«Quando crescere rende sempre meno»

2026/10/09

Categories: world-news

Pubblicato il: 09/10/2026 – 8:08

di Annunziata Paese*

L’Italia chiede continuamente a lavoratori, professionisti e imprese di crescere, aumentare la produttività, migliorare le proprie competenze e produrre più reddito. Il sistema fiscale, però, non sempre accompagna questa crescita con incentivi altrettanto coerenti. Una semplice simulazione aiuta a comprendere il problema. Consideriamo due famiglie identiche: due coniugi, un solo reddito da lavoro dipendente, due figli minori e residenza a Cosenza. La prima ha una retribuzione annua lorda (RAL) di 50.000 euro, la seconda di 90.000. La differenza iniziale è enorme: 40.000 euro, pari all’80% in più di retribuzione lorda. Abbiamo applicato contributi previdenziali, IRPEF, addizionali regionali e comunali, detrazioni, Assegno unico e alcune normali spese familiari detraibili, mantenendo sostanzialmente identiche tutte le altre condizioni.

Il risultato della simulazione è questo:


Famiglia AFamiglia B
RAL50.000 €90.000 €
Risorse familiari nette stimate~38.500 €~56.000 €
Differenza
~17.500 €

La seconda famiglia parte quindi da 40.000 euro lordi in più, ma la maggiore disponibilità familiare si riduce a circa 17.500 euro. In termini percentuali, +80% di RAL diventa circa +45% di risorse familiari disponibili. Detto ancora più semplicemente, nella nostra simulazione 100 euro di maggiore RAL producono circa 44 euro di maggiore disponibilità familiare. Non tutto ciò che separa il lordo dal netto è naturalmente tassazione. Una parte è rappresentata dai contributi previdenziali, che concorrono alla futura pensione. Ma per una famiglia che deve decidere oggi quanto lavorare, investire nella propria formazione, assumersi maggiori responsabilità professionali o cercare una posizione meglio retribuita, conta inevitabilmente anche quanta parte dell’incremento reddituale rimane concretamente disponibile. Il problema diventa ancora più evidente quando alla progressività dell’IRPEF si aggiunge una struttura fatta di soglie, detrazioni decrescenti, prestazioni collegate all’ISEE e regimi fiscali differenti. L’Assegno unico ne rappresenta un esempio: aumentando il reddito familiare, una parte del maggiore guadagno viene accompagnata dalla progressiva riduzione della prestazione. Il risultato è un’aliquota marginale effettiva superiore a quella che appare osservando soltanto gli scaglioni IRPEF. A questo si aggiunge una situazione di partenza già particolarmente gravosa. Secondo Taxing Wages 2026 dell’OCSE, sui dati 2025, il cuneo fiscale italiano per il lavoratore single medio era pari al 45,8%, contro il 35,1% della media OCSE. Per una coppia monoreddito con due figli era del 34,3% contro il 26,2% medio OCSE. Il paradosso del forfettario. Lo stesso problema assume una forma ancora più evidente nel lavoro autonomo. Il regime forfettario nasce con la finalità di semplificazione degli adempimenti e imposizione agevolata per attività di dimensioni contenute. L’imposta sostitutiva prende il posto dell’IRPEF, delle relative addizionali e dell’IRAP. Ma quando un regime particolarmente conveniente viene delimitato da soglie di ricavi o compensi, la soglia stessa acquista un valore economico. Immaginiamo un professionista che si trovi vicino al limite previsto per permanere nel regime forfettario. Un nuovo incarico non viene valutato soltanto per quanto incasso aggiuntivo produce, ma anche per le conseguenze fiscali che può determinare. La crescita dell’attività può significare la fuoriuscita dal regime con conseguente applicazione dell’IVA, determinazione analitica del reddito, IRPEF progressiva, addizionali e maggiori adempimenti. Questo non significa che superare una soglia renda necessariamente sconveniente guadagnare di più. Costi deducibili, contributi, tipologia di attività e struttura professionale possono modificare radicalmente il risultato. Rimane però un’anomalia negli incentivi: un sistema costruito per favorire le piccole attività non dovrebbe trasformarsi in un sistema che rende fiscalmente interessante restare piccoli. I due esempi finiscono così per incontrarsi. Il dipendente che passa da 50.000 a 90.000 euro vede una parte consistente della maggiore RAL assorbita da contributi, progressività fiscale e riduzione delle prestazioni familiari. Il professionista vicino alla soglia del forfettario deve invece considerare, insieme al maggiore incasso, anche il cambiamento del regime fiscale e amministrativo. La progressività non è di per sé il problema. L’articolo 53 della Costituzione stabilisce, giustamente, che il sistema tributario sia informato a criteri di progressività e che chi dispone di maggiore capacità contributiva contribuisca maggiormente alle spese pubbliche. La criticità nasce quando alla progressività si sovrappongono soglie rigide, regimi sostitutivi e benefici che si riducono o scompaiono, comprimendo ulteriormente il rendimento del reddito aggiuntivo. È su questo terreno che una riforma fiscale orientata alla crescita dovrebbe intervenire: transizioni più graduali, minori effetti-soglia e soprattutto un cuneo fiscale sul lavoro più basso. Il principio potrebbe essere molto semplice: guadagnare un euro in più deve convenire sempre. Non significa applicare a tutti la stessa aliquota né rinunciare alla redistribuzione. Significa evitare che il sistema fiscale finisca per premiare indirettamente chi rimane sotto una determinata soglia rispetto a chi prova a superarla. La discussione sulla fiscalità italiana dovrebbe quindi andare oltre la contrapposizione tra flat tax e progressività. Un Paese che vuole salari più alti, maggiore produttività e attività professionali e imprenditoriali capaci di crescere deve proteggere chi ha meno senza rendere sconveniente la crescita di chi produce più reddito. Redistribuire senza scoraggiare la crescita: dovrebbe essere questo il punto di equilibrio di un sistema fiscale moderno.

*Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”

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