San Siro, dove l’integrazione si fa dura. Un viaggio con il mediatore marocchino: “Qui è peggio di Molenbeek​​​​​​. Le madri sono la speranza”

2026/08/07

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Milano, 7 agosto 2026 – L’aria brucia in piazzale Selinunte. Il centro del quadrilatero di San Siro è un ombelico. Una voragine che non tiene insieme i mondi, ma li frammenta. E chi casca nel buco, è perduto. In trappola. Si entra, non si esce. Qui l’integrazione è più difficile, e il risultato è un insieme di sottrazioni. La frattura tra le due facce del quartiere: quella popolare, quella ricca. A sud le palazzine rosse, a nord le case dei calciatori. E tra le palazzine, si dividono arabi e italiani. E anche tra gli arabi, la differenza è tra egiziani e marocchini.

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Una famiglia cammina a San Siro

L’esclusione genera mostri

Il margine dell’esclusione è sottile e genera mostri, come quelli disegnati sulla torretta dell’ex centrale termica, al centro della piazza. Un obelisco con un “orco“ che pure ha due facce: una buona e una cattiva, a seconda da dove la si guarda. O da dove si ha il privilegio di guardarla. “Ogni cosa che eccede il limite si trasforma nel suo contrario”. Parafrasa così un detto arabo Rabbah Mustapha, responsabile dello spazio marocchino culturale e sportivo a Milano.

Intende dire che ciò che in una casa è luce, in un’altra è un incendio. E lui in questa mattina di agosto in piazzale Selinunte, è una luce che sembra un po’ fuori posto. Ama la letteratura e il teatro. In Italia ci vive da tempo, ma a San Siro dal 2022.

“Peggio che a Molenbeek”

E “le cose qui sono peggiorate”, dice. “Ogni tanto vedo i ragazzini che vengono da fuori a fare le foto in via Zamagna, perché riconoscono la strada dai video dei rapper. Ma la sera non ci tornano mica”, racconta, indicando la via costeggiata da case popolari fatiscenti, con le madonne nei cortili e i tappeti alle finestre. Le case occupate e i vetri rotti. “Sono stato un po’ di tempo a Molenbeek, in Belgio”. E per Mustapha il quartiere difficile, dove sono cresciuti molti degli autori degli attentati jihadisti in Europa, non regge il confronto con San Siro: “Qui è davvero peggio se parliamo di integrazione”, dice senza mezzi termini.

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Una madre con una bambina

"I bambini interiorizzano tutto”

L’integrazione non è un fatto solo culturale ma “dipende molto dalla zona nella quale cresci. Se un bambino nasce qui, tra queste palazzine, trova un certo tipo di educazione a casa, ma poi sulla strada c’è tutt’altro. La scuola si ritrova da sola a cercare di insegnare l’italiano: le maestre ce la mettono tutta, ma appena i ragazzi escono si scontrano con la realtà del quartiere. Basta guardare come è ridotta la zona: un bambino o un ragazzo che cresce vedendo i muri imbrattati e scritte offensive non capisce subito cosa significhino, ma interiorizza quell’ambiente”. Nella piazza c’è la camionetta di Emergency.

Le associazioni del quartiere sono tutte serrate. Non c’è nessuno con cui si possa parlare. Seduti fuori alle sedie del bar sono quasi tutti uomini. Le donne passano svelte, trascinando i carrelli della spesa.

Il rapporto con le forze dell’ordine

Si parla solo arabo. I bambini che giocano sulle altalene sono dipinti solo sui murales. Non c’è nessuno nemmeno nel piccolo campetto da basket sotto il sole cocente. C’è una volante della Polizia. E Mustapha racconta: “In Belgio ho visto una cosa bellissima: durante le feste di strada le forze dell’ordine allestivano un piccolo presidio con una tenda e piccole moto per far fare un giro ai bambini. Rispondevano alle loro domande, distribuivano palloncini... – racconta –. Questo serve a non far avere paura della polizia, infonde coraggio e fa apprezzare le istituzioni. Qui a San Siro, invece, i nostri figli vedono solo quelle scritte sui muri. Quando vedono i carabinieri, sanno solo che mettono le manette a qualcuno, senza capirne davvero il motivo. C’è paura. Quello che viene da fuori, spaventa”.

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Viaggio a San Siro

"Serve più lavoro sul territorio”

Intanto, qua dentro le reti del campo da basket rovinate le ha sostituite lui, mettendoci i soldi di tasca sua, dice. Ventuno euro. “Servirebbe davvero molto più lavoro sul territorio. Non fanno veri passi avanti. In generale manca un rapporto umano, la capacità di ascoltare le persone e capire davvero i loro problemi”. Mustapha ha scritto un copione per un cortometraggio educativo che vuole diffondere per sensibilizzare a non gettare i rifiuti per strada.

Ce lo mostra. “L’alba illumina Milano, poi la scena si sposta nel quadrilatero di San Siro. Una famiglia cammina...”. Inizia più o meno così. E si ritorna al nucleo: “La famiglia è il primo passo per integrare. Ma c’è una cosa che forse ancora non ha capito nessuno: bisogna partire dalle donne, dalle madri. Sono loro che trasmettono tutto ai figli”, conclude.

La rivoluzione delle donne

Una rivoluzione delle donne, lenta, silenziosa e nascosta dalla luce accecante del piazzale, ma che, forse, sta già avvenendo. Tra le mura di casa “spesso le situazioni non sono facili. I bambini non respirano amore in famiglia”. È il pensiero onesto di Mustapha. Ritorna il proverbio: ciò che in una casa è luce, in un’altra è un incendio.

Ci spostiamo in via Pinelli. Qui c’è una biblioteca aperta anche d’estate. Spazio Micene, dove, tra le altre cose, i bambini del quartiere vengono a studiare. A incontrarsi, soprattutto.

Vacanza in piscina

“Maestra possiamo prendere l’acqua?”, chiede la maggiore di quattro sorelle. La più piccola va all’asilo, la più grande in seconda media. Come spesso accade, sono i figli di seconda generazione a tradurre per i loro genitori. Lo scoglio della lingua, il primo da abbattere. Lo sanno bene le educatrici qui. Ecco perché servono mediatori. Tanti.

E voi cosa fate quest’estate? Risponde ancora la più grande: “La vacanza la faccio in piscina. Però stiamo aspettando che mettano le onde e gli scivoli. Poi ci vado con tutte le mie sorelle”.

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