Romana Maggiora Vergano: «Le registe donne? Le giudichiamo molto prima dei loro film»

2026/09/15

Categories: lifestyle

Si sono spenti i riflettori sull'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, conclusa con il Leone d'Oro a Woman Unknown di May el-Toukhy, e ora le storie che hanno emozionato il pubblico del Lido iniziano la loro seconda vita, tra l'uscita nelle sale e il successivo approdo sulle piattaforme.

Tra i film che più hanno acceso il dibattito sulle fragilità delle relazioni familiari (perché, forse, tutte le famiglie sono disfunzionali a modo loro) c'è L'estranea di Paolo Strippoli, thriller psicologico che si addentra nelle paure della genitorialità e ruota attorno a una domanda che, almeno una volta nella vita, ci siamo posti tutti: quanto sappiamo davvero della nostra famiglia?

In arrivo al cinema l'8 ottobre, il film racconta un nucleo familiare attraversato da segreti, sensi di colpa e silenzi. L'ossessione della madre, interpretata da Jasmine Trinca, i non detti del padre (Adriano Giannini) e la presenza inquietante dell'Estranea, una figura enigmatica interpretata da Valeria Bruni Tedeschi che compare ogni volta che qualcuno è sul punto di morire offrendo un patto infernale (una vita in cambio di un'altra) conducono la storia fino al suo cuore emotivo: Alice, interpretata da Romana Maggiora Vergano, e il misterioso incidente che ha segnato la sua infanzia.

Chi è Romana Maggiora Vergano, protagonista de L'estranea

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Stephane Cardinale - Corbis//Getty Images

Figlia di due medici ginecologi, 28 anni, l'attrice è al secondo film con Strippoli (dopo La Valle dei sorrisi, 2025) e ha già una decina di titoli d'autore in curriculum, tra cui C'è ancora domani di Paola Cortellesi (2023), che le è valsa la candidatura come migliore attrice non protagonista ai David di Donatello e Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini (2024, premio come migliore attrice protagonista ai Nastri d'Argento). Tra gli ultimi lavori, le serie televisive Prima di noi (su Rai 1) e Portobello per HBO Max.

Abbiamo raggiunto Romana Maggiora Vergano per parlare de L'estranea, del suo percorso artistico, del confine tra vita e lavoro e di un tema che continua a interrogare il cinema italiano: lo spazio delle donne davanti e dietro la macchina da presa.

Intervista a Romana Maggiora Vergano

Partiamo subito da Venezia. Com'è andato il red carpet del film: ci è sembrato pieno di gioia e di complicità.

«È vero e la cosa meravigliosa è che eravamo tutti in nero senza dircelo. Questo dettaglio ha confermato che la nostra energia, anche rispetto al film, risuona tra di noi in maniera del tutto inconsapevole. L'estranea è un film di genere con delle tinte cupe, però noi, in quel nero, abbiamo portato un entusiasmo che è nuovo, fresco, giovane».

"l'estranea" screening the 83rd venice international film festival

Pascal Le Segretain//Getty Images

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Pascal Le Segretain//Getty Images

Cosa hai preso dalla prima proiezione e dal pubblico in sala?

«Mi ha molto colpito percepire un'attenzione e una suspense, rispetto alla narrazione, che non avevo mai provato così forte in una sala così grande. Siamo riusciti un po' nell'intento di coinvolgere lo spettatore e fargli vivere questa famiglia come se lo riguardasse da vicino».

Alice scopre di non conoscere davvero sua madre. Ti è mai capitato nella vita di accorgerti che una persona a cui volevi bene nascondeva qualcosa?

