Marco Bechis torna a raccontare l'Argentina della dittatura, le torture e i desaparecidos con un reduce che torna per testimoniare a un processo contro i militari. La recensione di Mauro Donzelli di Ritorno a Buenos Aires presentato in concorso al Festival di Venezia.
Si era fatto conoscere con un film molto duro e apprezzato, Garage Olimpo, diventato un punto di riferimento per il racconto al cinema delle torture della dittatura militare in Argentina degli anni ’70. A ventisette anni di distanza, Marco Bechis torna a raccontare quegli anni, passando dalla denuncia in diretta delle violenze e dei migliaia di desaparecidos al tentativo di superare quei drammi con la suturazione successiva a un processo agli ufficiali di quel regime.
Meno autobiografico di Garage Olimpo, che era per lo più la sua storia personale, Ritorno a Buenos Aires si concentra su un medico, Mariano Guerra (Adriano Giannini) che, nel 2008, a trentatré anni di distanza dai fatti, tutti trascorsi in una sorta di doloroso isolamento in Italia, deve decidere se tornare per la prima volta, da allora, in Argentina per testimoniare oppure no contro i torturatori che lo sequestrarono e schiavizzarono per più di due anni, rendendolo una sorta di kapò, costretto a collaborare mettendo a frutto le sue competenze di studente di medicina.
È il punto di innesco di un percorso di risveglio di Guerra - nomen omen - che per tanta parte della sua vita è rimasto in un limbo fra il presente vissuto cercando di salvare vite e un passato in cui non è riuscito a farlo con tanti dei suoi compagni di prigionia. Un uomo che vive ogni giorno la sindrome del sopravvissuto, quella condizione comune a tante tragedie scampate, legata al senso di colpa dell’essere rimasto in vita. La decisione finale di andare lo pone di fronte a un viaggio indietro nel tempo, mentre riconosce i volti di tanti come lui chiamati a deporre, in alcuni casi però non ben disposti. Li sistemano in una serie di stanze lungo un corridoio in un edificio del Ministero della Giustizia, facendogli quasi rivivere quel ciclo di vicinanza scandita da lunghe nottate insonni vissute in prigionia.

Mentre attende il giorno della sua deposizione le giornate trascorrono familiarizzando, o quantomeno tentando di farlo, recuperando frammenti vissuti in comune, ricordi lontani, riportando alla mente e al presente vicende nascoste in un angolo protetto da mille cassaforti della sua mente. Il senso del passato, la pesantezza della sua condizione e della colpa che lo perseguita per aver dovuto supportare il medico titolare delle stanze delle torture, caratterizza le giornate in una Buenos Aires solare e frenetica, in contrasto straniante fra la sua modernità attuale e la cupezza di Mariano Guerra e degli altri personaggi, insieme ai militari sotto processo, catapultati dal passato.
Ma non solo solo i compagni di allora, e in oltre due anni sono tanti quelli che ha visto passare, a sconvolgerlo, ma anche, se non soprattutto, le nuove generazioni, come la figlia di una compagna di militanza di allora, con cui all’inizio non vuole parlare. Ma in un modo o nell’altro si rende conto come le eventuali sentenze, colpevoli e accusatori, tutto quell’enorme apparato in cerca di giustizia serva principalmente affinché le nuove generazioni possano vivere il loro futuro almeno con una parvenza di normalità. Rievocando visivamente la labirintica frammentazione dei ricordi di Guerra, in una Buenos Aires spesso ripresa dalla alto dei suoi grattacieli, Bechis scava senza remore nell’anima profonda del suo protagonista, supportato da un ottimo Giannini, che riesce a rendere il trauma senza facili scorciatoie, nella frontalità del dolore fisico e mentale che riemerge dal passato.
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