VIDEO FCIN1908 / Inter, allenamento mattutino in Germania: il gol di Esposito
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Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, Sebastiano Esposito, ex attaccante dell'Inter oggi al Cagliari, ha rilasciato queste dichiarazioni:
"Perché ho lasciato l'Inter per il Cagliari? Perché giocare conta più di tutto, quindi zero rimpianti. Pio è un orgoglio. Non farà mai gli errori che ho fatto io, ha capito cosa non deve sbagliare, è seguito, come noi, da un procuratore attento come Mario Giuffredi. E in campo ha una dote, oltre a essere forte in area: sa legare il gioco, pur essendo 1,95".
Che rapporto avete tra fratelli? Un legame pazzesco. Giocate tutti col numero 94.
�Da due anni, una scelta fatta in nome del nostro quartiere, “Cicerone 94”. Ci siamo ritrovati per le vacanze a Castellammare. Abbiamo giocato nel campetto che abbiamo donato al quartiere. Sono venuti a trovarci anche Hernanes, il cantante Olly (sampdoriano) e Fabio De Paoli della Samp che per me è proprio un fratello. Ci siamo tatuati a vicenda».
Ora c’è Cagliari.
�L’ho voluta. Mi sto trovando bene. E’ una piazza calda, come piace a me con una tifoseria che nel nostro stadio ci spinge molto. C’è un popolo intero dietro. Il Cagliari è una Nazionale. Io non amo la comfort zone. Ricerco le sfide. E Cagliari, venendo dall’Inter, era la più difficile. C’è un gruppo sano che ha voglia di lavorare. Sarà tosta, perché arrivare è facile, confermarsi è difficile».
Ha fatto sette gol, a un passo dal suo record di otto di Empoli in Serie A. Se le dico doppia cifra?
�Non seguo le statistiche e non mi pongo obiettivi. E non sono neppure uno che cerca di segnare a ogni costo. Se devo dire una cosa che ho in testa e che voglio salvarmi»
Chi voleva essere da bambino?
�Francesco Totti. Che eleganza. Provavo a emularlo. Ho avuto modo di conoscerlo quando lui cominciò a fare qualcosa da procuratore. Non può immaginare l’emozione».
Visto che è giovane ed è stato nelle Under, come i suoi fratelli, ha giocato all’estero e vive di calcio, può dirci dove sbagliamo e perché andiamo male?
�Il Mondiale perso ha una componente di sfortuna. Ma per il resto, lo dico più da presidente di una società che fa settore giovanile: perché il risultato conta più della crescita».
(Fonte: La Gazzetta dello Sport)
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