«Ragazzi, mi sono appena svegliato». Sono le 8.24 del mattino e mancano meno di due ore all'aggressione della professoressa Isabella Marsilio all'istituto Giovanni Verga di Centocelle, a Roma. Il tredicenne che di lì a poco la accoltellerà è già sul telefono e scrive in diverse chat. Mostra quello che chiama il suo «outfit»: una maglietta bianca con tre lettere tracciate a mano, TMD, sigla utilizzata anche per «Total Muslim Death», uno slogan d'odio contro i musulmani. Accanto ha preparato un casco, un paio di guanti e gli occhiali da softair.
È entrando nelle chat frequentate dal tredicenne che si precipita in un mondo parallelo. Un sottobosco digitale macabro, e a tratti disturbante, dove ogni contenuto rimanda a quello successivo: un vero rabbit hole popolato soprattutto da adolescenti e giovanissimi, in cui le stragi diventano argomento di conversazione e i loro autori personaggi da celebrare. Tornano ossessivamente gli stessi nomi e le stesse immagini: da Adam Lanza, il ventenne responsabile nel 2012 della strage alla Sandy Hook Elementary School, a Timofey Kulyamov, il quindicenne russo autore nel dicembre scorso di un attacco in una scuola alle porte di Mosca. Le conversazioni visionate dal Messaggero corrono su due binari: un gruppo WhatsApp nel quale il ragazzo compare pochissimo e Telegram, dove invece durante la notte e nelle ore immediatamente precedenti all'aggressione lascia messaggi e fotografie.
L'annuncio
Nel gruppo WhatsApp sono quasi tutti minorenni: quattordici partecipanti, compreso il 13enne. Uno di loro racconta di appartenere alla TCC, la True Crime Community, una galassia online che riunisce persone interessate ai casi criminali e che, nelle sue frange più estreme, arriva fino alla glorificazione dei loro autori. «Ci sono due parti», spiega. «Una a cui interessano i casi ma che non supporta i gesti e una che invece li idolatra e poi agisce». E precisa subito: «Io non glorifico nessuno, sono nella TCC soltanto per capire e provare a fare teorie». Nella quotidianità, racconta, quella chat è molto meno oscura di quanto possa sembrare. «A volte parliamo dei casi e ci scambiamo informazioni», ma «quasi mai di true crime». Più spesso si parla della scuola, della giornata appena trascorsa. «È un gruppo normale e siamo tutti amici». Il 13enne ne faceva parte, ma era quasi invisibile. «Non sapevo neanche che fosse nel gruppo perché non scriveva mai, qualche volta ci siamo scambiati messaggi in privato». Fino alla mattina dell'aggressione. Poco dopo le nove compare un suo messaggio: «Guys, guardate il Tg dopo». Qualcuno gli domanda perché. La risposta è breve: «Almeno spero». Nessuno capisce cosa stia annunciando. Sono a scuola anche loro: «Eravamo tutti a lezione». Solo una volta tornati a casa quel messaggio, apparentemente incomprensibile poche ore prima, assume tutt'altro significato. «Non potevamo crederci».
Su Telegram, però, il racconto era cominciato molto prima. Sono circa le tre di notte quando il tredicenne scrive: «Ho dimenticato di fare un manifesto». Un riferimento a quei testi che, nel sottobosco digitale, accompagnano talvolta gli attacchi come una sorta di «ultime volontà». Poco dopo annuncia: «La live dovrebbe essere intorno alle 9.20, ora italiana». Nella stessa sequenza pubblica un messaggio violentemente razzista contro neri e musulmani. Poi chiude: «Ora provo a dormire». Passano poche ore e alle parole si aggiungono le immagini. Si fotografa davanti allo specchio già vestito, mostra i coltelli con lame diverse e lo spray urticante preparati per quella mattina. Alle 8.55 scrive: "Ragazzi, vi darò delle foto per gli edit". Nel linguaggio di queste community gli «edit» sono montaggi di fotografie e video, accompagnati da musica, scritte ed effetti, destinati ai social. Uno dei ragazzi che frequentava quegli stessi spazi dà una spiegazione molto semplice: «Lo ha fatto perché voleva diventare famoso. E ce l'ha fatta».
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