«È fallito il tentativo di sabotare il centrodestra». Giorgia Meloni commenta così, con alcuni fedelissimi, il risultato arrivato dalle suppletive a Reggio Calabria dove Roberto Vannacci ha giocato d'astuzia ma non ha sfondato, con buona pace del recordman di preferenze sfilato a Fi a pochi giorni dall'appuntamento elettorale: Domenico Giannetta, detto Mimmo pigliatutto, che stavolta però tutto non ha preso, considerando che è rimasto inchiodato al terzo posto.
Quando al mattino la presidente del Consiglio riunisce a casa sua i leader di centrodestra – oltre ai vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il fido Maurizio Lupi – le votazioni a Reggio Calabria sono ancora in corso, e l'affluenza bassa non lascia presagire nulla di buono. Eppure Meloni con i suoi si mostra sicura, intenzionata a non cambiare la rotta: qualsiasi sia il vento che si leverà dalla Calabria, il generale resterà fuori dal perimetro del centrodestra. Alle politiche come nelle città al voto la prossima primavera.
Roma, Milano, Torino, Napoli: basta snocciolare le grandi sfide all’orizzonte per comprendere il tenore della partita. Su cui «occorre accelerare: Voglio mettere in campo candidati in tempi ragionevoli», l'invito che Meloni rivolge alla sua squadra, lasciando intendere che il timing è strettissimo, tanto più se il fronte progressista dovesse continuare a cullarsi sugli allori. Vale soprattutto per Milano, dove il centrodestra, pur dato per sfavorito, può comunque giocarsela, quanto meno arrivare ai rigori. Vale a dire al ballottaggio, e magari sparigliare.
I NOMI SUL TAVOLO
Tre i nomi sul tavolo, ma destinati per il momento a restare lì, perché ognuno resta fermo sulle proprie posizioni. Con Tajani che spinge per Matteo Perego, amico fraterno di Luigi Berlusconi, uno che ad Arcore è considerato di casa, motivo in più per difenderne la candidatura con le unghie e con i denti. E poi c’è la Lega, che dal pratone di Pontida ha lanciato il nome della pasionaria Silvia Sardone e che ora più che mai intende difenderla, anche per mandare un segnale al Nord, con cui Salvini sembra aver esaurito la luna di miele.
Infine c’è Lupi che molti, nelle file di Fdi, continuano a considerare la carta giusta, quella che sotto la Madonnina potrebbe far la differenza. Un nome caldeggiato da Ignazio La Russa, assieme a quello di Perego che il presidente del Senato ha visto a cena appena una decina di giorni fa. Lupi piace anche a Meloni, che al momento però non si sbilancia salvo lasciar intendere che è tempo di decidere chi schierare in campo. A Milano, come nelle altre città al voto. A Roma è già deciso che il candidato chiamato a sfidare Gualtieri sarà un uomo o una donna di Fdi. Fabio Rampelli aspetta una chiamata dall’alto, condizione sine qua non per scendere in campo, ma ai piani alti di via della Scrofa aleggiano parecchi dubbi sul “gabbiano”.
Roberta Angelilli è l’altro nome che rimbalza, anche se la consapevolezza della sua scarsa popolarità frena un’ipotetica investitura. A casa Meloni, quartiere Torrino, si è ragionato anche di manovra, che quest’anno più che mai vedrà la corsa dei partiti a piantare bandierine. Venerdì in Consiglio dei ministri è atteso il Documento programmatico di finanza pubblica, con il governo intenzionato a confermare il deficit al 3%, lasciando intendere che non sono ammessi colpi di testa sulla strada del risanamento dei conti pubblici. È la ragione per cui, dopo la mancata uscita dalla procedura di infrazione, Meloni potrebbe decidere di limare la richiesta di 36 miliardi di flessibilità all’Ue, rivedendola al ribasso. «Stiamo lavorando sull’importo, serve ancora qualche giorno», riferiscono autorevoli fonti al lavoro sul dossier.
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