Ogni anno si ripete lo stesso scenario: per molte famiglie italiane è ancora difficile progettare per tempo la sostituzione e costruire una rete di sostegno che non lasci tutto sulle spalle di una sola persona: a farne le spese sono spesso le donne: figlie, mogli, nuore. Ma ecco come muoversi per tempo

13 luglio 2026

Alistair Berg
L’estate, per molte famiglie che si prendono cura di una persona anziana, è il momento in cui gli equilibri costruiti con fatica durante l’anno rischiano di saltare: la badante va in ferie, i servizi territoriali si riducono, la rete di supporto diventa più fragile.
Tra giugno e agosto le richieste di assistenza aumentano del 20-30% (dati FamKare, agenzia specializzata nella ricerca di badanti e nel supporto ai caregiver familiari). Un picco stagionale che riflette un problema: la difficoltà di molte famiglie italiane nel progettare per tempo una sostituzione e costruire una rete di sostegno che non lasci tutto sulle spalle di una sola persona. A farne le spese sono spesso, in particolare, le donne: figlie, mogli, nuore che ancora oggi si trovano più frequentemente a sostenere il peso della cura, rinunciando alle proprie ferie, rimandando i propri bisogni e cercando di tenere insieme assistenza, lavoro e vita personale.
Ne abbiamo parlato con Chiara Bianconi, founder di FamKare, per capire perché ogni estate si ripeta lo stesso scenario e quali siano gli errori più frequenti nell’organizzazione dell’assistenza.
Ogni anno si ripete lo stesso scenario, ma le famiglie sembrano comunque impreparate. Perché?
«Perché molte famiglie continuano a considerare l’assistenza come un problema da risolvere all’ultimo momento, quando invece richiede pianificazione. L’estate rende semplicemente più evidente una fragilità che spesso esiste già durante tutto l’anno: ferie, rientri nei Paesi d’origine delle badanti, riduzione dei servizi e minore disponibilità della rete familiare fanno saltare equilibri già precari. L’errore più comune è pensare che il problema sia trovare una sostituta per qualche settimana, ma serve capire in anticipo quali bisogni dell’anziano devono essere garantiti, quali attività può sostenere la famiglia, quali orari sono realistici e quale offerta di lavoro è davvero sostenibile per chi entra in casa. Quando manca questa progettazione, ad agosto si entra facilmente in una logica di emergenza, cercando soluzioni perfette che spesso non esistono».
Quali richieste vi arrivano più spesso, in estate?
«Le richieste riguardano soprattutto due situazioni: la sostituzione della badante durante le ferie e l’attivazione urgente di un’assistenza dopo una dimissione ospedaliera o un peggioramento improvviso delle condizioni dell’anziano. Molte famiglie si accorgono troppo tardi che la collaboratrice sarà assente più a lungo del previsto oppure scoprono di non riuscire a sostenere da sole il carico assistenziale, neanche per pochi giorni. È proprio in questi momenti che emerge una consapevolezza importante: l’assistenza non può essere improvvisata e va organizzata prima che diventi un’urgenza».
Le urgenze estive riguardano più spesso sostituzioni programmate male o emergenze improvvise?
«Entrambe, ma spesso hanno una radice comune: la famiglia non governa per tempo l’organizzazione dell’assistenza. Le ferie sono un diritto, ma vanno organizzate. In questo caso, capita che molte famiglie non si sentano pienamente nel ruolo di datore di lavoro e per paura di creare conflitti evitino di affrontare il tema con anticipo, ma parlarne già in primavera consente di trovare soluzioni sostenibili per tutti e riduce il rischio di trovarsi scoperti nei periodi più critici. Anche le emergenze sanitarie, però, raramente arrivano senza segnali, che però non vengono osservati per tempo, a volte per paura del conflitto con l’anziano che rifiuta l’aiuto, altre volte per la fatica emotiva di riconoscere che la persona amata non è più autonoma come prima. Così il problema viene spostato in avanti, finché diventa ingestibile. È qui che l’estate fa emergere ciò che era già fragile: non solo la mancanza di una sostituta, ma l’assenza di una regia familiare dell’assistenza».
