In tempi di caro carburante il pensiero è su come spendere meno per benzina e gasolio: un po’ perché tutti ci muoviamo, un po’ perché sappiamo bene come il prezzo del pieno si scarichi immediatamente su quelli al dettaglio di qualsiasi genere di consumo, in particolare sugli alimentari. La famosa zucchina, che deve essere trasportata dal campo al supermercato, e quel trasporto costa. Ma al di là delle considerazioni generali di carattere geopolitico, non pochi osservatori hanno sottolineato come uno dei tasti sul quale battere per un contenimento dei costi potrebbe essere quello dell’aumento della produzione nazionale.
L’Italia non è e non sarà mai l’Arabia Saudita o, per restare in Europa, la Norvegia. Ma può contare in ogni caso su una certa produzione di petrolio e di gas che non sfrutta come potrebbe, e che la condanna ad acquistare all’estero ciò di cui in un quantitativo non trascurabile disporrebbe nel proprio sottosuolo. Il giacimento della Val d’Agri, in Basilicata, è, per dire, il più importante impianto non offshore d’Europa.
Il peso delle risorse non sfruttate
Una scelta, le cui motivazioni sono molteplici e di cui parleremo, che ci condanna a rinunciare a un risparmio quantificabile a un circa venti centesimi al litro di carburante. Non tutti i comuni del Belpaese possono infatti contare sulla scelta operata dal sindaco di Valle Castellana (Teramo), sperduto borgo montano tra Marche e Abruzzo distante venti chilometri dai più importanti centri abitati: per ovviare alle difficoltà di rifornimento dei propri abitanti ha “rilevato” l’unico piccolo benzinaio in zona e ha iniziato a gestirlo direttamente come amministrazione, riuscendo a “vendere” benzina e diesel a 10/20 centesimi in meno degli altri esercenti della provincia. Per il resto del Paese, quel risparmio è solo nel libro dei sogni.

“Attualmente la nostra produzione di greggio si attesta intorno a 4,5 milioni di tonnellate annue - spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, la più autorevole società italiana di ricerca e consulenza specializzata nei mercati dell'energia e dell'ambiente - che è meno del 10% della domanda complessiva nazionale, circa 50 milioni di tonnellate di petrolio. Il petrolio grezzo che lavoriamo è quindi per il 90% importato”.
Giacimenti nazionali: un potenziale frenato dalle proteste
Un dato che non sorprende, quello del 90 per cento, se osserviamo le difficoltà registrate dal nostro paese (come dagli altri partners europei) dalla crisi di Hormuz in avanti. “Questa produzione nazionale - continua Tabarelli - potrebbe da subito crescere almeno del doppio. Forzando un po' gli impianti potrebbe addirittura arrivare a 10 milioni annui se la Basilicata, più la Sicilia, più un po' gli Abruzzi o anche il Piemonte fossero delle regioni che invece di promuovere referendum come quello delle Trivelle 2016, mettessero in atto azioni per stimolare la produzione e la coltivazione delle risorse minerarie”.
Parrà strano, ma le risorse fossili, che sono risorse minerali e in definitiva risorse naturali devono essere coltivate: “Coltivare le risorse minerarie vuol dire avviare esplorazioni, avere ingegneri, predisporre corsi universitari, cosa che purtroppo è morta in Italia. Sono tutte cose facili a dirsi e più difficili a farsi”.
Dalla Basilicata al crollo storico del gas italiano
Il caso della Basilicata fa un po’ da scuola. Spiega Tabarelli: “Sia la Val d’Agri sia il vicino Tempa Rossa sono sviluppati poco, rispetto agli impegni che la stessa Regione Basilicata aveva preso. Solo quel sito potrebbe essere raddoppiato. Poi in Basilicata ci sono sicuramente altri giacimenti già individuati che però andrebbero valutati meglio e sui quali investire”. Poi non ci scordiamo del gas, per il quale vale più o meno lo stesso ragionamento.
