Rosa Feola e la dignità delle donne: “Alla Scala sono a casa. Porto in scena la mia vita e dò voce alle oppresse”

2026/08/07

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Protagonista a Milano del successo di ‘Lucia di Lammermoor’ sul palco più prestigioso, il soprano si racconta: “Qui sento tutto il peso della storia e dei giganti che si sono esibiti prima di me”

Rosa Feola, soprano di livello internazionale, 40 anni, nata e cresciuta a San Nicola la Strada, in Campania

Rosa Feola, soprano di livello internazionale, 40 anni, nata e cresciuta a San Nicola la Strada, in Campania

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Milano, 7 agosto 2026 – Lucia, Violetta, Liù: Rosa Feola è tutte loro e molto di più. Emblema del belcanto italiano il soprano, dopo il successo di Lucia di Lammermoor alla Scala, interpreta Traviata all’Arena di Verona (replica 22, 29 agosto e 5 settembre) e Liù in Turandot al Festival Puccini di Torre del Lago. Vincitrice del Premio Abbiati della critica italiana, rivela: “Quando interpreto ruoli segnati da una profonda sofferenza, come Lucia che impazzisce, o altre eroine che si sacrificano, porto in scena le mie esperienze di vita e la forza che noi donne abbiamo conquistato nel tempo”.

Cosa significa cantare, per lei, Scala?

“Il Piermarini non è semplicemente un palcoscenico: ogni volta avverto il peso della storia e la presenza dei giganti del passato. È un rapporto fatto di sacra reverenza e gratitudine. Il pubblico milanese è competente, esigente e appassionato, sentire il loro calore e la loro approvazione è una conferma preziosa. Lucia, Violetta sono figure oppresse, la mia missione è dare loro voce. Nel solco della partitura evidenzio la loro dignità e la loro forza interiore, trasformo il loro dramma in una riflessione per lo spettatore d’oggi sull’importanza della libertà di scelta”.

Con chi avverte un’affinità particolare?

“Con Violetta ho un legame umano profondo. Quando incontra Alfredo sente la forza di rinascere, ma è costretta a subire l’influenza e le regole di una società implacabile che la costringe a vivere nell’ombra. Violetta vive una condizione di rassegnazione finché capisce, dopo aver letto la “lettera“, che “è tardi“. Interpreto quel momento con la massima carica drammatica, perché è lì che, per la prima volta, nella solitudine esprime con dolore “non ce la faccio più“. In lei ritrovo quella dignità d’animo che rende il suo sacrificio un atto supremo di libertà e d’amore”.

Oggi come vive il suo rapporto con i teatri internazionali e nazionali?

“Con la Scala ho un legame viscerale: se al Metropolitan di New York sento la responsabilità di rappresentare la cultura italiana in un teatro dalla macchina organizzativa monumentale ed efficiente, alla Scala sono “a casa“. Milano offre un ritmo a misura d’arte, elegante e ricco di tradizione, dove le prove mantengono una cura artigianale. Il mio rapporto con i teatri italiani e con le mie radici si fonda sulla verità. La mia terra, la Campania, mi ha regalato l’anima, l’istinto, la passionalità e la capacità di sopravvivere alle difficoltà, un bagaglio emotivo indispensabile per cantare”.

Cosa le ha insegnato la maternità?

“A riorganizzare la scala dei valori, mia figlia è il dono più bello della mia vita. Essere madre e artista mi fa sentire appagata. Una donna non dovrebbe mai trovarsi costretta a scegliere tra la propria realizzazione professionale e la gioia della maternità. Condividere con lei il backstage degli spettacoli, i viaggi di lavoro e i momenti di musica è il modo più autentico che abbiamo per far crescere, giorno dopo giorno, questa passione insieme. È una cosa meravigliosa”.

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