Sandro Mazzola, morto a 83 anni la bandiera e leggenda della Grande Inter e della Nazionale

2026/09/19

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Avrebbe compiuto 84 anni l’8 novembre, Sandro Mazzola. L’Inter e il mondo del calcio perdono un uomo all’apparenza timido e sempre disponibile nel farsi intervistare per parlare di calcio, sua grande passione. Nonostante si sia avvicinato prima al basket (si allenava con il Simmenthal Milano, ha più volte ricordato), è nel mondo del pallone che ha saputo farsi strada, sebbene avesse all’inizio della carriera un cognome pesante, Mazzola.

Addio a Sandro Mazzola

Suo padre Valentino è stato il capitano del Grande Torino, scomparso nella tragedia di Superga il 4 maggio 1949, quando lui non aveva ancora 7 anni. Nato a Torino, Sandro – per tutti «il Baffo» – scoprì di avere un fratello, Ferruccio, quando morì il papà. I genitori erano separati: l’ex nerazzurro viveva con il padre, il fratello con la madre. È venuto a sapere della morte di Valentino e di tutti i suoi eroi granata mentre giocava sotto un tavolo all’insaputa della madre che parlò della tragedia, rivelando un qualcosa che Sandro nel suo cuore già conosceva. E raccontò addirittura che in quel tristissimo giorno per lo sport italiano, fu rapito dalla compagna di Valentino e affidato a una coppia di amici che viveva in un mulino. Mamma Emilia chiese aiuto ai tifosi del Toro pur di ritrovare suo figlio e la missione fu compiuta dopo un mese.

BANDIERA NERAZZURRA

Da Torino alle porte di Milano, a Cassano D’Adda (paese natio del papà), ed è da qui che è iniziata la carriera di Mazzola, diventato bandiera dell’Inter: dal giugno 1961 al 1977 ha collezionato 570 presenze (162 gol) con la maglia nerazzurra, vincendo quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Con la Nazionale (70 gare e 22 reti) è stato campione d’Europa nel 1968 e vice campione del Mondo a Messico ’70, sconfitto soltanto in finale dal Brasile di Pelè. Famosa la sua rivalità calcistica con Gianni Rivera (simbolo milanista) e la staffetta azzurra tra i due. Da Porta Ticinese, alle colonne di San Lorenzo, luogo nel quale ogni tanto il pallone cadeva nelle catacombe e Sandro aveva paura di scendere a riprenderlo, al debutto in serie A per caso. Il 10 giugno 1961 il presidente dell’Inter Angelo Moratti, per protesta, impose all’allenatore Helenio Herrera di schierare la squadra della Primavera contro la Juventus. La partita era una ripetizione di una di campionato che era stata sospesa per invasione di campo dei tifosi e la colpa era andata tutta a quelli nerazzurri. Finì 9-1 per i bianconeri, ma Mazzola segnò su rigore.

L’AMMUTINAMENTO

La rivincita due anni dopo, quando l’Inter e Mazzola il 28 aprile 1963 festeggiarono lo scudetto sul campo della Juventus. Ma il rapporto con Helenio Herrera non fu sempre idilliaco. Sandro una volta raccontò dell’ammutinamento contro il Mago: «Per forza, avevamo vinto il secondo titolo mondiale contro l’Independiente, settembre 1965. Eravamo tornati a Milano alle due del pomeriggio e lui ci voleva portare in ritiro alle sette. Picchi, il nostro capitano in tutti i sensi, decise per l’ammutinamento. Il giorno dopo Herrera non voleva nemmeno che ci allenassimo. Il presidente ci chiamò a rapporto: multa di un milione di lire. Una brutta botta. Tre giorni dopo però battemmo l’Atalanta e Moratti, entrando negli spogliatoi, annunciò: bravi, premio extra di due milioni. Il doppio della multa».

A portarlo all’Inter è stato quel toscanaccio di Benito Lorenzi, brontolone, sempre in polemica con qualcuno, e proprio per questo soprannominato «Veleno». Lorenzi, quando l’Inter giocava a San Siro, se ne andava a Cassano a prelevare i due ragazzi e li portava nel grande stadio milanese ad assistere alla partita dai bordi del campo con la maglia nerazzurra con il biscione sul petto. Con Massimo Moratti, figlio di Angelo, tornò all’Inter come dirigente partecipando con l’ex compagno e amico Luis Suarez all’acquisto di Ronaldo il Fenomeno. Non solo. Con altri giocatori (come Rivera e Sergio Campana) nel 1968 ha fondato l’Aic. Inoltre, Sandro Mazzola è stato anche opinionista per la Rai al seguito della Nazionale, un’altra sua famiglia, dopo quella nerazzurra e quella del Grande Torino. Quando in campo entrava mano nella mano con un’altra leggenda, papà Valentino.
Salvatore Riggio

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