconda stagione è in arrivo, promettendo di espandere ulteriormente questo universo sporco e affascinante. Non si tratta di una storia vera in senso stretto, ma racconta i giochi di potere messi in atto dalla Compagnia delle Indie Orientali nella corsa ai possedimenti americani. Una narrazione che è ancora oggi poco conosciuta.
Mentre aspettiamo il ritorno di Shōgun nel Giappone feudale, Taboo offre una porta d’accesso verso un’epoca diversa ma ugualmente ricca di dramma umano, intrighi politici e quella qualità ineffabile che trasforma una semplice serie televisiva in un’esperienza immersiva capace di trasportarci attraverso i secoli.
Andrea Palazzolo
Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ha iniziato a scrivere per DigitalDreams sui siti Cinemaserietv.it e brevemente su Cultweb.it e ha svolto il ruolo di responsabile news per ScreenWorld.it. Ora si occupa principalmente di stesura, gestione e organizzazione di news e articoli short form per BadTaste.it ed è il Community Manager di ScreenWorld.it.
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