Perché piantare alberi non basta a contrastare i cambiamenti climatici

2026/10/03

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Perché piantare alberi non basta a contrastare i cambiamenti climatici

Se si parla di contrasto al cambiamento climatico, spesso si propone di piantare alberi, aumentare il verde urbano, riforestare: tutte cose utili. Gli alberi assorbono anidride carbonica, producono ossigeno, fanno ombra e, attraverso l’evapotraspirazione, contribuiscono a ridurre le temperature locali. Piantarli a terra è certamente una buona idea. Ma in mare non ci sono alberi.

Può sembrare una battuta, ma non lo è. L’oceano copre circa il 71 per cento della superficie del pianeta e, a differenza delle terre emerse, non è una superficie: è un volume, con una profondità media di quasi quattro chilometri. Costituisce più del 90 per cento dello spazio abitato dalla vita, ha assorbito più del 90 per cento del calore in eccesso accumulato nel sistema Terra a causa del riscaldamento globale e assorbe una parte consistente dell’anidride carbonica che immettiamo nell’atmosfera. Nell’oceano avviene inoltre circa la metà della produzione primaria del pianeta.

A terra un ruolo importante nella produzione primaria è svolto dagli alberi; nell’oceano, invece, soprattutto da organismi microscopici, il fitoplancton, che costituiscono la base delle reti trofiche marine. Vengono mangiati dallo zooplancton, che viene mangiato da altri organismi, fino a noi; la materia organica viene decomposta e i nutrienti tornano disponibili per i produttori. Una parte del carbonio viene “sequestrata” e trasferita verso le profondità. Correnti, rimescolamento, stratificazione, disponibilità di nutrienti e interazioni tra organismi regolano questi processi. L’oceano è un gigantesco sistema vivente che interagisce continuamente con l’atmosfera e, assieme ad essa, determina il clima.

Anche limitandoci alla terraferma, identificare la natura con gli alberi è fuorviante. Piantare alberi non significa ricostruire una foresta. Un albero in un’aiuola cittadina può fare ombra, rinfrescare l’aria, assorbire anidride carbonica e rendere più gradevole la città. Benissimo. Ma un’aiuola non è uno spazio naturale e una fila di alberi non è un ecosistema forestale.

Gli alberi che pianteremo saranno più o meno tutti della stessa età e apparterranno alle specie scelte da noi, nelle proporzioni e nei luoghi decisi da noi, realizzando una foresta senza storia. Una foresta naturale è il risultato della propria storia: generazioni che si sovrappongono, individui che nascono e muoiono, specie che arrivano e scompaiono, competizione e cooperazione, predazione e simbiosi, parassitismo, decomposizione, trasformazione del suolo. Darwin descrisse l’azione dei lombrichi nella formazione del suolo e alle sue conseguenze sulla vegetazione.

I processi vanno oltre quel che vediamo fermandoci alle specie più appariscenti. Gli organismi modificano l’ambiente che, a sua volta, determina quali di essi potranno vivere dopo. Una foresta è fatta di alberi, certamente, ma anche di arbusti, erbe, animali, funghi, batteri e una moltitudine di altri organismi. Soprattutto, è fatta dalle loro relazioni. Piantare alberi significa aggiungere organismi. Ripristinare un ecosistema significa ristabilire processi.

È uno dei motivi per cui ho intitolato il mio ultimo libro Le piume di Darwin. Darwin osservava che possiamo prevedere la caduta di una piuma conoscendo le leggi che agiscono su di essa, mentre per comprendere ciò che accade in natura dobbiamo considerare l’azione e la reazione di innumerevoli organismi nel corso del tempo. E l’esempio che sceglie è proprio la genesi di una foresta. Una piuma ha una traiettoria. Un ecosistema ha una storia, e una storia non si pianta.

C’è poi un altro equivoco. Un conto è attenuare i sintomi, un altro rimuovere le cause. Se una città diventa troppo calda, aumentare il verde urbano la rende più vivibile. Va fatto. Ma gli alberi non eliminano la causa per cui quella città sta diventando sempre più calda. La causa principale del riscaldamento globale resta l’accumulo nell’atmosfera dei gas serra che produciamo soprattutto bruciando combustibili fossili.
Proteggere le foreste esistenti, ripristinare gli ecosistemi degradati, lasciare spazio alla successione naturale e aumentare il verde nelle città sono azioni necessarie. Ma non possiamo chiedere alla natura di compensare indefinitamente le conseguenze di quello che le facciamo mentre continuiamo a farlo. È come avere la febbre e mettere una borsa di ghiaccio sulla fronte: serve e ci fa stare meglio. Ma bisogna curare la malattia che provoca la febbre.

Il riscaldamento dell’atmosfera, intanto, sta cambiando anche il mare che, a sua volta, cambia l’atmosfera: il caldo fa aumentare l’evaporazione e cambia il regime delle precipitazioni, modifica la stratificazione delle acque oceaniche e la disponibilità di nutrienti, sposta la distribuzione delle specie, altera la stagionalità, provoca ondate di calore marine e cambia la struttura e il funzionamento delle comunità. Anche l’acidificazione modifica le condizioni in cui gli organismi vivono. E quando cambiano gli organismi e le loro relazioni cambia il funzionamento dell’ecosistema.

La crisi climatica non riguarda soltanto la temperatura. Riguarda il funzionamento della biosfera. A terra, gli alberi sono una parte importantissima di questa storia. Ma non sono la storia. Il pianeta non è un vaso in cui basta mettere qualche pianta in più. È un sistema vivente che, in grandissima parte, è oceano, e nell’oceano non ci sono alberi.

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