“Quando ti ammali ti danno un timbro, qui torniamo noi stesse”: dentro il laboratorio di Como dove la vita riprende luce

2026/10/09

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Maurizio Pratelli
Le foto della rivista Oltre il Giardino

Quando entriamo è ancora in corso una riunione di redazione. L’atmosfera è quella di un ambiente ricco di vita. Un momento così fervido e attivo che quasi nessuno si accorge della nostra presenza. Partecipano tutti: utenti, volontari, educatori. Naturalmente c’è anche Gin Angri, fotografo professionista e direttore della rivista Oltre il Giardino, ma soprattutto anima e memoria di un luogo che continua a raccontare una città: l’ex Ospedale psichiatrico San Martino, oggi sede del centro diurno del dipartimento di Salute mentale dell’Asst Lariana di Como.

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Gin Angri

Per capire quanto nulla sia più come prima, bisogna però tornare indietro di quasi due secoli. “Tutto ha inizio nel 1882 - racconta Gin Angri - con la nascita dell’Ospedale psichiatrico San Martino, una struttura nata già con un’idea per quei tempi certamente illuminista: far star bene i pazienti con problemi mentali, rispetto a quando finivano in carcere oppure dispersi nel nulla”. 

Il pensiero originario, dunque, era quello di cura e protezione. Nel tempo, però, il manicomio si è trasformato in qualcosa di molto diverso: un luogo di reclusione, isolamento e sofferenza. Uno degli strumenti che ha contribuito ad aprire quelle porte, quasi cent’anni più tardi, intorno al 1969, è stato Morire di classe, il libro fotografico di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, un volume che mostra per la prima volta con forza dirompente la realtà degli ospedali psichiatrici italiani. Nemmeno dieci anni più tardi, la legge Basaglia avrebbe disposto la chiusura dei manicomi e riformato il sistema di cura per la salute.

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Il laboratorio con i lavori su dolore e disagio psichiatrico

Successivamente sono trascorsi molti anni durante i quali, in quasi tutta Italia, non sono state create le condizioni per l’avvio di strutture alternative. Tuttavia, a Como, durante la fase di chiusura definitiva, sul finire degli anni ‘90, il dipartimento di Salute mentale chiama un gruppo di artisti e artigiani per accompagnare fuori dalla struttura gli ultimi degenti. Erano più di 400, molti dei quali anziani, persone che avevano trascorso lì venti, trenta o più anni della loro vita. Ed è proprio in quel periodo che inizia il rapporto personale di Gin Angri con il San Martino.

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Il complesso dell'ex ospedale psichiatrico San Martino

“Per loro questo luogo era storia, era casa”, racconta Angri. “Io sono stato chiamato come fotografo e ho iniziato a collaborare avviando un piccolo laboratorio con una decina di pazienti, con le macchinette usa e getta che c’erano allora. Si andava in giro per l’enorme parco del San Martino fotografando ma soprattutto parlando, mi raccontavano quel luogo: dove c’erano le stalle, dove facevano il burro, la fabbrica di materassi, dei vimini. Perché il San Martino era stato anche un sito produttivo, quasi autosufficiente. Un mondo con le sue attività, i suoi mestieri, le sue regole e una comunità che nel tempo si era costruita una propria quotidianità". Da quella prima esperienza, molti anni dopo, nasce Oltre il Giardino.

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La distribuzione della rivista Oltre il Giardino

Periodico senza periodicità

La rivista viene fondata nel 2010 e rappresenta ancora oggi una delle esperienze più riconoscibili del San Martino: un grande giornale di carta, 56 pagine, tre o quattro numeri all’anno, una redazione che oscilla tra le 20 e le 30 persone tra utenti, volontari e collaboratori esterni. Il formato è anacronistico, volutamente grande, quasi quello dei quotidiani di una volta. “Lo definiamo un formato poco cestinabile, difficilmente cestinabile”, scherza Angri. Per alcuni è diventato anche un oggetto da collezione, la periodicità, invece, è tutta da verificare:"Un altro slogan che usiamo è quello di periodico senza periodicità.  Per ogni numero - racconta ancora Gin Angri - diamo un titolo, un tema generale. Temi veramente ampi, affinché ognuno possa trovare il suo spazio. L’idea è sempre quella di avere pagine bianche da riempire, ognuno attraverso la propria capacità espressiva”. 

