Scamarcio si racconta dopo il premio a Venezia: «La Puglia è la mia piccola California»

2026/09/19

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Quello che colpisce, al di là della carriera e degli occhi ipnotici, è la sua disponibilità. Riccardo Scamarcio (nato a Trani nel 1979) parla in una sala gremitissima del Capalbio Film Festival, promosso e organizzato dalla Fondazione Capalbio con il sostegno del Comune di Capalbio, in corso fino al 20 settembre, con la direzione artistica di Steve Della Casa e Daniele Orazi. L’attore pugliese racconta il suo ultimo film, I figli della scimmia, co-scritto e diretto da Tommaso Landucci, al suo esordio alla regia. Presentato in concorso nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film ha conquistato il Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura e quello per la miglior interpretazione maschile a Riccardo Scamarcio. Dario, il personaggio che interpreta, è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione. Un gioco di proiezioni e desideri inespressi che finirà per mettere a rischio l’intera famiglia. Scamarcio sarà a Bari mercoledì 23 settembre per incontrare il pubblico al termine della proiezione delle 20.30 al Cinema Galleria.

Scamarcio, che rapporto ha oggi con la Puglia?

«Sono un pugliese che non se n’è mai andato. Ho mantenuto un rapporto con la mia regione e con la mia terra. È una sensazione che mi fa piacere, perché è anche un modo per ritrovare un contatto con le cose essenziali della vita. Ho un’azienda agricola che seguo e per questo torno spesso. Il mio rapporto con la Puglia si fonda su due elementi fondamentali: la campagna e il mare. Il mio lavoro mi porta continuamente in giro: tappeti rossi, interviste, televisione e tutte quelle dinamiche legate alle grandi città. Tornare in Puglia mi restituisce una sorta di serenità, mi riporta a una dimensione più autentica. Io la chiamo la mia piccola California».

È anche questo legame con la sua terra che ritrova nel suo modo di fare cinema?

«Sicuramente. Il cinema italiano, soprattutto quello degli ultimi anni, è stato un po’ ipercontaminato dal cinema hollywoodiano, che spesso è pieno di super twist, di super musiche. In questo film, invece, non c’è musica, come avete visto. Non è una questione di semplicità fine a se stessa: sono i dialoghi e il tono a diventare quasi una punteggiatura di quello che i personaggi non hanno il coraggio di dirsi. Per me è stata una grande opportunità, perché da quando ho cominciato a fare questo mestiere, sono sempre stato un po’ ossessionato dalla ricerca di qualcosa di autentico in scena. A volte arrivo persino a creare degli incidenti, delle condizioni in cui quasi non conosco le battute, proprio per cercare di smarcarmi da quella che considero una sorta di mannaia: la prosa, il testo, il dover dire una battuta».

La parola scritta non sempre restituisce quello che una persona prova realmente?

«Perché nella vita molto spesso non è così. Noi diciamo delle cose, ma dentro pensiamo il contrario. Fingiamo di essere a nostro agio quando invece siamo a disagio. Quella dimensione mi interessa molto. È il cinema con cui siamo cresciuti, quello di Antonioni, Fellini e, più in generale, di tutto il grande cinema italiano di quegli anni, che aveva molta più confidenza con questo modo di mettere in scena le persone».

Quindi molte delle battute del film sono state improvvisate?

«No, più o meno era tutto scritto. Abbiamo cambiato delle cose, ma il copione era già buono. C’era già una precisa volontà di creare questa naturalezza che, di solito, le sceneggiature non garantiscono. Io ho semplicemente rincarato la dose e ho cavalcato questa possibilità».

Come avete scoperto il dodicenne disabile Andrea Aggio e come avete lavorato con lui?

«Andrea è stato bravissimo. Era alla sua prima esperienza e, nonostante le difficoltà legate alla sua condizione fisica, ha affrontato tutto con una naturalezza incredibile. Controlla molto poco il corpo, a parte la gamba destra, con la quale riesce a gestire un joystick che gli permette di muovere la carrozzella. Può comunicare soprattutto attraverso il sì e il no. Quindi la comunicazione avviene attraverso un rapporto continuo di domande, cercando di capire che cosa intenda e che cosa voglia dire. Ma cognitivamente è un fenomeno. A un certo punto voleva addirittura fare il regista».

Eravate preoccupati che non riuscisse a sostenere le lunghe giornate sul set?

«Sì, eravamo preoccupati perché pensavamo che fisicamente non ce l’avrebbe fatta. Fare un film significa stare tante ore sul set. Invece finiva le sue scene e rimaneva lì, davanti al monitor, con le cuffie, a guardare quello che avevamo girato. A un certo punto ha cominciato proprio a prenderci gusto. Diceva: “Questa è venuta bene”. Oppure: “Rifacciamola”. Aveva già capito come funziona il mondo della recitazione».

Lei come è riuscito a entrare in sintonia con lui?

«È stato speciale. Per lui era molto difficile e ha fatto davvero l’attore: ha recitato quando stava male e quando stava bene. Ha capito che doveva rispettare dei tempi, che doveva dire le cose in un momento preciso della scena e che non poteva, per esempio, ridere. Io ho cercato di trascinarlo dentro questo mondo. Gli facevo anche l’imitazione di Lino Banfi per farlo ridere, cose così. Ma per me è stato speciale soprattutto per un altro motivo. Andrea, proprio per la sua situazione, ha sviluppato una straordinaria capacità di comunicare attraverso gli occhi. È tutto negli occhi. Tutto. È una cosa molto energetica e, in qualche modo, sento di essermi sintonizzato anch’io su quella frequenza. Non vorrei fare della fisica quantistica, ma ho davvero percepito questa sensazione. Credo che il film abbia molto a che fare con la sua energia».

Quanto ha aspettato un premio a Venezia?

«Venticinque anni. Me lo hanno dato d’argento! Scherzi a parte, quando hanno annunciato il premio volevo salire sul palco e dire: “È alla carriera!”. Sono molto contento, naturalmente, anche per il film».

Cosa significa questo riconoscimento per un film così piccolo e indipendente?

«Siamo felici, perché un film così piccolo, considerando anche com’è il mercato della distribuzione in Italia, difficilmente riesce a trovare il proprio spazio. È sempre più complicato fare operazioni di questo tipo e sperare che possano incontrare il grande pubblico italiano. Per questo siamo particolarmente felici. Noi siamo contentissimi perché, per un film così piccolo, arrivare a Venezia e ottenere due premi a Orizzonti è qualcosa di importante. Evvai!».

Come avete trovato il distributore?

«Siamo andati al Ciné di Riccione (le Giornate di Cinema, il momento di incontro e di mercato dell'industria cinematografica, ndr) e abbiamo cercato qualcuno che credesse nel progetto. Io stesso sono salito sul palco, con “il cappello in mano”, aspettando che qualche buon distributore ci desse udienza e avesse la bontà di ascoltarci. Alla fine, è servito. Abbiamo incontrato Medusa e ci è andata molto bene. Hanno preso il film e hanno preso anche due premi. Quindi direi che è andata benissimo».

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