“Una volta, quando si cercava petrolio e si trovava gas era considerato una sfortuna, perché non ne sapevi cosa fare, adesso è cambiato un po' il mondo”. Purtroppo la produzione di gas in Italia è drammaticamente crollata, e anche in questo caso ne potremmo disporre. Nel 2025 abbiamo prodotto 3,3 miliardi di metri cubi, come nel 1953. Teniamo conto che nel 1994 eravamo arrivati a 21 miliardi di metri cubi. E dire che il resto del fabbisogno, quello che non produciamo anche se una parte potremmo produrlo, lo importiamo dall’estero a prezzi altissimi, oggi vicini a un massimo (da 3 anni) di 70 euro megawattora.
Sette miliardi lasciati sotto terra e il modello Norvegia
“Anche nel caso del gas la nostra produzione potrebbe essere più alta, di almeno 7/10 miliardi di metri cubi all’anno. Facendo i debiti calcoli - aggiunge Tabarelli - ogni anno lasciamo sottoterra un qualcosa come 7 miliardi di euro. Scherzando, ma anche non troppo, dico che sarebbe da andare in procura per denunciare questo mancato introito per la produzione nazionale. Che non è che ti risolve le crisi, però ti fa più pil interno, più occupazione interna, più tasse interne, ti dà un po' di credito”.

La domanda che a questo punto sorge spontanea a noi consumatori è proprio questa: se potessimo produrre di più petrolio e gas in Italia, il pieno di benzina costerebbe di meno? È una domanda che viene suggerita per esempio dal caso Norvegia, il più grande (Russia a parte) produttore europeo di greggio (quasi due milioni di barili al giorno, circa venti volte più dell’Italia) in cui però i carburanti alla pompa costano più o meno come da noi. Stando alle rilevazioni degli ultimi giorni, 2,08 euro per un litro di benzina e una decina di centesimi in meno il diesel.
Quanto scenderebbe davvero il prezzo della benzina
Allora, come si spiega che i norvegesi producono petrolio come fossero uno stato arabo e pagano il pieno come gli italiani? Si spiega che la Norvegia ha deciso di non trasferire quel vantaggio economico nelle tasche dei cittadini ma di farlo confluire nel “Government Pension Fund Global”, il gigantesco fondo sovrano norvegese, in pratica il “Pantalone” norvegese con il quale vengono finanziate (anche) le spese sociali e il welfare. Sono soldi comunque che entrano in cassa dello Stato, e così potrebbe accadere in Italia.
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“Diciamo - quantifica Tabarelli - che in ogni caso a parità di variabili fiscali, un raddoppio della produzione nazionale potrebbe portare a una diminuzione del prezzo dei carburanti di un circa dieci-venti centesimi al litro”. E il resto che lo Stato non spende grazie alla auto-produzione, va a finanziare altre spese generali. ”È un delitto economico non riuscire a utilizzare queste risorse”, osserva Tabarelli.
Le scelte mancate e lo scontro sull'energia
L’ultima domanda: come mai il nostro Paese non si decide a intraprendere una politica seria di sfruttamento di tutte le proprie capacità estrattive? “Diciamo che le difficoltà vengono dal fronte politico, sia quello degli amministratori locali che non riescono a contrastare i singoli comitati che si oppongono agli impianti di estrazione e alle raffinerie, sia quello nazionale, degli ambientalisti in generale”.
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Sostengono che le fonti fossili sono il passato, che non bisogna investire, che inquinano, e che occorre puntare esclusivamente sulle rinnovabili: “È evidente che le rinnovabili sono importanti, ma ancora per diversi anni non potremo rinunciare ai fossili. Che dovranno essere sempre più puliti e sicuri, ma che restano indispensabili - spiega Tabarelli -. Tutto questo ambientalismo ideologico ha contagiato la sinistra europea e mondiale, e nasconde anche una tradizionale ostilità verso il capitalismo e le imprese. Il tutto si traduce in un indebolimento strategico perché poi mancano le cose fondamentali che sono l'energia, l'industria, la capacità di fare innovazione tecnica. Fai solo pizza, mandolino e vendi un sacco di spritz a Venezia. Nel frattempo la Cina ci mangia vivi”.
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