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20 luglio 2026
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Tra i fenomeni più curiosi del tempo in cui viviamo c’è l’approccio schizofrenico della sinistra verso il popolo. Se il popolo pensa (e vota) come la sinistra ritiene saggio, allora scatta la poetica e la retorica della saggezza delle masse, «la storia siamo noi», «yes we can», la partecipazione dal basso, e via celebrando le virtù del popolo sovrano. Se invece il popolo pensa (e vota) diversamente, allora scatta - uguale e contraria - la poetica e la retorica dell’allarme fascismo, dell’onda nera, della torsione autoritaria. Si potrebbe perfino sorridere di quest’approccio «giudicante» da parte della sinistra, come se nella democrazia dei compagni fossero loro a dare i voti al popolo e non viceversa, una specie di vizietto ortopedico, di approccio rieducativo. Insomma, un popolo da considerare adulto e consapevole se sta con loro, e invece bambino e prepotente se la pensa diversamente. Ma la voglia di sorridere passa se si riflette meglio sulla carica di intolleranza che questa visione delle cose porta con sé.
Salvini a Il Tempo: "Sarei orgoglioso di candidare Roggero". Sulla grazia "nessuna pressione"
Guardate lo zelo con cui in questi giorni (con l’eccezione di tre o quattro giornali, ma a reti televisive sostanzialmente unificate) è partita una feroce e sistematica campagna di mostrificazione del gioielliere Mario Roggero, come se i rapinatori fossero preferibili al rapinato e fossero meritevoli - loro - di solidarietà, oltre che di risarcimento. Dalle cattedre universitarie alle redazioni, c’è chi non sa darsi pace: ohibò, come si spiega il fatto che gli italiani, nonostante tutto questo «massaggio» e questa rieducazione mediatica, non si siano fatti convincere? Come si spiega che continuino (e che noi continuiamo, amici lettori) a stare dalla parte del cittadino aggredito? Peggio ancora, dal loro punto di vista: Roggero, il Roggero gioielliere, lavoratore autonomo, family-man, padre e marito, perseguitato dai giudici e dalla legge, incarna tutto ciò che la sinistra detesta. È una sceneggiatura degna di un film di Clint Eastwood, ma a loro - si sa - tutto questo non piace. È una storia semplice: i «democratici» hanno un problema con il demos. E sono in evidente crisi di nervi.