Quali aspettative nutrono le famiglie verso la persona che si occupa dell’assistenza?
«Molte famiglie chiedono a un’unica persona di essere contemporaneamente assistente, organizzatrice della casa, presenza relazionale costante, soluzione a ogni emergenza e, in alcuni casi, sostituta emotiva del familiare Noi lo raccontiamo spesso attraverso quattro archetipi. C’è la “badante Mary Poppins”, che dovrebbe entrare in casa e sistemare tutto. C’è la “badante Cenerentola”, sempre disponibile, senza limiti e pronta a fare anche ciò che non rientra nel suo ruolo. C’è la “badante Crocerossina”, da cui ci si aspetta che lavori per sacrificio più che per contratto. E c’è la “badante Alter Ego”, alla quale viene chiesto di fare esattamente quello che farebbe un figlio o una figlia, anche sul piano affettivo. La realtà però è diversa: la collaboratrice è una lavoratrice e può avere grande sensibilità, competenza ed esperienza, ma non può essere tutto. Se non vengono definiti mansioni, orari, riposi, confini e responsabilità, il rapporto diventa fragile. E questo non tutela nessuno: né l’anziano, né la famiglia, né la persona che lavora in casa».
Quali sono gli errori più frequenti che le famiglie commettono quando si trovano in urgenza?
«Si dice “mi serve una badante”, ma senza chiarire quali attività debbano essere garantite, per quante ore e con quale livello di supporto. Un altro errore frequente è confondere bisogni reali e desiderata. In estate, soprattutto nelle sostituzioni, bisogna chiedersi cosa è davvero indispensabile: sicurezza, igiene, pasti, mobilità, sorveglianza, gestione della notte. Se si pretende una copia identica della badante abituale, si rischia di non trovare nessuno o di rifiutare profili utili. Altro errore è trascurare l’inserimento. Anche una sostituzione breve ha bisogno di informazioni chiare: routine, farmaci, contatti utili, abitudini dell’anziano, rischi di caduta, cosa fare in caso di imprevisto. L’ ultimo errore tra i più frequenti è non avere un piano B. Non significa prevedere tutto, ma costruire almeno un paracadute: un familiare referente, un servizio territoriale, una copertura mista, una struttura di sollievo o una turnazione temporanea».
L’urgenza porta spesso a scelte meno efficaci.
«Sì, perché l’urgenza riduce la capacità di decidere con lucidità. Quando si chiede aiuto in emergenza, spesso il caregiver familiare è già provato da mesi di stress, preoccupazioni, sensi di colpa e carico organizzativo. A tutto questo si aggiunge quasi sempre una forte pressione economica, perché l’assistenza domiciliare pesa molto sui bilanci familiari e gli aiuti pubblici spesso non bastano e non sono adeguati alle situazioni. In queste condizioni diventa più difficile valutare le alternative disponibili, stabilire priorità realistiche e individuare soluzioni sostenibili nel tempo».
Il lavoro di cura richiede anche orari, mansioni, riposi e confini chiari. Perché questo aspetto viene ancora sottovalutato?
«Spesso si parla della badante come se fosse una presenza continua e sempre disponibile, ma il lavoro di cura ha bisogno di regole, limiti e sostenibilità. Orari, mansioni, riposi, livello contrattuale e retribuzione non sono dettagli burocratici: sono le condizioni che permettono a un rapporto di lavoro di durare. Se una persona viene caricata di responsabilità eccessive, senza confini chiari, prima o poi il sistema si rompe. C’è poi un aspetto culturale importante. Molte famiglie non hanno cattive intenzioni, ma non sono preparate a diventare datori di lavoro. Partono da un bisogno affettivo, “ho bisogno che qualcuno si prenda cura di mia madre”, e si trovano poi a gestire un rapporto professionale, con diritti e doveri. La sostenibilità dell’assistenza nasce proprio dall’equilibrio tra quattro elementi: i bisogni dell’anziano, le risorse della famiglia, le condizioni di lavoro della badante e il rispetto del contratto. Se uno di questi elementi manca, l’assistenza può funzionare per qualche giorno, ma difficilmente regge nel tempo».
