Londra indaga su possibili legami dei fermati con Teheran, mentre cresce lo scontro tra Israele, Regno Unito e Teheran. Intanto Trump minaccia nuovi attacchi, i negoziati Usa-Iran si bloccano e Hormuz resta a rischio
La saga del Gloucestershire, dove è sita la base Raf Fairford, usata dalle forze statunitensi per bombardare Usa, non finirà a breve. Nel pomeriggio si è aggiunto al thriller internazionale l’arresto, a Londra, di un 27enne con doppia nazionalità britannico-iraniana; un 26enne britannico è stato interrogato, cinque ventenni erano già stati rilasciati (si pensava inizialmente possedessero dell’esplosivo). L’antiterrorismo britannico continua a dire di considerare «tutte le possibili angolazioni, incluso un coinvolgimento di uno Stato straniero» (Bbc riporta la dichiarazione di Vicki Evans).
A riscrivere la narrazione della vicenda erano state anzitutto le frasi del premier israeliano Benjamin Netanyahu alla Fox: «Vuoi sentire fino a che punto sono diventate assurde le cose lì e fin dove è arrivata la propaganda anti-israeliana?». Ai britannici, secondo Bibi, era stata trasmessa l'informazione di intelligence: era prossimo un attacco dietro cui c'era la longa manus dell'Iran. Poi Bibi ha lamentato: il giorno dopo la soffiata «hanno imposto sanzioni a noi».


Una cosa che il premier israeliano, tacciato di genocidio a Gaza da più lati, giudica «pazzesca», ma per lui è la prova del collasso dell'Occidente «di fronte all'alleanza islamista-marxista». In realtà il premier laburista britannico, Andy Burnham, ha anche parlato di «forti indicazioni di un coinvolgimento iraniano»; un'insistenza che Teheran ha valutato sconcertante e sfacciata. Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato l'ambasciatore britannico per protestare vis à vis contro le «accuse infondate». Le forze dell'ordine di Londra tacciono i dettagli che potrebbero chiarire il caso, quelli che forse al momento nemmeno hanno: «Un'indagine di polizia complessa e molto seria» è in corso. E non è finita.
«È possibile». È la risposta di Trump quando i giornalisti del Time gli chiedono se, dopo il Midterm, tornerà a colpire di nuovo con il fuoco americano l’Iran. Non è, forse, l’aspetto più significativo; lo è il fatto che Trump sembri già considerare conclusa, e vinta, la guerra condotta finora contro gli sciiti: «Annientando l’Iran abbiamo portato la pace nel mondo. Con l’Iran, non credo che si possa mai avere la pace». L’Iran in realtà non è affatto annientato, né indifeso o inerme.


Tra accuse e offese, nel corso dell’intervista, Trump si è lasciato sfuggire anche un’ammissione: è vero, nei depositi americani mancano alcune armi, ma – sostiene – perché Biden le ha cedute all’Ucraina e anche in quantità superiore a quella consumata nel conflitto contro l’Iran. Gli arsenali americani comunque sono «in ottima forma»: «Stiamo accumulando scorte». E lo si sta facendo attraverso nuovi accordi con i principali produttori della difesa, come Raytheon e Lockheed Martin, impegnati nella costruzione di nuovi impianti per la produzione dei sistemi Patriot e Thaad. Poi il dissing di Trump è proseguito: l'Iran «non ha soldi, la sua valuta è morta, la sua economia è morta e il suo esercito non è niente». Dopo, il Time ha pubblicato un secondo articolo organizzato in brevi capitoletti: da una parte Cosa ha detto Trump, dall’altra I fatti. Sì, l’economia iraniana soffre e l’inflazione è all’84 per cento, ma non al 300 come va dicendo Trump. Il fack checking c'è per ogni dichiarazione rilasciata dal tycoon su quella che oggi sembra la cronaca di una catastrofe annunciata, il cui inizio risale a febbraio e la fine a non si sa quando: i negoziati si sono incagliati di nuovo.
È accaduto lunedì a New York: era in corso l’Assemblea generale Onu. Marco Rubio ha ordinato alla delegazione iraniana di lasciare gli Usa quando si è reso conto dello stallo, nonostante la mediazione del Qatar. Fino a quel momento, riferisce Axios, gli americani pensavano ancora di poter fare progressi nei colloqui, ma il continuo rilancio della palla nel campo dell’altro comincia a sembrare quasi a tutti – mediatori compresi – qualcosa che sta tra un enigma insolubile e una messa in scena. Intanto il resto del mondo paga il prezzo: Jorge Moreira da Silva, sottosegretario generale Onu e capo della task force per lo Stretto, ha chiesto che, ancor prima di arrivare a un accordo, i nemici trovino un modo per garantire il passaggio dei fertilizzanti attraverso Hormuz, da cui transita il 33 per cento della produzione globale.


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