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- San Carlo, tre progetti per il futuro: giù il gigante, su edificio a 9 piani. Ma si salvano le strutture iconiche
Il documento di fattibilità consegnato dall’Asst dei Santi alla Regione, cui spetta la scelta finale. Nel confronto le demolizioni, più costose all’inizio, sul lungo termine diventano più vantaggiose

Dall’alto, l’elisuperficie e il parcheggio dove i piani B e C collocano il nuovo ospedale

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Milano – Tre ipotesi per il nuovo ospedale San Carlo di Milano. Confrontate e valutate con il supporto del Politecnico di Milano, fino a individuarne una preferita nel “Docfap” (Documento di fattibilità delle alternative progettuali) che l’Asst Santi Paolo e Carlo ha deliberato il 3 agosto e consegnato alla Giunta regionale, che all’inizio dell’anno aveva dato mandato alla direttrice generale dell’Azienda socio-sanitaria territoriale dei Santi, Simona Giroldi, di mettere a confronto l’idea di costruire un ospedale nuovo accanto al Borromeo – spuntata dopo il tramonto del progetto di un unico Ospedale dei Santi – con un progetto meno ambizioso ideato tra il 2022 e il 2023. Ora la Regione dovrà scegliere tra le tre opzioni il destino del Borromeo, che attende da tre lustri una ristrutturazione massiva come il suo fratello della Barona. Al San Paolo, l’altro presidio dell’Asst, sul corpaccione quasi cinquantenne di dieci piani è partito in primavera un supercantiere da 110 milioni di euro che procedendo per trasferimenti e piani in orizzontale e in verticale dovrebbe terminare a metà del 2032.
Le strade percorribili
Per il San Carlo si esplora invece anche la possibilità di demolire - ad eccezione ovviamente della chiesa progettata da Gio Ponti e vincolata – in tutto o in parte il monoblocco a forma di Y di tredici piani fuori terra più interrato inaugurato 59 anni fa: “Sarebbe meglio abbattere e ricostruire, ma c’è un bacino di mezzo milione di persone (tra il Borromeo e il San Paolo, ndr) che non può rimanere scoperto”, ragionava l’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso in primavera. E in effetti la “continuità operativa” è la stella polare nel Docfap sul San Carlo, che esplora tre progetti tra loro alternativi.
Uno più conservativo - l’opzione A - prevede di costruire, sull’area occupata dall’elisuperficie del 118, una piastra di tre piani più interrato che ospiterebbe il Dea (Dipartimento emergenza-urgenza), il blocco operatorio e degenze ad alta intensità di cura, creando un accesso al pronto soccorso da via Cardinale Tosi e dividendo l’area operativa h24 da quella “diurna” degli ambulatori e dialisi, che sarebbero trasferiti nell’edificio degli anni ’90 che oggi ospita le urgenze e nel “Quadrato”, un corpo di quattro piani più seminterrato a gradoni che nei primi anni ’80 è stato collegato al monoblocco. La Y, in quest’ipotesi, sarebbe ristrutturata dal primo al settimo piano, per circa 250 posti letto.
Le altre due opzioni, B e C, invece prevedono di abbatterla per costruire un ospedale nuovo accanto all’esistente, che continuerebbe a lavorare durante il cantiere. Precisamente su un’area che all’elisuperficie aggiunge il parcheggio adiacente: una piastra di due piani più due interrati e due blocchi di degenze di cinque piani d a L, per nove piani complessivi. Entrambe le alternative prevedono di ristrutturare le palazzine dei Convitti; l’unica differenza è che il piano B riqualifica e conserva anche l’iconico Quadrato per le attività universitarie (della Statale), il C prevede di demolire anche questo edificio. Le previsioni sui tempi raddoppiano dai 93 mesi (di cui 58 di lavori) dell’opzione A ai 184 (calcolati dall’inizio della progettazione, con 149 mesi di lavori) della B, con la C a 157 mesi (122 di lavori). Sul fronte economico la differenza è anche più importante tra l’alternativa A, per la quale si stimano 188 milioni 915 mila euro, e i piani B e C, da 475.778.752 euro e 465.788.752 euro rispettivamente.
La simulazione
E però il Docfap analizza i costi in “una prospettiva di ciclo di vita”, tenendo conto del fatto che la conservazione e riqualificazione dell’esistente, a fronte di investimenti iniziali inferiori di circa il 40% rispetto alla costruzione ex novo, comportano “costi di esercizio strutturalmente più elevati e crescenti nel tempo per effetto dell’obsolescenza”. Calcolando una “vita utile” di cinquant’anni per un ospedale, l’opzione conservativa e l’ex novo si incrociano al tredicesimo anno: “Da quel momento la nuova costruzione risulta strutturalmente più conveniente e il differenziale cresce fino a circa dodicimila euro al metro quadro”. La simulazione conclude che “a parità di superficie la soluzione conservativa risulta più onerosa di oltre un terzo sull’orizzonte di vita utile dell’opera, oltre a consegnare un’infrastruttura dimensionalmente e funzionalmente vincolata”. Non sono però solo i conti a guidare la complessa valutazione, attraverso una griglia di 53 indicatori divisi in nove criteri – “Stategia e governance”, “vincoli urbanistici e ambientali”, “accessibilità”, “relazioni con il contesto”, “aspetti funzionali e clinico-assistenziali”, “ambientali e di sostenibilità”, “organizzativi e continuità operativa”, “economici e finanziari” – per i quali ciascuna alternativa ha avuto un punteggio su scala semaforica. Il piano A ha 13 semafori rossi, 27 gialli e 13 verdi; il piano C due rossi, 16 gialli e 35 verdi. Il piano B, quello che salva il “Quadrato“, con 37 luci verdi, 15 gialle e una rossa (l’indicatore è la “necessità di bonifica”) è il “più rispondente alle esigenze”, con “il miglior equilibrio tra efficacia, efficienza e sostenibilità” “e può costituire la base di riferimento per le fasi progettuali successive”, conclude il documento. L’ultima parola, ora, spetta alla Regione.
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