Roma, 29 agosto 2026 – “Quel magazzino non doveva essere lì”. A dirlo è Volodymyr Zelensky dopo che venerdì sera, a Myla, nel distretto di Bucha, l’attacco di un drone russo ha provocato la morte di almeno 37 persone e il ferimento di oltre 40, mentre più di 380 residenti sono stati evacuati. Una carneficina aggravata da quella che il presidente ucraino ha definito “una situazione terribile e una grave negligenza”: il drone ha infatti colpito un deposito militare, incuneato tra le abitazioni, dove erano custoditi proiettili, mine, munizioni, droni ed esplosivi. Le detonazioni secondarie sono proseguite per ore, con fiamme e schegge proiettate in tutte le direzioni.
Per Zelensky, i responsabili dovranno rispondere delle loro decisioni. “I regolamenti sono chiari: le munizioni non possono essere immagazzinate vicino alle abitazioni o ad altre aree residenziali”, ha detto, annunciando un’inchiesta e chiedendo che vengano accertate le responsabilità. Il caso ha alimentato nuove polemiche a Kiev, anche perché le autorità ucraine raramente ammettono pubblicamente i danni subiti dalle installazioni militari. Solo poche settimane fa, a Vyshneve, sempre nella regione di Kiev, l’esplosione di un deposito di munizioni aveva causato altre nove vittime.
Intanto la guerra continua a colpire civili su entrambi i lati del fronte. I raid russi hanno causato almeno due morti, uno a Odessa e uno a Kherson, mentre droni ucraini hanno ucciso tre persone nella regione russa di Belgorod. Attacchi e allarmi hanno interessato anche Kharkiv, Kiev e Rostov.
A preoccupare, però, è soprattutto lo spettro di una nuova offensiva da nord. Secondo il vicecapo dell’Ufficio del presidente ucraino, Pavlo Palisa, i vertici militari russi avrebbero ricevuto dal Cremlino l’incarico di elaborare diverse opzioni per una possibile offensiva nelle direzioni di Kiev e Chernihiv. Al momento, ha precisato Palisa, si tratterebbe soltanto di attività di pianificazione e preparazione, non dell’avvio di un’operazione. Ma l’eventuale apertura di un nuovo fronte settentrionale riporta l’attenzione anche sulla Bielorussia.
Non è passato inosservato, infatti, l’incontro a Novo-Ogaryovo tra Vladimir Putin e Alexander Lukashenko. Il leader bielorusso ha assicurato che si è trattato di una giornata dedicata “al riepilogo dei risultati, non a prendere decisioni”. Ma la cooperazione militare tra Mosca e Minsk, dalle esercitazioni congiunte al trasferimento di armi, continua ad alimentare i timori di Kiev.
L’allarme è condiviso anche in Europa. Dopo un colloquio con il segretario generale della Nato Mark Rutte, il premier polacco Donald Tusk ha avvertito che “l’escalation russa sta progredendo” e che i prossimi sei mesi saranno decisivi: “Non possiamo escludere una provocazione da parte della Russia contro uno dei membri della Nato”. A ottobre e novembre, intanto, la forza multinazionale dei Volenterosi dovrebbe condurre esercitazioni in Ucraina. L’Italia, secondo fonti vicine a Palazzo Chigi, non parteciperà.
Da Mosca, infine, nessun segnale di distensione. “Non vedo alcun motivo per sperare in un miglioramento delle relazioni con l’Europa”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, accusando i Paesi europei di “partecipare direttamente alle operazioni militari”.
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