«Credo che mi succeda continuamente, nel senso che sono consapevole di avere una sensibilità per cui, se un interlocutore, soprattutto vicino a me, mi nasconde qualcosa, è una cosa che percepisco immediatamente e non riesco a non farmene carico. Devo indagare, voglio che questa persona con me si apra e si manifesti nella sua autenticità. Quindi, rispetto a questo, mi trovo molto vicina ad Alice. Per una vita fugge da questo ruolo di figlia, tanto che arriva a sentire l'esigenza di allontanarsi fisicamente dalla madre. E durante il loro incontro vive una lotta interna: vorrebbe non saperne nulla, e non vede l'ora che la madre vada via di casa, ma allo stesso tempo ha una pulsione verso la verità, e la speranza che la madre sia per una volta profondamente onesta con lei».

È come se sentisse che le manca a lei qualcosa, mentre mette in ordine i pezzi del puzzle.

«Io sono coetanea di Alice, quindi la capisco. In questo percorso della conoscenza di sé, che dura una vita intera, se ti mancano dei pezzi fondamentali della tua infanzia, per quanto tu li rifiuti, senti che ne hai bisogno, per andare avanti, per crescere, per costruire la tua identità. Hai bisogno di questi pezzi mancanti del puzzle».

Se ti mancano i pezzi della tua infanzia, non puoi costruire davvero la tua identità

L'estranea oltre che essere la storia di una madre, è anche la storia dei suoi due figli. Qual è il loro punto di vista?

«La madre in questa storia agisce per amore, ma oltrepassa quella linea sottile che, nel momento stesso in cui viene superata, segna in maniera definitiva e spesso anche molto traumatica l'identità di un figlio. Il controllo anche se mosso dall'amore, quando si trasforma in ossessione, finisce per danneggiare l'altra persona».

Nel tuo percorso professionale di crescita come attrice, questo film che ruolo ha? Dove si colloca nella sequenza?

«È la mia seconda interpretazione in un film di genere, quindi conferma anche la mia attrazione e la mia curiosità verso delle storie che non vengono raccontate nel nostro cinema e rappresentano un po' una sfida sia come interprete che come storyteller».

L'attrazione per le storie noir è una caratteristica della Gen Z, che sta riscoprendo altri generi, oltre la commedia il dramma.

«Assolutamente sì, e come interprete è quasi una liberazione non doversi imprigionare nei limiti realistici».

Dove trovi la tua forma di divertimento sul set?

«Cerco di rompere il ghiaccio e quando questo gioco viene accolto dal resto della troupe, io mi rilasso immediatamente. Finora sono stata fortunata perché ho incontrato sempre colleghi con cui sono sulla stessa lunghezza d'onda da questo punto di vista».

Possiamo dire che è un mood della vita?

«Sì: alleggerire, sdrammatizzare. Credo di riuscire a metterlo in pratica sul lavoro proprio perché l'ho compreso nella vita. All'inizio, tendevo sempre a stare a farmi da parte, a scomparire, a evitare uno sguardo per non sentirmi in una posizione di inferiorità. E invece ho capito che se ti mostri aperta e il più autentica possibile si possono creare delle connessioni molto belle e addirittura, nel lavoro, riesco a imparare di più».

Però invece tu sei una che è molto preparata, e che quando si mette a fare le cose le fa per bene.

«Non riesco ad accettare di fare altrimenti, non è proprio nella mia natura».

Come il tuo ultimo film ci insegna, però, tutto ha un prezzo da pagare. Cosa hai dovuto lasciare indietro?

«Nel momento in cui ho cominciato a lavorare con continuità, mi sono resa conto della necessità di fare pulizia tra i miei affetti. Questo è un lavoro che prende anche molto tempo personale, sia per una questione pratica, ma anche per un coinvolgimento emotivo. Diciamo che dal film di Paola (C'è ancora domani, ndr) è cambiata un po' la mia cerchia di affetti. Adesso sono in grado di sostenere dei rapporti di conoscenza più leggeri e non necessariamente affidarmi all'altro in maniera totale».

