La sabbia del Marina d’Arechi non era idonea perché i tecnici l’avevano ritenuta a rischio erosione e perchè il quantitativo disponibile non sarebbe stato sufficiente a completare le lavorazioni sulla spiaggia di Torrione. Ma almeno era sabbia di mare. Una considerazione facile da fare con il senno di poi, quando - grazie ai documenti tirati fuori attraverso un accesso agli atti richiesto al Comune di Salerno da Tradizione Futuro - nel carteggio si legge che il materiale d’apporto scelto dalla Infratech per ampliare e consolidare quello che di lì a poco sarebbe stato ribattezzato Universo Beach al massimo poteva servire a costruire strade. Anche in questo caso, col senno di poi, tocca dar ragione ai cittadini che hanno usato trivelle per piantare gli ombrelloni e ironizzavano sul fatto che la sabbia su cui prendevano la tintarella dopo aver fatto il bagno gli “impastasse” letteralmente i piedi. Gli unici contenti erano i bambini, non si erano mai visti castelli così perfetti e resistenti.
Le criticità
Il Comune di Salerno capisce subito che la sabbia utilizzata da Infratech non va bene. Ghiaie e massi per la scogliera vengono acquistati in una cava di Pescopagano mentre il materiale “fino” in una cava estrattiva tra Eboli e Battipaglia. Ed è proprio questo il materiale che il Comune contesta per primo perchè, scrive l’ente non è adatto alla destinazione d’uso poiché è «aggregato per calcestruzzo e per materiali non legati e legati con leganti idraulici per l’impiego in opere di ingegneria civile e nella costruzione di strade». Quel materiale finisce stoccato a Capitolo San Matteo, altra circostanza che alimenta i contrasti tra ditta e Comune. Quest’ultimo ordina di rimuoverla, l’azienda tentenna. A dire il vero gli uffici municipali usano proprio il termine «negligenza» per descrivere l’atteggiamento della Infratech rispetto alle richieste formulate dalla stazione appaltante. A un certo punto la questione diventa così pasticciata che i consulenti del Comune, in una relazione del 26 marzo di quest’anno, concludono che «il materiale deve pertanto considerarsi non idoneo in modo diffuso e a nostro avviso non risulta tecnicamente possibile individuare aree limitate su cui intervenire in modo selettivo».
La battaglia
La battaglia si sposta poi sui campionamenti, per la ditta quelli del Comune non sono validi. Così ci si rivolge a Corema Spiagge che a maggio di quest’anno mette, almeno per l’ente, la parola fine alla diatriba concludendo che: «le non conformità sono diffuse, persistenti e strutturali», che «interessano l’intera estensione della cella e sono presenti anche in profondità» e, infine, «che non esistono aree ragionevolmente selezionabili come conformi». Una non conformità che persisterebbe anche dopo le «lavorazioni integrative” e che viene ritenuta «cristallizzata e irrimediabile». È l’ingegnere Maria Giordano, direttore dei lavori, a formulare a beneficio del Rup Massimo Natale conclusioni caustiche mettendo nero su bianco - oltre l’accertamento della sussistenza di tutti i presupposti di fatto e di diritto per risolvere il contratto in danno all’appaltatore - la cifra che occorrerà solo per rimuovere tutta la sabbia e smaltirla: un milione di euro. Giordano propone «la ritenzione e l’incameramento immediato della somma dalle garanzie fidejussorie prestate dall’impresa e/o mediante trattenuta diretta sui crediti maturati e non ancora liquidati dai Sal precedenti, al fine di garantire la copertura finanziaria per l’affidamento a terzi dei lavori di rimozione e ripristino dell’arenile». Ovviamente, e questo sarà un altro capitolo particolarmente ostico, non si è ancora parlato della quantificazione del danno che il Comune intende chiedere alla Infratech. Tenendo anche conto dei ritardi e degli oneri necessari al riaffidamento delle opere. Dal punto di vista pratico il contratto resta scaduto, la risoluzione non risulta ancora finalizzata e la spiaggia è chiusa. Fino a data da destinarsi.
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