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Una copertina di Oltre il Giardino

E c'è una ragione precisa per cui la rivista si chiama Oltre il Giardino: “Usciamo da qui, usciamo da questo parco, da questo giardino magnifico per farci conoscere e per far conoscere la realtà vissuta al suo interno”. Il problema, spiega Angri, è anche culturale: “Del disagio psichico, del disagio mentale se ne parla sempre poco e quando se ne parla normalmente se ne parla anche male”. 

Per questo motivo la rivista diventa un veicolo per raccontare una realtà che non vuole restare chiusa dentro il perimetro del San Martino. E la carta, nonostante tutto, continua ad avere un senso. Anzi, forse proprio oggi ancora di più. Si legge, si sfogliano queste pagine piene di vita con tutta la loro fisicità.

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Donne Cancellate

Andrea: “Non so scrivere, provo a scrivere con la luce”

"Donne Cancellate", prima mostra e poi libro, con gli scatti di Gin Angri tratti dall'archivio dell'ex ospedale psichiatrico San Martino di Como, poi trasferito in un magazzino di Lodi dopo la chiusura dell'ex Ospedale psichiatrico, è stato un altro momento che ha riportato alla luce tante vite dimenticate proprio grazie alla potenza della fotografia. La stessa ricerca di una forma espressiva che oggi passa attraverso il laboratorio fotografico che ha dato vita a un collettivo. Andrea, uno degli utenti del Centro diurno, lo frequenta da circa un anno.

Il ritratto sfuocato di Andrea

“Non sapendo scrivere, ho pensato che forse avrei potuto esprimermi attraverso la luce delle immagini. La fotografia mi ha anche permesso di avvicinarsi a un mondo che prima conoscevo poco. Nella mia vita non avevo mai osservato molte altre opere. Attraverso il corso ho potuto avvicinarmi e scoprire un mondo davvero affascinante”. Andrea non ama particolarmente fotografare le persone: ”La vedo quasi come un’invasione della privacy. È una forma di rispetto da parte mia”.

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La Milano di Andrea

Preferisce i paesaggi o i ritratti sfumati. Tra le sue fotografie ce n’è una che considera particolarmente importante: è sfuocata, ritrae una persona senza renderla riconoscibile. Poi c’è Milano: “Questa mia foto rappresenta la mia visione di Milano”, racconta. “Quando sono in mezzo al suo caos non guardo la strada, guardo in alto il cielo, perché tutte le case mi danno un senso di claustrofobia allucinante. Ogni volta passo metà del tempo a guardare in alto”. 

I suoi scatti diventano così un modo per raccontare qualcosa che forse sarebbe difficile spiegare con le parole. Le sue immagini, insieme a quelle di Simone, Alessia, Gabriele, Stefania, Roberto e Pietro, oggi escono dal laboratorio e diventano una mostra, inaugurata proprio il sabato 10 ottobre al San Martino in occasione della Giornata mondiale della salute mentale.

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Lucia

Lucia: “Quando ti ammali ti viene dato un timbro”

Tra gli utenti del San Martino che hanno trasformato questa esperienza in una parte importante della propria vita c’è anche Lucia Battaglia, presidente dell’Associazione I fiori oltre il giardino dal 2019: “La mia vita è cambiata perché qui mi sono sentita di nuovo accolta e soprattutto ho sentito tanta fiducia". Lucia parla di quella che definisce una delle ferite più difficili per chi vive una fragilità psichica: l’etichetta. “Quando ti ammali ti viene dato un timbro e questo timbro non te lo togli più. Perdi il lavoro, ti allontanano i bambini, perdi tutto". Qui, invece, ha ritrovato un'altra occasione per stare insieme agli altri.

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“Grazie al centro diurno, grazie agli educatori e ai volontari, si è creata l’inclusione. Ci sono tante attività: ci supportano e noi li sopportiamo", dice sorridendo.  L’associazione ha qui la propria sede e porta l’esperienza fuori dal San Martino: le mostre, il disegno, i racconti, la rivista. “Sono le nostre testimonianze di vita, i nostri racconti sono il nostro vissuto”. 