Ho dovuto fare pulizia tra i miei affetti

A proposito di Cortellesi, c'è un filone del cinema femminile, in qualche modo, a cui ti si può accostare. Perché c'era solo una regista donna in Concorso alla Mostra del Cinema? È davvero solo una questione di qualità?

«Le visioni delle registe donne sono inedite, raccontano qualcosa a cui non siamo abituati e proprio per questo inizialmente possono metterci a disagio. Ci pongono davanti a qualcosa che forse non vogliamo vedere, che non siamo ancora pronti a vedere o che semplicemente non sappiamo ancora come leggere. Ma quante volte anche film di uomini, che oggi definiamo capolavori, nei primi cinque minuti non ci convincono? Eppure siamo più disposti a concedergli il beneficio del dubbio. Gli perdoniamo qualche inciampo. Gli concediamo una seconda possibilità. Continuiamo a guardare aspettando che qualcosa ci sorprenda, che arrivi il guizzo del genio, che il film riesca a farci ricredere. Quando invece un film è diretto da una donna quel disagio iniziale si trasforma molto più rapidamente in una sentenza: il film è brutto, lei non è capace. E così smettiamo di cercare ciò che potrebbe sorprenderci positivamente e iniziamo a indagare ciò che conferma il nostro giudizio iniziale. Il suo fallimento. Forse prima ancora di chiederci se un film sia davvero di qualità, dovremmo chiederci quanto le nostre aspettative sulla qualità siano state costruite da uno sguardo abituato, da sempre, a vedere il cinema attraverso gli occhi degli uomini».

Alle registe concediamo meno seconde possibilità

Ci racconti un aneddoto di Venezia?

«Ho saputo di essere andata virale con un video in cui rispondo a un fotografo. Dopo il red carpet volevo solo togliermi le scarpe e andare a bere un bicchiere di vino con i miei colleghi. Invece sono stata fermata da tanta gente che mi chiedeva cosa fosse successo, che mi faceva complimenti e mi diceva: «Abbiamo visto un nuovo lato di te», e io non avevo idea di cosa avessero visto perché non avevo ancora acceso il telefono. Poi ho capito. Sono fiera di non aver ceduto alle leggi silenziose di questa industria che ci vuole sempre grate, composte, patinate. Ho risposto con garbo all'arroganza e questa cosa mi ha dato sicurezza».

L'ultimo film che hai visto al cinema?

«Camp Miasma. Mi è piaciuto tantissimo, mi ha divertito. Non sono solita vedere film horror, quindi mi sono un po' forzata perché in genere mi fanno paura, ma questo invece mi ha inquietata al punto giusto, è stata una bella esperienza».

Meglio il cinema o le serie? Cosa ti attira di più in questo momento?

«Uscirà per Netflix una serie crime che si chiama Chiaroscuro, in cui interpreto un medico legale. Mi piacerebbe riprovare con la serialità lunga anche se quello che sento più affine è un racconto compatto. Il cinema è il mezzo con il quale riesco ad esprimermi meglio ma le serie mi attirano, perché ne ho fatte meno».

A proposito di medico, ci sono rimasti male i tuoi quando gli hai detto che saresti diventata una dottoressa?

«Una piccola delusione, ai tempi, gliel'ho data, però sono stati assolutamente in grado di gestirla e di non farmela pesare. Loro mi immaginavano con il camice e io finalmente adesso, in questa serie, gli farò vedere come mi sta addosso. Mi ha sempre affascinato la neuropsichiatria infantile ma sono troppo sensibile: mi sarei portata il lavoro anche a casa, e il peso mi avrebbe distrutto lentamente».

Con chi ti piacerebbe lavorare in futuro?

«Con Jessie Buckley, l'attrice di Hamnet. Siamo rimasti tutti folgorati dalla sua interpretazione, ma io vorrei conoscerla proprio come persona, e credo che ci troveremo molto bene a lavorare insieme. Se un giorno Jessie Buckley decidesse di dirigere un film in Italia, io ci sarei».

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