Che impatto ha il periodo estivo sul caregiver familiare in termini di stress e burnout?
«L’estate non è solo un periodo di solitudine per le persone fragili, ma può diventare anche il periodo della solitudine dei caregiver, anche se raramente se ne parla. Molti caregiver, soprattutto donne, si sentono in dovere di fare tutto e spesso da soli. Non è solo una scelta individuale: pesa ancora un modello familiare e sociale che attribuisce la cura soprattutto a una persona, quasi sempre una figlia, una moglie o una nuora. E una delle fatiche più grandi, per chi assiste, è proprio chiedere aiuto. Dentro molte famiglie, inoltre, si dà per scontato che sia una sola persona a farsi carico dell’assistenza. Gli altri si defilano, a volte per distanza, a volte per comodità, a volte perché hanno idee diverse su cosa significhi prendersi cura. Spesso manca anche una comunicazione chiara, perché parlare apertamente di responsabilità, turni, soldi, ferie e limiti personali rischia di generare tensioni. Così, il caregiver principale resta spesso solo, sia nella gestione pratica sia nelle decisioni, e in estate questo peso aumenta tra servizi ridotti, reti familiari più fragili e routine che saltano. Per questo sostenere il caregiver per noi significa aiutarlo a non restare isolato, a chiedere aiuto e a comunicare meglio con la famiglia, a costruire una rete: nessuna assistenza è davvero sostenibile se regge su una sola persona».
Si rinuncia ancora spesso alle ferie per assistere un familiare?
«Sì, nella nostra esperienza è una situazione ancora molto frequente nei mesi estivi. Molti caregiver rinunciano del tutto o in parte alle ferie per coprire vuoti assistenziali, mentre altri partono, ma restano mentalmente sempre presenti, tra telefonate, controllo a distanza, paura e senso di colpa. Quando si è completamente immersi nell’assistenza, spesso è difficile immaginare soluzioni diverse: per questo noi lavoriamo sulla delega, sulla riorganizzazione della cura e sulle emozioni che accompagnano il caregiver, aiutandolo a ritagliarsi finalmente spazi di recupero. È importante dirlo con chiarezza: riposare non è egoismo, ma una condizione di sostenibilità. Un caregiver che non recupera energie rischia di diventare meno lucido, più esposto allo stress e più solo. E quando si rinuncia sistematicamente ai propri bisogni, si impoverisce anche la qualità della relazione di cura, che finisce per reggersi più sulla fatica e sul senso del dovere che su una presenza piena. Per questo prendersi cura di sé non significa abbandonare il proprio familiare, ma creare le condizioni per assisterlo meglio e più a lungo».
Qual è il primo passo concreto che una famiglia dovrebbe fare per prepararsi all’estate?
«Il primo passo è fermarsi prima dell’emergenza e fare una fotografia realistica della situazione. Bisogna capire che cosa va garantito ogni giorno per la sicurezza dell’anziano, quali sono le fasce orarie più critiche, se la notte è un punto di rischio, cosa può sostenere la famiglia e cosa invece va delegato. Va chiarito anche chi sarà il referente unico per la badante. A questa analisi va affiancata una valutazione economica realistica: stipendio, contributi, ferie, sostituzioni ed eventuali servizi integrativi. Molte famiglie arrivano tardi anche perché provano a contenere i costi, ma quando l’emergenza esplode il prezzo diventa spesso più alto, sia economicamente sia emotivamente. Solo dopo ha senso cercare la persona. Altrimenti si parte da un annuncio generico e si spera che arrivi qualcuno capace di adattarsi a tutto. Il consiglio pratico è preparare una scheda semplice ma completa con bisogni dell’anziano, routine, farmaci, contatti utili, rischi principali, mansioni, orari, riposi, durata della sostituzione e piano B: una base indispensabile per trovare una soluzione dignitosa, regolare e sostenibile».
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