Lucia non nasconde di avere attraversato momenti molto difficili: “Molti anni fa ho anche perso una bambina di tre anni in un'incidente stradale. Però io credo che, a un certo punto, se non prendi in mano la tua vita non puoi andare avanti, non puoi farcela”. Ma subito aggiunge una precisazione fondamentale: “Da solo devi prendere in mano la tua vita, ma solo insieme agli altri puoi rinascere”. Ed è forse questa una delle chiavi di lettura dell'intera esperienza del centro diurno del San Martino.

Vita al San Martino

L’educatrice: “Qui lavoriamo sull’autonomia”

A spiegarlo, dal punto di vista di chi ci lavora, è Maria Grazia Curioni, educatrice del centro diurno del dipartimento di Salute mentale dell’Asst Lariana. “Noi siamo una costola del Cps, il Centro psicosociale di Como. Le persone che afferiscono a noi sono utenti che hanno una cartella clinica e sono seguiti da uno psichiatra, da un’equipe che può comprendere gli specifici bisogni di ognuno”. 

Nell’arco della settimana sono circa 60 le persone che frequentano ogni giorno le attività del San Martino: “Vivono abitualmente in autonomia: a casa, in famiglia, qualcuno anche da solo. Ma qui hanno un programma riabilitativo e risocializzante. Le attività - aggiunge Curioni - sono numerose ma non tutte vengono organizzate direttamente dagli educatori, ci sono le associazioni che collaborano con il centro, come Oltre il Giardino, all’interno di uno specifico progetto". 

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“E dunque - racconta ancora l'educatrice - ci sono i laboratori di fotografia, il teatro, la rivista, la musica e anche lo sport: trekking, nuoto, pallavolo, calcio e persino la canoa. In questo momento uno dei miei colleghi è al lago di Pusiano in canoa con alcuni ragazzi”.  È proprio questa la sensazione che si respira entrando nei locali del San Martino: non un luogo dove semplicemente si trascorre del tempo, ma una grande casa nella quale si viene per fare qualcosa. 

“A me, come educatrice, quello che dà maggiore soddisfazione è quando vedo che i ragazzi qui stanno bene e sono autonomi. L’autonomia è quasi un imprinting: “Non è il Centro diurno dove tu vieni per tirare sera, i ragazzi che vengono vivono in gruppo". Un gruppo nel quale c’è anche spazio per l’ironia, la collaborazione, lo stesso spirito goliardico che si respira nella redazione di Oltre il Giardino.

Il luogo carico di memoria

Il San Martino resta però un luogo carico di memoria. E proprio questa memoria a volte diventa un ostacolo. “Per qualcuno può essere una barriera - spiega Curioni -. Tante persone sono molto sensibili e dicono che entrare al San Martino porta un carico emotivo non semplice da gestire, proprio per ciò che ha rappresentato nel passato. Tuttavia, avere uno spazio di queste dimensioni, con un parco enorme intorno alla città non è scontato ma un bene prezioso". 

Alla fine, si torna al punto di partenza: le persone. “Un elemento che a noi piace sottolineare è che qui una persona riprende ciò che aveva smesso. Magari giocava a calcio e non hai più giocato, ecco, qui può riprendere a farlo. Oppure, meglio ancora, impara a fare delle cose nuove”.  E allora anche una fotografia o un articolo possono diventare un nuovo inizio. Come è successo ad Andrea. Come è successo a Lucia. Come accade ogni giorno alle persone che entrano nel centro diurno. 

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Canzoni per Oltre il Giardino

Nel giorno in cui il mondo accende i riflettori sulla salute mentale, Gin Angri individua però anche ciò che ancora manca: “Manca l’informazione, non è che non ci siano strutture, però a volte sono veramente poco conosciute. E poi c’è il volontariato, fondamentale in questo campo come in molti altri ambiti del disagio sociale". 

Al San Martino, intanto, la risposta è fatta di persone che si incontrano, di attività, fotografie, cammini, sport, suoni, redazioni, pagine bianche e storie da raccontare. E forse non è un caso che tutto questo accada proprio qui, dove per oltre un secolo la storia della salute mentale è stata anche una storia di separazione dal resto della città, dal resto delle persone. 

Oggi qui le porte sono aperte. E Oltre il Giardino continua a fare esattamente quello che dice il suo nome: uscire dal giardino, portare fuori le voci di chi lo attraversa e ricordare che dietro una fragilità non c’è soltanto una diagnosi, ma una persona con qualcosa da condividere.

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