San Gennaro, miracolo ok. Doppio monito di Battaglia: «Vogliamo pace, no ai clan»

2026/09/20

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«Gennaro, fammi questa grazia: quando torneremo qui, il prossimo anno, fa’ che l’unico sangue di cui dovremo parlare sia il tuo». È stato questo l’incipit con cui il cardinale don Mimmo Battaglia ha voluto introdurre la sua omelia per la solennità di San Gennaro. In una cattedrale gremita di fedeli l’arcivescovo metropolita di Napoli ha lanciato un doppio monito dall’altare: basta con le guerre che insanguinano il mondo e con i ragazzi uccisi nella nostra città, rivolgendo la sua preghiera non solo al santo patrono ma anche alle istituzioni che hanno il dovere di «non abbandonare chi è più fragile».

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Dopo aver aperto la cassaforte che custodisce l’ampolla col sangue di San Gennaro nella cappella del Tesoro, accompagnato dal sindaco Gaetano Manfredi e dal presidente della Regione Roberto Fico, Battaglia si è diretto verso l’altare, dove non ha nascosto la commozione di fronte al prodigio della liquefazione che si è manifestato davanti a migliaia di persone.

Il miracolo

«Anche stavolta il nostro santo protettore ci ha dato il segno della sua presenza»: alle 10.04 l’abate della cappella del Tesoro, monsignor Vincenzo De Gregorio, ha dato l’annuncio dell’avvenuto miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro. Dopo il tradizionale sventolio del fazzoletto bianco, il cardinale Battaglia ha introdotto la sua omelia: «Non voglio più venire davanti alla tua ampolla e dover dire che il tuo sangue assomiglia a quello dei bambini uccisi, che si mescola idealmente a quello delle vittime innocenti. Non voglio più nominare la Palestina, l’Ucraina - ha proseguito - né aggiungere il nome dell’ennesima terra ferita, dell’ennesima madre che stringe un corpo troppo piccolo tra le braccia». E rivolgendosi ancora al protettore di Napoli: «Davanti a te, Gennaro, oggi non voglio abituarmi. Perché forse il male più grande non è nemmeno la guerra, ma abituarsi ad essa. È ascoltare il numero dei morti e non vederli più. Cinquanta, cento, mille. Il sangue non è una statistica e ha sempre un nome, una madre, una casa, un odore». Al termine della celebrazione l’arcivescovo ha percorso la navata centrale e, uscito all’esterno della cattedrale, ha mostrato ai fedeli l’ampolla col sangue del santo.

L’appello 

«Per questo oggi, davanti al sangue di Gennaro, vorrei che da Napoli partisse un grido: Fermatevi - ha ribadito Battaglia - voi che avete in mano le armi». Poi l’invito alla città: «E allora devo parlare a te, Napoli. Perché anche tu conosci il sangue. Lo conoscono certe madri che hanno imparato a riconoscere il rumore di uno sparo. I ragazzi a cui qualcuno ha insegnato troppo presto che una pistola può dare più rispetto di un libro. I commercianti che hanno paura», ha detto riferendosi alle illegalità che affliggono Napoli. Centrale nell’omelia l’attacco alla camorra: «È guerra - ha tuonato dal pulpito - una guerra senza dichiarazione. Senza divise né trattati di pace. Perché ogni volta che un ragazzo viene arruolato dalla strada, che una madre teme che suo figlio non torni a casa, abbiamo perso una battaglia». Riferendosi poi alla “fede” professata dai camorristi: «Non c’è nulla di religioso nella camorra. Puoi accendere cento candele a San Gennaro: se spegni la vita di tuo fratello, non fanno luce».

La speranza 

La camorra per don Mimmo è anche “bestemmia”, perché «prende un ragazzo e gli ruba il futuro; il bisogno e ne fa mercato, il sangue e ne fa moneta». E ancora una volta rivolgendosi al patrono: «E allora, Gennaro, anche qui: facci la grazia. Liberaci, non soltanto dai camorristi, ma dalla mentalità camorristica». A conclusione del suo discorso Battaglia ha lanciato un appello sia al santo che alle istituzioni invitandole a fare la loro parte: «Fa’ che il prossimo anno nessuno abbia sparato a un ragazzo, nessuna madre abbia dovuto riconoscere suo figlio da una scarpa, una fotografia, un brandello di vestito». Infine un «desiderio: il prossimo anno vorrei poterti dire grazie, perché avremo avuto il coraggio di mettere davvero i più piccoli al centro. Non dei discorsi, ma delle scelte. Della politica, della comunità tutta, della città. Perché Napoli non può essere grande solo nelle piazze, nei monumenti e nella capacità di attirare il mondo», ha concluso auspicando per Napoli la nascita di una «cordata vera: non una fotografia nella quale tutti stanno insieme per un giorno, ma una responsabilità reciproca».

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