Prof accoltellata, lo psicologo Tito Baldini: «I nostri giovani incapaci di dare un senso alle cose. E i genitori li difendono sempre, anche quando non studiano e prendono voti bassi»

2026/09/19

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«Le nuove generazioni sono sempre più isolate e illuse di essere in condivisione, sempre più assorbite da se stesse, più fragili, perché questo vuole la società. Dentro questi giovani non c'è il senso delle cose, le cose non hanno senso. Quindi se uccidi una persona, la sfregi o la insulti, o semplicemente non fai niente, ha lo stesso senso». Tito Baldini, ordinario ed esperto di bambini e adolescenti della Società psicoanalitica italiana, ordinario e docente dell’Associazione romana psicoterapia dell’adolescente, lancia un allarme: quello che è accaduto ieri in una scuola romana sulla Prenestina, non è un caso isolato (a marzo un coetaneo aveva fatto lo stesso con la sua professoressa in una scuola di Trescore Balneario nella Bergamasca), ma il sintomo di una patologia sociale.

 
Come può un ragazzino di 13 anni accoltellare la sua insegnante all’apparenza per dei debiti scolastici? 
«Gli adolescenti fanno quello che la società si aspetta. Cioè provocano emozioni intense e tutto ciò va nella direzione del continuare a non pensare. Il dispositivo della produzione e del consumo ci induce a pensare il meno possibile e a credere a banalità. I centri di intervento psichiatrico per gli adolescenti sono pieni e tutti si chiedono che succede. Succede che c'è un incremento della fragilità psichica, un incremento della incapacità di pensare. Va perdendosi la dimensione del legame, degli affetti, su cui si struttura e applica il pensiero. Oggi a Roma, ieri a Bergamo: è una dimensione planetaria, è una patologia di sistema. Quelli a cui assistiamo sono i segnali evidenti di un fenomeno allarmante, come lo scioglimento dei ghiacciai. Le generazioni che stanno venendo su non danno più senso alle cose. Allora il rimedio non è una punizione, perché per loro non ha senso neanche quella. Se li metti in un carcere che cosa risolvi? Che ne vengono fuori altri dieci. Quando il pensiero regredisce, migra verso posizioni di contrari: se non sei mio amico, sei mio nemico e quindi devo distruggerti. Non c’è la capacità di accogliere un pensiero diverso, addirittura apposto al tuo. Se questo ragazzo avesse avuto questa capacità non avrebbe accoltellato la professoressa, anche se la pensava in modo diverso da lui». 


Anche il ruolo dell’insegnante è in crisi.
«Pagando sempre meno gli insegnanti si toglie il potere di un’istituzione fondamentale come quella della scuola. Hanno stipendi da fame, sono i primi a dire non fate gli insegnanti e quindi tutti i valori fondanti il concetto di istituzione, come quella del paterno che ti consiglia, sono designificati. La scuola è a servizio delle famiglie, per avere i soldi, senza i quali non possono mandare avanti la scuola. Sono diventate aziende e non si fanno più gli interessi delle persone. Serve il recupero del legame, il recupero del tempo per poter pensare. Gli adolescenti sono la cartina di tornasole di una patologia di questa società, sono i primi perché sono i più fragili e quelli che agiscono di più. Accoltellano per una cretinata perché non significano l’umano, non hanno più stimoli, se non iper stimoli. Non riescono più a godere di una qualche cosa che sia sensuale come un amore, come la fisicità tra di loro, devono avere solamente stimoli iper e quindi anche la violenza. Dobbiamo fermarci a pensare perché un adolescente muore o perché un adolescente dà la morte, prima che accada, non dopo». 

Spesso questa violenza, come nel caso di ieri, viene filmata e postata sui social.
«Un tempo si sarebbe detto: è un delirio, ti stai praticamente autodenunciando. Ma non si può più ragionare così, perché i giovani ben sapendolo lo fanno. Non si può neanche ragionare in termini psichiatrici, inquadrandolo come un episodio di psicosi in cui il ragazzo ha un delirio maniacale per farsi conoscere dal mondo. Vedendo questi fenomeni ci diciamo: sono tutti matti. Ma non è così. Il tredicenne non era un ragazzo malato, in quanto condizione psichiatricamente determinata, ma è un po’ la condizione dei giovani di oggi. Per loro c'è una fisiologia nel vivere in un mondo dove il reale e l’irreale non sono così distanti. La sorella di Giulia Cecchettin precisò che Filippo Turetta era un ragazzo normale. Questa frase dovrebbe farci riflettere: sono dei ragazzi normali che non hanno più dentro un paradigma di significanza e questo perché la società ha spinto solamente le persone orientandole verso l'esigenza del consumo, sentendolo come un desiderio da soddisfare per forza, fino a diventare un bisogno, fino a non poterne fare a meno. Il problema è che se tu togli gli elementi fondamentali che strutturano la psiche, i legami, il rapporto con gli altri, lo spazio, il tempo, la dedizione all'altro, se metti solamente l'io, l'arricchimento e lo metti nei genitori che chiedono prestazioni sempre più performanti, piano piano i nostri figli è come se si disumanizzassero. In alcuni licei romani so che i genitori chiedono che il ragazzino più fragile vada via dalla classe perché la rallenterebbe. Quando negli anni Settanta adolescenti e giovanissimi protestavano, inginocchiando lo Stato, almeno un senso c'era, anche sbagliato. La questione terribile e tragica è che oggi il senso non c'è. I giovani dichiarano di avere come principale interlocutore l’intelligenza artificiale perché si sentono compresi dall’Ai come da nessuno. Sono ragazzi pieni di contatti, di condivisione, ma profondamente soli. Preferiscono il sesso dietro uno schermo, piuttosto che dal vivo, perché ritengono sia più facile così».


In tutto questo quali sono le responsabilità dei genitori? 
«Oggi se un professore anche giustamente tiene bassi i voti perché i giovani non studiano, i genitori li difendono. Sono impostati culturalmente che essere un bravo genitore coincide con il dare ai figli. Perché è diventato consumistico il genitore, quindi se tu non compri i Pokèmon a un bambino di 7 anni tutte le mattine e tutti gli altri compagni hanno i Pokèmon, ti senti che non sei un bravo genitore. Se non lo proteggi perché l'insegnante gli mette un voto basso, pensi di non essere un bravo genitore. La società implicitamente suggerisce di comprare le cose che vogliono i figli, così loro sono felici, tu sei felice di essere un bravo genitore e per faro devi guadagnare un sacco di soldi e devi consumare».

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